
Dove il tempo smette di passare: musica dal vivo, perturbante e temporalità dell’inconscio
Musica, inconscio e ritorno del familiare nell’esperienza del concerto
– Image by Luis Quintero on Unsplash.com –
Vorrei riprendere un concetto che ho già iniziato a esplorare negli articoli precedenti in merito alla musica.
“Vorrei riprendere un concetto” è una frase che in psicoanalisi ritorna spesso, quasi inevitabilmente. Alcuni concetti, infatti, sembrano non esaurirsi mai davvero. Ritornano in contesti differenti, si spostano, cambiano forma, ma continuano a descrivere qualcosa di profondamente umano. Tra questi, uno dei pochi che considero realmente applicabili all’esperienza musicale, e che sto esplorando nelle sue forme musicali, è probabilmente il perturbante di Sigmund Freud.
Freud, nel 1919, definisce il perturbante (Unheimlich) come quella particolare esperienza in cui qualcosa appare contemporaneamente familiare ed estraneo. Non è il semplice spavento. Non è il terrore puro. È qualcosa di più ambiguo: una sensazione in cui ciò che ci riguarda intimamente ritorna però in una forma deformata, non immediatamente riconoscibile. Il perturbante inquieta proprio perché tocca qualcosa che conosciamo già, ma che non riusciamo più a collocare pienamente.
È interessante osservare quanto questo accada nella musica dal vivo.
Chiunque abbia attraversato concerti molto intensi conosce quella sensazione difficile da descrivere: il momento in cui il suono smette di essere semplice ascolto e diventa ambiente, corpo, pressione fisica. A volte accade attraverso il volume e la saturazione, altre attraverso la rarefazione, il silenzio, la ripetizione o la sospensione. Ma il risultato sembra simile: la musica smette di essere qualcosa che “si ascolta” e diventa uno spazio percettivo dentro cui ci si ritrova immersi.
A quel punto accade qualcosa di strano: il suono sembra provenire da un luogo remotissimo e, contemporaneamente, intimissimo. Non appare “nuovo”. Appare antico. Come se la musica stesse riportando in superficie una memoria non formulata verbalmente. Una memoria corporea, percettiva, quasi pre-linguistica.
Ed è qui che il perturbante freudiano smette di essere soltanto un concetto letterario o clinico e diventa una chiave sorprendentemente utile per leggere l’esperienza musicale.
La musica dal vivo possiede infatti una caratteristica peculiare: è simultaneamente presenza e sparizione. Accade davanti a noi, in modo concretissimo, corporeo, fisico, e nello stesso momento sembra già dissolversi mentre avviene. Forse è anche per questo che molti concerti vengono ricordati in maniera quasi irreale. Non come eventi lineari e pienamente narrabili, ma come blocchi percettivi difficili da ordinare cronologicamente.
Si ricordano dettagli minimi: una frequenza, una luce, una vibrazione nello stomaco, un preciso istante di immobilità collettiva. Molto più raramente si ricorda “cosa è successo” nel senso ordinario del termine. Ed è curioso notare come, parlando di concerti particolarmente intensi, le persone usino spesso un linguaggio che assomiglia più al sogno che al racconto.
Si dice: “a un certo punto sembrava di essere altrove”. Oppure: “ho perso completamente la percezione del tempo”. O ancora: “non saprei spiegare cosa stessi provando”. Sono formulazioni vaghe, apparentemente imprecise, ma estremamente coerenti con ciò che Freud descrive quando parla del funzionamento dell’inconscio.
Forse il punto è proprio questo: la musica dal vivo sembra avere una particolare capacità di indebolire temporaneamente alcune coordinate ordinarie della coscienza. Non necessariamente in modo spettacolare o mistico, ma attraverso piccole alterazioni percettive progressive. La ripetizione insistente di una struttura ritmica, un accumulo graduale di volume, un tempo estremamente lento, oppure una sospensione improvvisa possono modificare profondamente il modo in cui il corpo percepisce lo spazio e la durata.
