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L’inconscio meditativo

Definizione e ripasso di alcuni concetti

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Mi è stato chiesto di parlare di un concetto che trattai diversi anni fa, quando iniziai a scrivere e a parlare di meditazione, essendo stato uno dei primi studiosi ad introdurre l’argomento in ambito universitario italiano. Lo faccio quindi molto volentieri cercando di essere semplice nella spiegazione di qualcosa oggi molto utile e molto studiato sia nel campo della psicologia generale che clinica che delle neuroscienze.


Introduzione

Nel panorama degli studi sull’inconscio, le teorie freudiane e junghiane hanno per lungo tempo praticamente dominato il dibattito scientifico e filosofico. Tuttavia, con l’evolversi delle pratiche contemplative, delle neuroscienze appunto e anche della psicologia transpersonale, emergono continuamente nuove letture e prospettive. In questo contesto si inserisce quindi il concetto di inconscio meditativo, dal sottoscritto elaborato e introdotto in letteratura anni fa come un tentativo di integrare e superare alcune limitazioni delle teorie classiche, cercando di evidenziare e valorizzare esperienze interiori che sfuggono ai paradigmi analitici tradizionali.

Questo articolo intende partire offrendo un approfondimento molto sintetico sull’evoluzione storica del concetto di inconscio, nominando autori e scuole che avevano già intuito la complessità del mondo psichico nascosto, per arrivare quindi ad una definizione dettagliata dell’inconscio meditativo, e concludendo poi proponendo un confronto critico con l’inconscio freudiano e junghiano, al fine di delineare la specificità e il potenziale di questo nuovo, ma in realtà antico, paradigma.


Un po’ di storia sulle interpretazioni dell’inconscio

Al giorno d’oggi siamo generalmente abituati a pensare all’inconscio come un oggetto di studio che è stato scoperto da Freud e che possiede determinate caratteristiche. Senza appesantire troppo l’argomento, in realtà dobbiamo necessariamente ricordare che Freud è solo uno della catena dei pensatori che ha espresso pensieri sull’argomento.

Prima di lui questo concetto era già presente infatti in varie forme nella filosofia, nella medicina, ma soprattutto, vedremo, nelle psicologie orientali. Contrariamente all’opinione diffusa, la scoperta dell’acqua calda ci dice che Freud non è stato il primo a ipotizzare l’esistenza di contenuti mentali inconsci, né in realtà a sistematizzarli, se non come concetti clinici nella sua propria teoria. Già nella filosofia antica e nella medicina medievale si rintracciano infatti intuizioni su una “vita interiore” non accessibile alla coscienza; ma le prime vere strutturate teorie sull’inconscio possono essere in realtà ritrovate addentrandoci nello studio della meditazione.

Facciamo solo un po’ di velocissima storia solo per fornire spunti di approfondimento ai lettori interessati.

Partiamo cronologicamente, in ambito occidentale, per ciò che possiamo sapere, da Platone (428-348 a. C.). Nel mito della biga alata (Fedro), l’anima viene descritta come divisa in una parte razionale (auriga) e due forze inconsce: il cavallo nero (desideri irrazionali) e il cavallo bianco (impulsi nobili).

Aristotele (384 – 322 a.C.), nel De Anima accenna a processi mentali che avvengono “senza che noi ne siamo consapevoli”. Aritsotele introduce poi l’idea del sogno come rivelatore di contenuti non coscienti (Parva Naturalia).

Plotino (205 – 270) sosteneva che l’anima potesse connettersi a livelli profondi dell’essere, trascendenti il pensiero razionale. Nelle Enneadi descrive l’anima come stratificata, con livelli “inaccessibili” alla ragione ordinaria. Questa idea prefigura in parte la nozione di psiche inconscia, come sede di forze vitali e misteriose.

In Oriente, nell’ Induismo e nel Buddhismo abbiamo i concetti di vasana (impressioni inconsce che guidano il karma), e quello di alaya-vijnana (coscienza deposito nel buddhismo Yogacara), che anticipano l’idea di un inconscio dinamico. Le pratiche meditative mirano a portare alla luce questi strati nascosti.

Nel Sufismo, Ibn Arabi (1165 – 1240) parlava di un inconscio cosmico (malakut), una dimensione intermedia tra il visibile e l’invisibile.

Nel Cristianesimo medievale abbiamo poi Sant’Agostino (354 – 430) che nelle Confessioni analizzava desideri repressi e la “memoria profonda” come sede di verità nascoste.

