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Gli aspetti diseducativi dello sport

Mens sana in corpore sano?

Image by Debra Brewster on Unsplash.com


Lo sport è comunemente considerato uno strumento educativo fondamentale per la crescita dell’individuo e soprattutto per i giovani innanzi tutto per i benefici che si hanno a livello psicofisico e anche a livello comportamentale. Lo sport, idealmente. dovrebbe insegnare il rispetto delle regole, la collaborazione, la lealtà, la costanza, la perseveranza, il sacrificio. Tuttavia, accanto a questi indubbi aspetti positivi, esistono anche numerosi aspetti diseducativi dello sport che non sono inerenti alle specifiche attività fisiche ma agli universi simbolici ad esse connesse. Infatti il solo trasformare un’attività fisica che offre di per sé un piacere sensoriale in un’attività agonistica, sporca immancabilmente la bellezza dell’attività stessa, perché il piacere del movimento si trasforma in una lotta “contro” qualcuno, introducendo una visione conflittuale delle relazioni che presuppone la supremazia di uno e qualcun altro che soccombe, esattamente come una guerra. Questi aspetti negativi emergono quando la pratica sportiva viene vissuta con una competitività  esasperata (che si riscontra in quasi tutti gli sport a livello professionale, ma non solo).Questo perché attorno allo sport a livello professionale gravitano diversi fattori che vanno a sporcare ancor di più ciò che la concezione agonstIica delle sport ha già sporcato. Per questo motivo il corpo sano spesso non è supportato da una “mente” sana, ovvero dai significati simbolici che gravitano attorno allo sport e questo è l’argomento che tratterò in questo articolo.


La dualità

Il primo aspetto di criticità è rappresentato dalla dualità inerente nel concetto di “agonismo”, termine che deriva dal greco che ha insiti in sé i concetti di “lotta” e “combattimento” anche se denotava anche dibattiti pubblici. La dualità presuppone un Io separato dal proprio ambiente, assimilabile al concetto darwiniano della sopravvivenza del più forte. In questo modo anche nello sport giovanile, l’obiettivo della vittoria tende a prevalere sul piacere del gioco e sull’apprendimento. Vincere diventa l’unico scopo, mentre perdere è vissuto come un fallimento totale che per un adolescente può facilmente generare frustrazione, ansia e insicurezza andando ad incrinare lo sviluppo della propria autostima. In tal modo lo sport smette di essere un’esperienza formativa e diventa maggiormente fonte di pressione psicologica perché si fonda sull’idea che conti solo il successo e non l’impegno o il miglioramento personale.


La violenza nello sport

Una conseguenza della dei concetti di dualità ed agonismo è che lo sportivo, indipendentemente dal suo   livello di dilettantismo o professionalità, può arrivare a perde la sua capacità di autocontrollo per farsi    guidare totalmente dalla propria emotività che a volte, oltre al mancato rispetto delle regole, si manifesta come aggressività, violenza verbale e spesso anche fisica. Le scene di insulti agli arbitri, di risse tra giocatori o atteggiamenti scorretti nei confronti degli avversari ormai è all’ordine del giorno. Il problema è che a volte, tali comportamenti, vengono  tollerati o addirittura giustificati in nome della competizione, trasmettendo così un messaggio di normalizzazione della violenza, che è particolarmente nocivo soprattutto per le giovani       generazioni.


Il linguaggio dei cronisti

A questa situazione già compromessa si aggiunge un altro aspetto che, per la sua capacità di raggiungere milioni di persone, contribuisce fortemente alla degradazione della bellezza dello sport e soprattutto dei valori umani. Mi riferisco al linguaggio che alcuni cronisti “sportivi” utilizzano in particolar modo nelle loro telecronache delle dirette di competizioni sportive. Ormai è “d’obbligo” usare il sostantivo “cattiveria”: per esempio nelle telecronache delle partite di calcio della nazionale italiana si connota in senso positivo quanta “cattiveria” la squadra degli azzurri debba mostrare per riuscire a vincere l’avversario, oppure termini come “cinismo” ed altro linguaggio di tipo bellicoso. Quando ascolto questo tipo di linguaggio, oltre ad essere particolarmente offensivo per il genere umano, è come se si stesse commentando una lotta cruenta senza esclusioni di colpi… In effetti anche l’estetica del gioco del calcio è cambiata molto negli ultimi 40 anni: alcuni  attualli modalità di contrasto fra giocatori negli anni addietro sarebbero stati fischiati immediatamente come falli mentre ora, il solito cronista di turno, non parla più di eleganza del dribling ma di “fisicità” come se lo sport che sta commentando fosse una gara di lotta greco-romana e non una partita di calcio. Questo cambiamento “estetico” vuol dire molto, perché si afferma il concetto che la gentilezza e l’eleganza non sono più di moda e che la prepotenza è ciò che ha preso il loro posto… Ma a questo punto, se devo assistere ad uno spettacolo di questo tipo, vado ad una partita di rugby, almeno lì c’è coerenza fra regole del gioco e gioco giocato.

La conseguenza dei messaggi di questi telecronisti “sportivi” (che di sportivo non hanno nulla) è che si legittima il linguaggio e la prassi della violenza che già viene attuata nella realtà dalle varie tifoserie in       particolare del calcio, ma qui si aprirebbe un altro capitolo.