È difficile descrivere con precisione cosa accada in quei momenti, ma molte persone sembrano riconoscerlo immediatamente quando lo vivono. Come se il concerto producesse una sorta di riemersione di qualcosa di già noto ma dimenticato. Ed è probabilmente questa la qualità più perturbante della musica: la sensazione che certi suoni non stiano introducendo qualcosa di nuovo, ma riportando in superficie qualcosa che era già presente.
Il tempo sospeso dell’inconscio
C’è un altro elemento della teoria freudiana che trovo essenziale quando si parla di musica: l’atemporalità dell’inconscio.
Freud scrive più volte che l’inconscio non conosce il tempo nel modo in cui lo conosce la coscienza. Alcune esperienze psichiche non “passano” davvero. Possono restare sospese, attive, presenti, indipendentemente dagli anni trascorsi. Questo aspetto è stato spesso discusso clinicamente, ma raramente applicato all’ascolto musicale, nonostante la musica sembri continuamente dimostrarlo.
Basta tornare a certi concerti vissuti anni prima. Non come ricordo nostalgico, ma quasi come riattivazione immediata di uno stato interno. Alcune esperienze sonore sembrano infatti depositarsi fuori dal tempo cronologico. Restano disponibili. Latenti. E possono riemergere improvvisamente attraverso una frequenza, un riverbero, un volume, una ripetizione.
È sufficiente ascoltare nuovamente un determinato passaggio musicale, oppure entrare in uno spazio sonoro simile, per ritrovare immediatamente una specifica configurazione emotiva e corporea. Non nel senso semplice del ricordo autobiografico, ma quasi come ritorno diretto di uno stato percettivo.
Questo aspetto è particolarmente evidente nella musica dal vivo perché il concerto coinvolge simultaneamente molte dimensioni dell’esperienza: il corpo, il volume, l’aria, la vicinanza degli altri, la durata fisica dell’ascolto, la stanchezza, l’attesa, la ripetizione. Non si ascolta soltanto con l’udito. Si entra progressivamente dentro una situazione percettiva totale.
Forse è anche per questo che determinati live vengono vissuti come eventi trasformativi. Non perché “insegnino” qualcosa nel senso classico del termine, ma perché sospendono temporaneamente il funzionamento ordinario della percezione. Il tempo cambia consistenza. Dieci minuti sembrano un’ora, oppure scompaiono completamente.
Ci sono concerti in cui il tempo appare improvvisamente dilatato, quasi viscoso. Altri in cui sembra contrarsi fino a diventare irriconoscibile. Alcuni finiscono lasciando la sensazione di essere durati pochissimo nonostante ore di immersione sonora. Altri restano impressi come esperienze interminabili pur essendo stati relativamente brevi.
Ed è curioso notare come gran parte della musica contemporanea più intensa lavori proprio su questo. Ripetizione, droni, lentezza, accumulo, saturazione, ma anche improvvise sottrazioni, vuoti, silenzi, collassi dinamici. Elementi che non servono soltanto a costruire un’estetica, ma a modificare concretamente l’esperienza temporale dell’ascoltatore.
La ripetizione, in particolare, sembra avere un ruolo centrale. Freud stesso attribuisce alla ripetizione una funzione fondamentale nella vita psichica. Alcune esperienze tendono infatti a ritornare, a ripresentarsi, a riattivarsi continuamente. Ed è interessante osservare quanto la musica lavori precisamente attraverso il ritorno.
Il ritornello è ritorno.
Il riff è ritorno.
Il pattern elettronico è ritorno.
Il battito ritmico è ritorno.
Persino l’attesa della variazione musicale funziona spesso proprio grazie alla ripetizione precedente. Il corpo entra progressivamente in una temporalità differente, quasi ipnotica, in cui il ritorno continuo dello stesso elemento produce contemporaneamente stabilità e tensione.
Forse è anche per questo che la musica può risultare così profondamente emotiva senza dover necessariamente “dire” qualcosa in modo esplicito. Molto prima del significato, la musica lavora infatti sulla temporalità dell’esperienza.
In questo senso, molta musica dal vivo sembra funzionare quasi come una tecnologia del perturbante: porta in superficie qualcosa che non riusciamo pienamente a nominare, ma che riconosciamo immediatamente sul piano corporeo ed emotivo.
