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Cosa significa davvero “tenere” la classe?

Tenere la classe è relazione, non fare la guardia in aula

Image by CDC on Unsplash.com


“Tenere la classe” è una delle espressioni più ricorrenti quando si parla di scuola, soprattutto quando si parla di classi vivaci. Questa nomenclatura può sembrare innocua, ma nasconde dietro di sé diverse criticità, in quanto rimanda più che alla dimensione della parola, del dialogo o della partecipazione, all’idea di “sorveglianza” e di “controllo”. Senza dubbio la sorveglianza è una delle responsabilità del docente, specie per classi con studenti di età inferiore ai 18 anni, dal punto di vista proprio legale è compito dell’insegnante assicurarsi che i discenti non solo apprendano, ma lo facciano anche in un ambiente sicuro che per primi devono essere in grado di mantenere. Tuttavia, ciò non deve ridurre il docente a un controllore del comportamento.


Non esiste una regola per “tenere” la classe

L’insegnante non è una sorta di guardiano che deve evitare il caos e neppure un ispettore. Per quanto in sede di lavoro sia un pubblico ufficiale, questa rappresentazione è troppo comoda e soprattutto perniciosa: sposta, infatti, l’attenzione sulla questione del controllo e non sulla relazione educativa. Come se il punto del rapporto tra docente e studente fosse il “potere” che questi esercita sugli alunni. Rimuove, inoltre, dallo schema un elemento importante: la fragilità di ognuno, sia di chi sta dietro la cattedra, sia di chi sta davanti. Egli non è, tuttavia, un domatore di leoni che deve mostrare la sua capacità di controllare tutto. Può avere anche dei momenti legittimi di difficoltà o di smarrimento che non vanno scambiati per una forma di negligenza, bensì per un momento di messa in discussione e crescita che può rivelarsi prezioso. Concepire nel tenere la classe un modus operandi che implica una prigione per tutti, dove il professore debba stare in tensione per cercare di mantenere l’attenzione e il controllo su tutto, si rivela fallimentare anche per quanto riguarda gli studenti: si sentono concepiti sovente, infatti, come esseri inferiori da tenere sotto controllo in quanto incapaci di pensare, cosa che non deve avvenire specialmente trattandosi di studenti della secondaria di secondo grado.

Tenere la classe non significa quindi trattenere o controllare, semmai essere in grado di costruire un rapporto educativo basato sulla fiducia reciproca in cui lo studente non “fa silenzio”, se mai interviene in maniera puntuale, perché è interessato a ciò che sta avvenendo all’interno di un ambiente che gli appartiene tanto quanto al professore, seppur con un ruolo naturalmente diverso. Lo studente non esce dalla classe senza permesso perché ha paura del professore che è in grado di atterrire o di stabilire delle regole che meccanicamente esegue, bensì in quanto per primo l’alunno si sente parte di una comunità di apprendimento in cui agisce secondo routine collaudate, chiare e trasparenti. Tenere la classe significa, quindi, essere in grado di garantire questo ambiente condiviso in maniera reciproca e costruttiva. Specificare ciò significa puntare l’attenzione sulla difficoltà estrema di svolgere questo compito, in quanto per una persona più grande, con maggiori conoscenze, con un forte bagaglio di esperienza, nella maggioranza dei casi non è difficile riuscire a controllare studenti più giovani e anche spesso più malleabili in quanto con un’identità – soprattutto durante l’adolescenza – evidentemente ancora in costruzione, specie se si utilizzano minacce o intimidazioni come se si stesse “addestrando” un animale. Più arduo è, invece, riuscire a guadagnare la loro stima e fare sì che non ubbidiscano, ma in maniera spontanea partecipino. L’esercizio del controllo, inoltre, non tiene conto delle specificità di ogni classe in quanto presuppone sempre un dominatore e un dominato, senza mettere in gioco le fragilità di ambo le parti. Ogni classe è invece un organismo sociale con dinamiche proprie: ruoli, alleanze, energie. Ogni docente, allo stesso modo, porta con sé un proprio stile comunicativo, una presenza e uno stile di insegnamento. È impensabile, quindi, che esista una formula valida per tutte le situazioni. Tenere la classe è trovare ogni volta un punto di equilibrio tra queste variabili.


