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Dal fondoschiena al fronte di guerra

Come i social media ci disconnettono dalla realtà

Image by Taras Shypka on Unsplash.com


Quando Trump e Musk hanno iniziato a dirsele di santa ragione qualche settimana fa su X, ho avuto un déjà-vu. Le principali testate giornalistiche riportavano la notizia prima di una certa maretta, poi di una crisi, poi di un divorzio. Aggiornamenti quasi live, in tempo reale. Sui miei social hanno cominciato a girare i primi meme o qualche post sagace di amici che in queste circostanze non vedono l’ora di sfoggiare la loro sarcastica brevitas e la puntualità nell’essere sempre sul pezzo.

Era di nuovo Fedez vs Tony Effe, insomma.

Ecco: così oggi è la realtà dei social. Nel tempo di uno scroll puoi passare dal culo di una modella ai bambini che si accalcano per un pezzo di pane a Gaza, da un reel con la skincare routine all’ayatollah iraniano che minaccia Israele, passando per il tweet di un politico americano che sfida il governatore della California come fosse un dissing da TikTok. Tutto ha la stessa urgenza, lo stesso formato, ma non lo stesso valore.


La tragedia come contenuto

Oggi la guerra è un contenuto come un altro. Il dolore ci arriva filtrato in 1080p, montato in verticale, con sottotitoli gialli. Le immagini da Gaza, dall’Ucraina o dal confine Israele-Libano arrivano dritte negli occhi, ci commuovono un attimo, poi spariscono sostituite da qualcosa di leggero, sexy o stupido.

Certo, è colpa dell’algoritmo che sa benissimo che segui un fotoreporter palestinese ma anche un’influencer di yoga e che ti preoccupi della tua cellulite in vista delle ferie. Ma è anche una questione di attenzione emotiva: ci commuoviamo, rilanciamo, poi ridiamo di un meme (se non siamo tra quelli che li fanno, forse in una forma di esorcismo del terrore). Tutto – anche il conflitto – deve convivere nello stesso flusso e se non trattiene l’occhio, scompare.


Come se fosse un derby

E qui si fa ancora più surreale. Sotto i post ufficiali di guerra – che siano di Khamenei, del governo israeliano o dei leader occidentali – si scatenano migliaia di commenti da veri e propri ultrà. Non è più politica, è tifo da stadio. Come se fosse Roma-Lazio o Manchester City-Manchester United.

C’è chi scrive “Radeteli al suolo”, chi posta bandiere infuocate, chi insulta, chi ironizza. Le tragedie diventano terreno di sfottò, le bombe metafore calcistiche. È la trasformazione del dolore in polarizzazione estrema: o sei con me o contro di me. Non ci sono sfumature, solo squadre da tifare. Ma non è una partita. Sono vite umane.


Politici come trapper

Anche la politica ha preso il linguaggio dello scontro social. Prendete gli Stati Uniti: il governatore della California, Gavin Newsom, ha minacciato di fare causa a Fox News per 787 milioni di dollari, accusandola di aver manipolato un video su una telefonata con Trump relativa all’invio della Guardia Nazionale a Los Angeles.

La cifra non è casuale: 787 milioni è la stessa che Fox ha dovuto pagare a Dominion nel 2023, un chiaro messaggio virale (e a me Newsom piace, già solo perché si è caricato l’onere di governare lo Stato che per antonomasia è il banco di prova della politica americana – e mi sembra ne sia ben consapevole e compiaciuto). Niente comunicati istituzionali in forma sobria, però: tweet, post, frecciate pubbliche. Trump risponde su Truth Social, Newsom rilancia su X, Fox replica con sarcasmo via comunicato.


Scrollare l’apocalisse

Nel frattempo, a Gaza si muore davvero. Bambini fanno la fila per un sacchetto di farina e gli ospedali che restano in piedi sono senza corrente. Tra un post di Chiara Ferragni e uno spot per l’ultima AI che disegna il tuo avatar, quelle immagini sembrano di un altro pianeta, o di un film. E la distanza emotiva aumenta, esattamente come al cinema quando guardiamo un film horror e ridiamo: è finto, lo sappiamo, possiamo rimettere l’adrenalina nel surrene.


Imparare a sostare

I social ci danno l’informazione in tempo reale, da mille fonti. E sono preziosissimi di questi tempi. Il guaio è che ci impongono un ritmo che uccide la profondità. La realtà compressa in stories da 15 secondi perde senso, contesto, umanità.

Non possiamo cambiare l’algoritmo, ma possiamo scegliere di rallentare. Possiamo distinguere tra ciò che è solo intrattenimento e ciò che merita ascolto. Possiamo decidere, almeno noi, di non ridurre tutto a una partita.

Perché non è una gara e non è un derby. E anche nello sport, comunque, certi atteggiamenti non passano né inosservati né impuniti.


Marialuisa Ferraro Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Marialuisa Ferraro
Insegnante di yoga, chitarrista, docente di musica
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