
Come ridurre l’ansia nelle verifiche orali
L’interrogazione gentile
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Da sempre, nell’ambito della scuola soprattutto secondaria, l’interrogazione è stata legata a un clima fatto di ansia e di particolare tensione. Pensiamo al fatto che anche adulti che ormai si sono diplomati (o anche laureati) da tempo dichiarano di sognare ancora la notte l’esame orale della Maturità. L’immagine del docente che scorre il dito sul registro cartaceo per scegliere chi si dovrà “immolare” è chiara a tutti: adesso, nonostante il registro elettrico, spesso la situazione non è cambiata. L’interrogazione rappresenta per molti studenti una causa di angoscia e di forte ansia da prestazione, pertanto si ricorre spesso ad assenze strategiche o tecniche per evitare di subire questo disagio. In realtà, il momento della verifica orale rappresenta, specie per le materie umanistiche, una fondamentale opportunità di crescita personale, utile per sviluppare metacognizione e autoefficacia. Come ricorda Bandura, infatti, la percezione di autoefficacia è uno dei principali fattori che regolano la gestione dell’ansia. In questa prospettiva, la verifica orale diventa anche un’occasione di autoconsapevolezza metacognitiva, in cui lo studente riflette su come apprende e comunica. Ciò può avvenire, tuttavia, solo in forza di determinate tecniche e accorgimenti che il docente deve tenere a mente.
Comprendere e agire per l’ansia da prestazione degli studenti
Il problema principale cui sono chiamati a far fronte i docenti, riguarda la capacità di discernere fra le ansie “sincere” e quelle “di strategia “. Innanzitutto, bisogna tenere a mente che anche dietro la simulazione dell’ansia come pretesto per non affrontare una verifica orale si nasconde un disagio, che non va ridotto sempre alla mancanza di volontà o di studio personale. Pertanto, è necessario cercare di tenere conto nella progettazione didattica delle specificità e delle difficoltà degli studenti. La presenza di “classi pollaio” o di un numero limitato di ore all’interno di una classe sono solo alcuni degli ostacoli oggettivi in tal senso; occorre quindi un particolare sforzo organizzativo per riuscire a comprendere davvero i bisogni di ogni alunno, confuso fra altri studenti e situazioni.
Per ovviare a tali problematiche, un intervento che garantisce anche maggiore sicurezza in chi davvero soffre di ansia da prestazione può essere prevenire le problematiche, non fronteggiarle in itinere. Prima di ciò è quindi necessario un lavoro minuzioso di osservazione, per comprendere punti di forza e criticità. Ad esempio, esporre in maniera chiara le modalità di verifica e cercare di comprendere cosa possa più congeniale all’indole degli studenti, insieme ovviamente agli obiettivi di apprendimento. Ciò non significa fornire prima le domande che verranno poste, naturalmente, bensì definire i modi e i tempi in cui queste avverranno. Un modo può essere rendere consapevoli gli studenti che al termine di ogni sezione dell’UDA o di un capitolo dopo, sempre per ipotesi, una settimana cominceranno le interrogazioni. In generale sono più consigliabili interventi preventivi: presentare l’interrogazione come un momento di conversazione e di scambio tranquillo e disteso, non un semplice interrogatorio, ma un momento in cui lo studente possa liberamente esporre il proprio sapere per valorizzare quanto ha appreso.
Per fare vivere in questo modo un momento così delicato, ci sono varie tecniche:
- Definire chiaramente gli obiettivi e le modalità di verifica. Perché e come si svolgerà l’interrogazione. Cosa ci si aspetta, cosa non è richiesto. Per farlo comprendere, è utile creare vere e proprie simulazioni;
- Evitare di intervenire continuamente mentre l’alunno sta parlando, anche se per aiutarlo ad aggiustare il “discorso”. Lasciare lo spazio di parola e favorire “micropause” è molto importante. Una buona idea può essere fare le correzioni “dopo”, se l’errore non inficia anche tutto il resto della performance;
- Applicare la didattica dell’errore: gli errori devono essere motivo di crescita e non demonizzati;
- Se necessario, programmare le interrogazioni, specie per favorire gli alunni più fragili;
- Valorizzare nella scelta delle prime domande, seppur in modo giusto e proporzionato, le specificità dell’alunno.
Non sminuire le problematiche e curare il setting
Uno degli errori più comuni quando si fronteggia l’ansia degli studenti durante le verifiche orali, è commentare con leggerezza il loro problema. A volte lo si fa per smascherare chi per mascherare uno studio lacunoso usa l’alibi del “sono emozionato”. Purtroppo, queste situazioni esistono e chi si comporta in questo modo, pur come detto spesso lui stesso ostacolato da altre difficoltà, rischia di mettere in dubbio e in ombra chi ha davvero un problema reale e necessita di un Mentoring particolare. Non bisogna, tuttavia, in virtù di questo mettere in dubbio a priori o sminuire le problematiche che il discente manifesta con affermazioni come “E che sarà mai” o “La verità è che non hai studiato”. Affermazioni così, poste come assiomi più che come inizio di un dialogo, feriscono anziché costruire un rapporto di reciproca fiducia, mentre argomentare maggiormente e cercare di fronteggiare il problema è sicuramente più efficace. In sostanza, meglio rischiare di “cascarci”, che danneggiare l’animo dell’alunno. Scegliere prima di tutto la via della comprensione e dell’aiuto, senza le tipiche frasi “Non hai studiato, vero?”, oppure “Se avessi studiato non avresti l’ansia”. Quest’ultimo è un luogo comune pericoloso, in quanto è invece tipico che chi ha studiato molto abbia molta ansia di fare bene e di dimostrare proprio ciò che ha studiato. Non riesce tuttavia a manifestarlo in maniera efficace a causa di una forte insicurezza personale, per questo il docente ha il compito di favorire l’autoefficacia degli studenti. Come sostiene Bandura, la percezione di autoefficacia è decisiva per affrontare situazioni di valutazione: la fiducia nelle proprie competenze riduce il senso di “minaccia” che a volte la verifica orale porta con sé.
Posto questo nucleo centrale fatto di osservazione, prevenzione e comprensione, se prevenire non ha funzionato, è importante creare un setting confortevole. Ad esempio, si può evitare di fare recare i discenti alla cattedra, oppure interrogarli insieme a un compagno con cui si sa che è in rapporto di stima. Sottolineare, soprattutto, come il valore della persona non sia definito dal valore della performance. Come ricorda Daniel Goleman, l’apprendimento è efficace solo se si crea un equilibrio tra componente cognitiva ed emotiva.
Ancora, per costruire un ambiente accogliente e non competitivo favorire il Peer to peer e organizzare anche momenti di cooperative learning. Per normalizzare l’errore come parte del processo di apprendimento è bene evidenziarlo quanto si evidenziano invece le performance efficaci: se dedico spazio agli errori, così devo fare alle lodi, per bilanciare. Inoltre, un feedback efficace e soprattutto trasparente favorire la percezione della valutazione come dialogo, non come giudizio. L’interrogazione così può diventare, in ottica vygotskiana, uno spazio di co-costruzione del sapere attraverso il linguaggio: dialogare è il centro per garantire l’apprendimento.
Una didattica emotivamente competente tiene conto sicuramente dell’umanità presente in ognuno di noi, e non per questo trascura il rigore della valutazione che pure deve essere giusta ed esatta il più possibile.

Prof.ssa Silvia Argento
Docente e scrittrice
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