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Ricordi veri, ricordi falsi

Come la mente costruisce e ricostruisce il passato

Image by ian dooley on Unsplash.com


Siamo davvero certi di sapere cosa siano i ricordi?
Quando usiamo la parola ricordo, spesso ci riferiamo alla memoria di eventi realmente accaduti o di episodi del passato che contribuiscono a definire chi siamo e da dove veniamo. Tuttavia, la scienza della memoria ha da tempo dimostrato come i ricordi non siano registrazioni oggettive del passato, ma costruzioni e ricostruzioni dello stesso che si modificano continuamente in risposta al contesto sociale, emotivo e culturale del presente.

In altre parole, ogni volta che ricordiamo un evento o un’informazione, non ci limitiamo a “ripescare” un contenuto immutabile: al contrario, lo ricostruiamo, integrando pregresse tracce mnestiche con le conoscenze, le aspettative e le emozioni attuali. In questo processo, ogni evento viene inevitabilmente trasformato nella propria mente, dando origine a una nuova versione dell’esperienza originaria.

In questo scenario, il confine tra ciò che è realmente accaduto e ciò che crediamo sia accaduto può diventare molto sottile. È proprio all’interno di questo spazio che si collocano i falsi ricordi, ovvero ricordi fabbricati o profondamente distorti di eventi mai avvenuti o vissuti in modo diverso dalla realtà (Rogers, 1995). Eppure, è opportuno affermare fin da subito che i falsi ricordi non rappresentano anomalie rare, ma un prodotto naturale del funzionamento della memoria umana (Loftus, 1996). Proprio per questo, è fondamentale imparare a riconoscerli. In un’epoca in cui il flusso continuo di informazioni contribuisce in modo decisivo alla costruzione dell’identità personale e collettiva, diventa allora cruciale interrogarsi su ciò che accade quando ciò che ricordiamo è impreciso, distorto o addirittura inventato.


Cosa sono i falsi ricordi

Un falso ricordo viene definito come la ricostruzione fabbricata o distorta di un evento, che viene ricordato e considerato reale pur non essendolo (Rogers, 1995). Gli studi di Elizabeth Loftus hanno dimostrato come la memoria sia altamente suggestionabile: basta un’informazione fuorviante, come una domanda formulata in modo ambiguo o una narrazione ripetuta nel tempo, per alterare ciò che una persona crede di ricordare. In uno dei suoi studi più celebri, la semplice formulazione di una domanda (“A che velocità andavano le auto quando si sono scontrate?” rispetto a “quando si sono toccate?”) era sufficiente a cambiare la velocità stimata e persino a far “ricordare” dettagli inesistenti, come vetri rotti mai presenti (Loftus & Palmer, 1974). Come sottolinea la Loftus, “le persone possono arrivare a ricordare interi eventi che non sono mai accaduti, e farlo con grande sicurezza e ricchezza di dettagli” (Loftus, 2005). La questione più rivelante è chi sperimenta un falso ricordo non sta mentendo ma, anzi, è profondamente convinto della sua verità.

Ma come si può distinguere un vero ricordo da un falso ricordo? Studi di neuroimaging hanno mostrato che il cervello si attiva in modo diverso quando rievoca eventi realmente vissuti rispetto a quando costruisce ricordi distorti o inesistenti (Okado & Stark, 2005). In particolare, il recupero di veri ricordi è associato a una maggiore attivazione dell’ippocampo, una regione cruciale per la memoria episodica e per la rievocazione dei dettagli contestuali. I falsi ricordi, invece, tendono a coinvolgere maggiormente la corteccia temporale laterale, un’area implicata nell’elaborazione semantica, ovvero nel significato generale di un’esperienza più che nei suoi elementi percettivi specifici. Quando la memoria si affida soprattutto al senso complessivo di ciò che è accaduto, piuttosto che ai dettagli sensoriali e contestuali, aumenta la probabilità di ricordare come reali eventi che non sono mai avvenuti, ma che risultano plausibili e coerenti con le proprie conoscenze pregresse.


La suscettibilità ai falsi ricordi

I falsi ricordi non sono semplici errori casuali della memoria ma nascono dall’interazione tra convinzioni e conoscenze personali, emozioni e capacità cognitive.  Alcuni studi suggeriscono che la frequenza dei falsi ricordi aumenti quando le persone giudicano un evento credibile, anche senza ricordarlo davvero. Ad esempio, in ambito politico, è stato dimostrato che un forte interesse per un tema aumenta la probabilità di sviluppare falsi ricordi coerenti con le proprie posizioni (O’Connell & Greene, 2017).