Venendo più ai nostri tempi, abbiamo Gottfried Wilhelm Leibniz (1646 – 1716), filosofo e matematico, che introdusse le petite perceptions come percezioni infinitesimali non coscienti che influenzano il comportamento.

Abbiamo poi Carl Gustav Carus (1789 – 1869) che nel suo lavoro “Psiche” (1846) descrisse l’inconscio come radice della vita psichica. Per Carus l’inconscio è creativo, collegato alla natura, e non solo un deposito di traumi.

Immanuel Kant (1724 – 1804) ipotizzò che molte facoltà della mente (come l’immaginazione trascendentale) operassero al di fuori della consapevolezza. Friedrich Schelling (1775 – 1854), con la sua “filosofia dell’identità”, propose che l’inconscio fosse la radice creativa e spirituale dell’essere, una concezione profondamente diversa da quella poi sviluppata da Freud.

Secondo Johann Friedrich Herbart (1776 – 1841) poi, si poteva parlare di conflitti tra idee: alcune idee verrebbero quindi represse e diventerebbero inconsce.

Arthur Schopenauer (1788 – 1860) fu colui che nel “Mondo come volontà e rappresentazione” (1818) descrisse una volontà cieca ed irrazionale che muove l’uomo al di sotto della ragione, e Freud ammise che Schopenauer aveva anticipato la sua teoria delle pulsioni.

Von Hartmann, nel suo Filosofia dell’Inconscio (1869), sistematizzò la nozione come un principio universale che guida soggetti e collettività, anticipando alcune idee che verranno poi approfondite da Jung.

Arrivando agli ipnotisti del nostro tempo, Franz Anton Mesmer (1734 – 1815) mostrò come la coscienza poteva essere influenzata da forze nascoste, e Jean-Martin Charcot (1825 – 1893) e Pierre Janet (1859 – 1947) studiando l’isteria mostrarono come determinati traumi potevano generare sintomi fisici attraverso meccanismi psicologici inconsci. Janet fu poi il primo ad usare il termine “subconscio” prima di Freud.

Ecco quindi che arriviamo a Sigmund Freud, dal quale crediamo appunto comunemente ma erroneamente sia nato il “concetto” di inconscio. Egli descriveva questo concetto secondo queste caratteristiche: 1) si parla di una struttura e di una dinamica della mente umana con leggi proprie; 2) è un inconscio visto come un calderone potenzialmente pieno di traumi e legato ai concetti di sessualità e repressione; 3) è accessibile tramite il metodo scientifico della psicoanalisi.

Voglio qui lasciare al lettore soprattutto l’approfondimento del terzo punto relativo alla scientificità della psicoanalisi e dei suoi metodi (per molti la psicoanalisi è tuttora una pseudoscienza nella quale nulla è falsificabile), e cercare di mostrare come Freud, chiaramente con la sua buona volontà e i suoi meritevoli intenti, non abbia né scoperto né sistematizzato nulla che già non ci fosse o non si conoscesse, anche sotto altri termini, e va da sé come semplicemente abbia concepito l’inconscio secondo il SUO punto di vista, ma pur sempre parziale come quello di tutti gli altri punti di vista. Teniamo sempre in mente questa affermazione: nel metodo scientifico è l’osservatore che definisce la teoria.


Una prima precisazione

Il concetto di inconscio meditativo può essere quindi certamente fatto risalire a quando l’uomo ha iniziato a meditare, cioè praticamente in realtà a migliaia di anni fa. Come abbiamo visto, storicamente il concetto di inconscio è quindi molto più antico di quello descritto da Freud o da Jung, che hanno quindi semplicemente espresso dei fenomeni secondo le loro visioni, le loro teorie e i loro modelli, applicandoli nella loro pratica con i loro pazienti.

Con la meditazione l’uomo invece ha sempre avuto a che fare con il proprio inconscio, o meglio con le proprie parti inconsce, quindi già migliaia di anni prima di Freud, Jung, o altri. Semplicemente, dato che l’uomo ripetiamo pratica meditazione da migliaia di anni, è la prima occasione nella quale abbiamo il diritto e il dovere di parlare di inconscio come processi e come contenuti.

Definiamo quindi l’inconscio meditativo come il primo momento in cui si svelano e si definiscono il concetto e le funzionalità dell’inconscio. La diamo perciò come definizione storica, per ciò che possiamo sapere.