L’incitamento e l’esclusione

In questo contesto di violenza mediatica non poteva mancare, (soprattutto a livello di sport amatoriale), anche il ruolo di alcuni allenatori e di molti genitori: i primi perché o troppo autoritari o troppo ossessionati dal risultato da raggiungere, possono mortificare i ragazzi, umiliarli o escluderli se non raggiungono  determinati standard di prestazione. Allo stesso modo, quei genitori che proiettano sui figli le proprie      ambizioni di rivalsa per i propri fallimenti, possono creare un clima di forte pressione, trasformando lo sport in una fonte di stress e disagio. un obbligo prestazionale anziché una libera attività sportiva di svago e crescita psicofisica.

In questo tipo di contesti si arriva facilmente all’esclusione e alla discriminazione per chi è meno dotato   fisicamente, chi ha disabilità o chi proviene da contesti sociali svantaggiati. Per molti bambini ciò rappresenta un vero e prorpio trauma psicologico. Quando lo sport seleziona anziché includere, può rafforzare sentimenti di inferiorità e ingiustizia e fomentare episodi di razzismo, sessismo e omofobia sia negli stadi che nei piccoli centri sportivi, cosa che naturalmente rappresenta un grave fallimento educativo poiché lo sport dovrebbe promuovere l’uguaglianza e il rispetto delle differenze.


I soldi che girano…

Un ulteriore aspetto diseducativo riguarda l’eccessiva commercializzazione dello sport. Oggi, soprattutto nello sport professionistico, l’aspetto economico ha assunto un ruolo dominante. Gli atleti, anche se pagati abbondantemente, possono arrivare ad essere considerati come “prodotti”, perché le società puntano primariamente al profitto e solo secondariamente alla qualità del gioco della propria squadra. Basti pensare all’acquisto di squadre italiane da società straniere che ovviamente non hanno alcun interesse per la squadra stessa dal punto di vista dell’appartenenza.

Tutto ciò contribuisce a snaturare il significato originario dello sport ed anche in questo caso si trasmette l’idea che il successo economico sia più importante dei valori umani e che l’atleta valga solo in base alla sua resa commerciale che va ad alimentare una visione materialistica e superficiale dello sport e della vita in generale.


A tutti i costi

Visti gli interessi milionari nello sport a livello professionale la massima di Pierre de Coubertin,     “l’importante è partecipare” si è ora trasformata in “l’importante è vincere a tutti i costi” ed ecco che si sviluppano accordi segreti per “perdere” una partita o usare influenze estranee allo sport. Per lo stesso motivo si può sviluppare un’ossessione per la prestazione (e quindi per il guadagno economico) che può andare a discapito della valenza psicoeducativa dello sport fino ad arrivare ad usare il doping per arrivare ad una performance che non si è in grado di raggiungere. L’uso di sostanze dopanti, oltre a rischio la salute degli stessi atleti, contribuisce, come gli altri fattori sopra menzionati, a veicolare valori profondamente negativi come l’inganno, la scorciatoia e la mancanza di rispetto per le regole. Quando atleti famosi vengono coinvolti in scandali legati al doping, l’immagine dello sport come spazio di lealtà e correttezza viene compromessa.

Ma questa ossessione per la performance può anche essere legata ad una lotta contro se stessi, contro i propri limiti o i propri record già raggiunti.

Miglioro di un centesimo il mio record: sono diventato una persona migliore? ho cambiato qualcosa nel mondo? No, e so anche che è un risultato impermanente perché qualcun altro lo migliorerà“.

Con questo non voglio dire che non bisogna superare i propri limiti sportivi ma solo riportare la “giusta”  visione delle cose.


Conclusioni

In conclusione non vorrei che con questo articolo si passasse l’idea che lo sport è negativo di per sé, perché è proprio il contrario, infatti se praticato senza gli eccessi sopra menzionati, è una vera palestra di vita perché stimola e promuove impegno, costanza, controllo di sé, socialità, condivisione, etica, aspetti ai quali si   aggiungono tutti i benefici a livello fisico e questo vale per tutte le età, ovviamente, adattandolo ai limiti ed alle possibilità individuali.

Di fatto i messaggi che gravitano attorno allo sport, che spesso non sono edificanti, non sono altro che uno specchio dei “valori” della nostra società attuale. Non è che prima non ci fosse competizione ma non esistevano le comunicazioni di massa (ed ora i social media) in grado di influenzare pesantemente i valori di miliardi di individui. La nostra società, a livello di massa, è cognitivamente predominata dall’idea della “sopraffazione”, ma paradossalmente a livello individuale invece predomina il concetto di “collaborazione” ed a questo proposito è interessante rifarsi alla teoria “win win” di Willilam Ury e Roger Fisher, che nel 1981 pubblicarono il libro “L’arte del negoziato. Per chi vuole ottenere il meglio in una trattativa ed evitare lo scontro”. Questa teoria infatti propone una visione cooperativa dei giochi e delle  relazioni, dove non vi è nessun perdente ma tutti i partecipanti ottengono un proprio beneficio. Ovviamente tale teoria non può essere applicata allo sport agonistico ma potrebbe portare valore anche in quei contesti… e magari alcuni cronisti cambierebbero il linguaggio divisivo, conflittuale ed a volte violento che usano nelle telecronache soprattutto internazionali.

Che dici, giochiamo a win win?


Dott. Ivo Papadopoulos Autore presso La Mente Pensante Magazine
Dott. Ivo Papadopoulos
Psicologo Clinico | Sociologo
Bio | Articoli | Intervista scrittori pensanti | AIPP Novembre 2023
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