Un fattore chiave di protezione sembra essere la capacità di pensiero analitico. Chi è più incline a ragionare in modo critico mostra una maggiore resistenza alle fake news e una maggiore capacità di monitorare la fonte dei propri ricordi (Pennycook & Rand, 2019). Inoltre, la ricerca mostra anche un forte effetto di congruenza: quando una notizia falsa è allineata con convinzioni e atteggiamenti preesistenti, aumenta la probabilità che venga ricordata come vera. Questo effetto è stato osservato anche in contesti reali, come durante un referendum sull’aborto (Murphy et al., 2019), confermando come la memoria sia profondamente influenzata dalle nostre posizioni ideologiche.

Un altro elemento critico è l’overclaiming, ovvero la tendenza a sviluppare un falso ricordo da parte delle persone che faticano ad ammettere di non sapere (soprattutto in determinati contesti sociali). Paradossalmente, invece, una maggiore conoscenza oggettiva su un tema sembra invece funzionare come fattore protettivo: chi possiede competenze solide sviluppa schemi cognitivi più stabili, che facilitano la valutazione critica della plausibilità delle informazioni (Chi, 2014; Scuotto et al., 2021)

Infine, le emozioni svolgono un ruolo centrale. Gli eventi emotivamente intensi tendono a essere ricordati meglio grazie all’attivazione dei sistemi neurobiologici legati allo stress. Tuttavia, non tutte le emozioni hanno lo stesso effetto: le emozioni negative favoriscono un’elaborazione più attenta e dettagliata, mentre quelle positive sono associate a uno stile di pensiero più globale e schematizzato. Questo rende gli individui in uno stato emotivo positivo più vulnerabili all’integrazione di informazioni fuorvianti nei propri ricordi (Kaplan et a., 2016).


Falsi ricordi: rischio o opportunità?

I ricordi non sono semplici tracce del passato: costituiscono il fondamento della nostra identità. Quando questi ricordi sono distorti, anche la narrazione del sé può esserlo. Nel tempo, i falsi ricordi possono diventare parte integrante della storia personale, influenzando convinzioni, decisioni e relazioni. In questo senso, la disinformazione può alterare non solo ciò che si sa ma anche chi si è. Eppure, i falsi ricordi non rappresentano un malfunzionamento eccezionale della memoria, ma un’estensione dei suoi normali meccanismi di funzionamento. La memoria umana è una ricostruzione degli eventi e gli esseri umani, per ragioni di adattamento e di sopravvivenza, privilegiano il ricordo del significato generale delle esperienze, il quale supporta la previsione e la flessibilità cognitiva (Schacter et al., 2011).

Pertanto, il rischio emerge quando la flessibilità della memoria viene sfruttata da persone o media che diffondono informazioni distorte in assenza di una consapevolezza e una conoscenza dei meccanismi della memoria da parte del soggetto che le riceve.

Comprendere i falsi ricordi, quindi, è necessario per sviluppare una consapevolezza dei limiti del proprio funzionamento che ci guidi nella lettura delle informazioni e dei ricordi. Le abilità di pensiero analitico, il confronto tra fonti e la disponibilità a mettere in discussione le proprie certezze diventano strumenti essenziali per proteggere non solo la memoria, ma anche l’identità personale e perfino collettiva.


Bibliografia

Chi, M. T., Glaser, R., & Farr, M. J. (2014). The nature of expertise. Psychology Press.
Kaplan, R. L., Van Damme, I., Levine, L. J., & Loftus, E. F. (2016). Emotion and false memory. Emotion Review, 8(1), 8-13.
Loftus, E. (1996). Memory distortion and false memory creation. Journal of the American Academy of Psychiatry and the Law Online.
Loftus, E. F., & Palmer, J. C. (1974). Reconstruction of automobile destruction: An example of the interaction between language and memory. Journal of verbal learning and verbal behavior, 13(5), 585-589.
O’Connell, A., & Greene, C. M. (2017). Not strange but not true: Self-reported interest in a topic increases false memory. Memory, 25(8), 969-977.
Okado, Y., & Stark, C. E. (2005). Neural activity during encoding predicts false memories created by misinformation. Learning & memory, 12(1), 3-11.
Pennycook, G., & Rand, D. G. (2019). Lazy, not biased: Susceptibility to partisan fake news is better explained by lack of reasoning than by motivated reasoning. Cognition, 188, 39-50.
Rogers, M. L. (1995). Factors influencing recall of childhood sexual abuse. Journal of traumatic stress, 8(4), 691-716.
Schacter, D. L., Guerin, S. A., & Jacques, P. L. S. (2011). Memory distortion: An adaptive perspective. Trends in cognitive sciences, 15(10), 467-474.
Scuotto, C., Ilardi, C. R., Avallone, F., Maggi, G., Ilardi, A., Borrelli, G., … & Perrella, R. (2021). Objective knowledge mediates the relationship between the use of social media and COVID-19-related false memories. Brain Sciences, 11(11), 1489.


Dott.ssa Chiara Scuotto Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Chiara Scuotto
Psicologa, Psicoterapeuta in formazione sistemico relazionale e dottoranda in Psicologia
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