Non deve però esistere alcun litigio o diatriba sulla scoperta dell’inconscio, perchè “inconscio” è un concetto primario che può essere visto ed è stato descritto sotto diversi aspetti, e nella realtà per ciò che viene inteso a seconda dei propri scopi. Dato quindi che è una caratteristica della mente umana, è sempre esistito ed è compreso da migliaia di anni secondo diversi punti di vista.


Definizione

Possiamo quindi definire inconscio meditativo come tutto ciò che emerge durante la pratica della meditazione.

Abbiamo un inconscio come spazio di consapevolezza non concettuale. E’ una dimensione di coscienza dalla quale emergono contenuti di pura presenza dovuti appunto alla pratica della meditazione. E la potenza e le qualità della pratica meditativa fa sì che possa emergere veramente di tutto.

Non abbiamo quindi solo qualcosa da analizzare, ma in primo luogo da sperimentare. Emergono infatti in maniera molto forte (quasi come nei sogni) insight spesso non concettuali che rivelano schemi mentali presenti a sottolivelli della nostra coscienza.

Ciò che emerge può variare da tecnica a tecnica, ma ciò che si ottiene è sempre fondamentalmente utilissimo (la meditazione infatti è una tecnica ricca di significati e benefici, ed è sbagliato ricondurla ad una semplice tecnica di rilassamento).

La meditazione quindi non solo porta alla luce l’inconscio, ma lo trasforma attraverso il riconoscimento di tendenze latenti e fasi di disidentificazione dai pensieri automatici.

E’ una dimensione che possiamo definire profonda della mente che emerge, caratterizzata da un flusso spontaneo di contenuto psichici liberi dai condizionamenti imposti potremmo dire dall’Ego e gestendo in maniera molto abile e sicura determinati meccanismi di difesa. L’inconscio meditativo si attiva quando la mente, attraverso appunto le tecniche meditative, accede a uno stato di “pura presenza” dove i contenuti mentali affiorano senza resistenze o distorsioni cognitive, in un campo di consapevolezza non concettuale dalla quale emergono intuizioni, memorie corporee e una connessione molto “sincera ed autentica” con l’esperienza diretta.

Siamo in uno spazio in cui la mente riesce ad auto-organizzarsi in modo spontaneo e creativo, favorendo processi di insight e trasformazione interiore.

Siamo in una dimensione della psiche che emerge e si manifesta nel contesto dell’esperienza meditativa profonda. Non abbiamo serbatoi di pulsioni rimosse o archetipi universali, abbiamo solo fondamentalmente qualità di una coscienza ricettiva, una presenza interiore non riflessiva, che semplicemente accoglie e integra.

Nell’inconscio meditativo si dissolvono e si trascendono le strutture dell’ego, lasciando affiorare quindi contenuti non come fantasmi rimossi o simboli arcaici, ma come intenzioni sottili, immagini sapienziali, intuizioni esistenziali.

Questa forma di inconscio può rappresentare dicevamo una profondità quieta e generativa oppure una tempesta distruttiva (come ben sa chi conosce il makyo). È come uno “sfondo coscienziale” che si attiva non attraverso l’analisi o l’associazione libera, ma nel silenzio, nella presenza, nella sospensione intenzionale del giudizio.

L’inconscio meditativo è accessibile perciò a tutti coloro che praticano SERIAMENTE la meditazione, e non attraverso i metodi classici di una psicologia che fa dell’analisi il suo cavallo di battaglia, e che possono comunque anche nuocere ai messaggi del proprio Sè tramite interpretazioni a volte dannose. La sua via di accesso è infatti, lo sottolineiamo, il vuoto intenzionale, la concentrazione non duale, l’apertura del cuore e della mente all’essere stesso.

Importante però, ripetiamo, è conoscere realmente la meditazione (e non svenderla come purtroppo oggi troppo succede) e saperla praticare seriamente.


Confronto con l’Inconscio Freudiano

Freud concepiva l’inconscio come luogo di pulsioni represse, in particolare sessuali e aggressive. Era costituito da un modello topografico, e separato dalla coscienza da un sistema di censure. Freud intendeva quindi l’inconscio come un sistema dinamico e conflittuale, e il lavoro terapeutico consisteva fondamentalmente nell’interpretazione dei sintomi, dei sogni e diverse altre interpretazioni mirate a portare alla luce ciò che secondo l’autore sarebbe stato rimosso.