La musica come ritorno
Forse il punto più interessante è proprio questo: la musica non sembra limitarsi a rappresentare emozioni. Sembra piuttosto creare le condizioni affinché qualcosa ritorni.
Per questo certi concerti producono reazioni così diverse. Alcune persone vivono immersione, commozione, catarsi. Altre provano disagio, saturazione, bisogno di allontanarsi. È possibile osservare questa dinamica molto chiaramente nei live più intensi: qualcuno si avvicina quasi fisicamente alle casse, qualcun altro arretra verso il fondo della sala. Come se il medesimo suono venisse percepito contemporaneamente come richiamo e minaccia.
Ed è probabilmente qui che il perturbante mostra tutta la sua forza teorica. Per Freud ciò che perturba non è mai completamente estraneo: riguarda sempre qualcosa di nostro, qualcosa che ci appartiene profondamente ma che fatichiamo a riconoscere.
La musica dal vivo, soprattutto nelle sue forme più immersive, sembra lavorare esattamente su questa soglia.
Forse è anche per questo che alcuni concerti producono un senso di familiarità inspiegabile. Non nel senso della riconoscibilità stilistica o del gusto personale, ma come percezione improvvisa di qualcosa che “era già lì”. È una sensazione difficile da formulare perché non riguarda direttamente il contenuto della musica, ma il modo in cui essa modifica temporaneamente il rapporto con il tempo, con il corpo e con la memoria.
In alcuni momenti l’ascolto sembra persino sospendere il linguaggio. Non nel senso di una sua assenza totale, ma di una sua momentanea insufficienza. Si continua a percepire, sentire, reagire emotivamente, ma diventa difficile tradurre pienamente quell’esperienza in parole.
Forse è anche per questo che molte persone parlano della musica dal vivo in modo inevitabilmente incompleto. Alcuni concerti sembrano eccedere continuamente la possibilità del racconto. Rimangono impressi come atmosfere, sensazioni fisiche, immagini isolate, frammenti emotivi.
E probabilmente non si tratta di un limite del linguaggio, ma di una caratteristica stessa dell’esperienza musicale. La musica agisce infatti in una zona della psiche che non coincide completamente con il pensiero narrativo o con la verbalizzazione cosciente.
In questo senso il concerto contemporaneo appare quasi paradossale. Da un lato viviamo in un’epoca di ascolto rapido, frammentato, continuamente interrotto. La musica è ovunque, costantemente disponibile, consumabile in pochi secondi attraverso algoritmi, playlist e anticipazioni. Dall’altro continuano a esistere esperienze musicali fondate sulla durata, sull’attesa, sull’eccesso, sulla ripetizione, sulla possibilità di sostare a lungo dentro uno stesso paesaggio sonoro.
Forse proprio perché il concerto offre qualcosa che l’ascolto quotidiano spesso non riesce più a produrre: una sospensione temporanea dell’accelerazione continua.
Per alcune ore si entra in un ambiente in cui il tempo sembra funzionare diversamente. Le coordinate ordinarie si allentano. La ripetizione smette di essere semplice reiterazione e diventa immersione. Il volume smette di essere quantità e diventa spazio.
E forse è proprio qui che il perturbante musicale mostra la sua forma più profonda.
Non necessariamente nella paura.
Non nello shock.
Non nell’eccezionalità dell’evento.
Ma in quella particolare sensazione di riconoscimento difficile da spiegare: l’impressione improvvisa che quel suono, pur sembrando alieno o inaccessibile, ci stesse aspettando da sempre.
Bibliografia
Freud, S. (1899). L’interpretazione dei sogni. In Opere, Vol. 3. Torino: Bollati Boringhieri.
Freud, S. (1914). Ricordare, ripetere e rielaborare. In Opere, Vol. 7. Torino: Bollati Boringhieri.
Freud, S. (1915). L’inconscio. In Opere, Vol. 8. Torino: Bollati Boringhieri.
Freud, S. (1919). Il perturbante. In Opere, Vol. 9. Torino: Bollati Boringhieri.
Freud, S. (1920). Al di là del principio di piacere. In Opere, Vol. 9. Torino: Bollati Boringhieri.

Dott. Lorenzo Secci
Psicologo Psicoterapeuta ad Orientamento Psicoanalitico
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