L’autorevolezza è relazione

Nel lessico quotidiano, sfacciatamente palesato soprattutto quando si parla di situazioni in classe problematiche sono diffusissime parole come “autorità” e “autorevolezza”, che molto spesso si confondono. In realtà, l’etimologia rivela una distinzione decisiva. Entrambi i termini risalgono alla radice latina augēre, “far crescere”, da cui derivano auctor e auctoritas: non chi comanda, ma chi fa crescere gli altri. Nel tempo, autorità si è legata sempre di più a una questione di ruolo o funzione istituzionale. Autorevolezza, invece, richiama la qualità di chi si guadagna questo riconoscimento attraverso la competenza, la coerenza. Nel “tenere” la classe è questo che conta. Si può avere autorità senza essere autorevoli, mentre non si può essere autorevoli senza generare una crescita nell’altro. Per tali ragioni, nella pratica educativa è fondamentale generare una crescita senza rimanere chiusi nel proprio ruolo. Non significa, certamente perderlo: Molti ritengono che, se si palesa una forma di flessibilità eccessiva, possa essere messo a repentaglio il rispetto nei confronti del ruolo del docente, altro elemento costantemente citato nel momento in cui si parla di capacità di tenere la classe.

Da qui deriva tutta una serie di suggerimenti in merito al rapporto da instaurare come “sorridere poco”, “dare poca confidenza”, “mantenere distanza”, “non diventare amico”. Ancora una volta il segreto è l’equilibrio e soprattutto non avere dei preconcetti: non è possibile decidere a priori quanto sorridere in una classe, che genere di rapporto instaurare e quanta confidenza dare senza prima conoscere gli specifici bisogni cognitivi, affettivi ed educativi che appartengono a ogni singolo studente. Ciò in quanto la classe non è una melma omologata da concepire come un unicum, malgrado si tratti senza dubbio di una comunità che è bene riesca ad essere coesa, ma un universo fatto di altri micro-universi che vanno conosciuti, approfonditi, osservati. Non esiste autorevolezza senza cura, senza la capacità di ascoltare.


Il carisma “innato” è un mito

L’idea romantica del docente che “vince” la classe solo grazie al carisma è un mito. È chiaro che, come tutti i rapporti umani, anche la relazione educativa possa essere influenzata da questioni di affinità elettive o banalmente di sensazioni “a pelle”, ergo qualsiasi docente se si dimostra affabile secondo i gusti e le preferenze degli alunni che trova (pertanto è una questione di fortuna negli incontri) può essere avvantaggiato, ma tale fortuna va per forza supportata anche da strumenti molto concreti: routine chiare, consegne ben formulate, tempi realistici, attività calibrate sui bisogni degli studenti. Quando gli studenti percepiscono che il percorso segue il buon senso, la gestione della classe diventa naturale. Quando si è in grado di “leggere la stanza”, creare micro-pause, dosare richieste e favori, gestire la comunicazione, intervenire con anticipo, allora non è carisma, ma competenza. Altrimenti il docente diventa un attore su un palco e gli altri gli spettatori. Pensare che una classe “tenuta” sia una classe silenziosa, immobile, come gli spettatori a teatro è erroneo: la classe davvero tenuta è la compagnia teatrale che lavora, che dialoga, che sbaglia e riprova. Dove c’è movimento, ma un movimento orientato. Dove le energie non siano represse, bensì incanalate in altro.

Certo, può sembrare idilliaco e ideale e senza dubbio lo è, in quanto esistono classi fatte da elementi estremamente negativi che mettono a repentaglio la fiducia che il docente ha in se stesso e di conseguenza la buona riuscita anche del suo lavoro nonché dell’apprendimento degli stessi studenti. Proprio in quanto non si tratta di un semplice domatore che esegue e fa eseguire delle regole, allora il docente deve essere pronto a reinventarsi costantemente, A fare lavoro di squadra con i colleghi e chiedere aiuto ai più esperti per comprendere come migliorare, senza però essere colpevolizzato per le sue legittime fragilità. Nonostante, come già sottolineato gli studenti siano sempre più giovani e meno esperienti, tranne in alcuni casi come nell’istruzione per adulti in un’ottica di lifelong learning, è pur vero che spesso ci si trova con classi pollaio di fronte a tantissimi elementi eterogenei da gestire, che possono anche essere concepiti come dei “nemici” da un docente che si rende conto di non riuscire a conquistare la loro attenzione. Sono momenti estremamente delicati per qualsiasi insegnante, ma che riescono a costruire quel bagaglio di interventi e competenze che la parola “tenere” non potrà mai, per l’appunto, tenere in sé.


Prof.ssa Silvia Argento Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Prof.ssa Silvia Argento
Docente e scrittrice
Bio | Articoli
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