L’inconscio meditativo si distingue radicalmente da questo approccio. Non è il risultato di rimozioni o censura, né agisce secondo le stesse dinamiche pulsionali. Non è un deposito di contenuti traumatici, ma una sorgente di significato trascendente. E mentre l’inconscio freudiano è “psicopatologico”, l’inconscio meditativo è esperienziale e sapienziale. Inoltre, se l’inconscio freudiano era legato al linguaggio e all’interpretazione, l’inconscio meditativo opera sopra e al di là del linguaggio, in una forma preverbale e intuitiva. È realmente una esperienza interiore, più che un oggetto di analisi.


Confronto con l’Inconscio Junghiano

Carl Gustav Jung ampliò la nozione di inconscio freudiano introducendo il concetto di inconscio collettivo e di archetipi. Per Jung, l’inconscio non era più solo individuale, ma anche transpersonale, abitato da figure simboliche universali che affioravano ad esempio nei sogni, nei miti, nell’arte.

Il processo di individuazione implicava quindi un dialogo continuo tra l’Io e queste immagini profonde, attraverso il metodo dell’immaginazione attiva, l’analisi dei sogni e dei simboli.

Anche qui l’inconscio meditativo si distanzia da quello junghiano in modo chiaro. Esso non è collettivo in senso junghiano mitico-simbolico, ma in senso esperienziale. Non è popolato da immagini archetipiche, ma da intuizioni silenziose, da vibrazioni e significati interiori non necessariamente rappresentabili, bensì esperienziabili.

Il contenuto dell’inconscio meditativo non è poi universale in senso culturale, bensì unitario in senso ontologico. Non serve, non è necessario interpretare le immagini interiori, ciò che conta è lasciarle emergere. Mentre Jung pone enfasi sull’integrazione delle ombre e degli archetipi, l’inconscio meditativo trascende la polarità luce/ombra, bene/male, simbolo/significato. E’ un inconscio molto più spontaneo e appunto trascendente.


Conclusione

L’introduzione del concetto di inconscio meditativo ri-apre, o meglio ci ricorda, che tanto già esisteva per quanto riguarda la comprensione della psiche, e che la storia dell’inconscio è da ricomprendere e da riscrivere con finalità storicamente e clinicamente più funzionali.

Sebbene la formalizzazione del concetto di inconscio in ambito scientifico sia, come ce lo raccontano, recente, la sua presenza può essere invece appunto riconosciuta in forma abbastanza palese nelle tradizioni sapienziali e contemplative di ogni tempo. Le pratiche meditative delle culture orientali, i testi mistici occidentali e le esperienze visionarie dei filosofi antichi testimoniano la conoscenza diretta di una dimensione della coscienza che oggi possiamo finalmente (ri)nominare come inconscio meditativo.

Storicamente quindi questo tipo di esperienza è anteriore quindi, ripetiamo ancora, non solo alla psicoanalisi freudiana, ma anche a qualsiasi costruzione teorica moderna riguardo ad essa. Ciò che viene oggi teorizzato sotto il nome di inconscio meditativo era in realtà già stato vissuto e conosciuto da mistici, eremiti, filosofi, yogi, e anche poeti. La sua riscoperta definizione, oggi, è quindi una doverosa, per ciò che conosciamo, forma di restituzione storica.

In questa prospettiva quindi, l’inconscio meditativo non è assolutamente un nuovo oggetto di studio, ma un’antica sorgente da cui attingere per rifondare il senso stesso della conoscenza di sé e della psicologia umana.


Un’ultima considerazione

In clinica è un concetto molto efficace. Si rivolge a un essere umano in cerca non solo di guarigione, ma di trascendimento, non solo di senso, ma di presenza. L’inconscio meditativo diventa così uno spazio fecondo per l’ascolto profondo, la comprensione, la trasformazione personale, l’apertura ad un Sè più autentico.

Giusto per fare un piccolo accenno, possiamo dire semplificando che il concetto di inconscio meditativo è stata la base per la codifica della Meditazione Harmony nella sua forma primaria (ad esempio nel modello “Listen – Comprehend – Transform or Transcend”) e nelle sue forme seguenti, e che influenza moltissimo ad esempio la psicologia del dolore come la concepiamo oggi.

Ma questa è una storia di cui parleremo un’altra volta.


Dott. Alessandro Mahony Autore presso La Mente Pensante Magazine
Dott. Alessandro Mahony
Psicologo
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