
La perdita della tolleranza
Riflessioni all’indomani dell’assassinio Kirk
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La mattina dell’11 settembre, al mio risveglio, ho appreso dell’assassinio di Charlie Kirk, giovane attivista conservatore statunitense. Sarò sincera, non avevo idea di chi fosse, ma leggendo i giornali sono giunta a una conclusione piuttosto immediata: non eravamo d’accordo su niente. Probabilmente, non saremo stati d’accordo nemmeno sul colore del cielo. Entrando sui social, che da tempo evito come la peste, ho deciso di andare a leggere i commenti relativi alla notizia e sono rimasta spiazzata.
Non so perché continuo a sorprendermi, eppure non posso evitare di sentirmi perplessa di fronte alla gioia di alcuni e alla soddisfazione di altri nell’affermare che Kirk si sia meritato la sua morte per colpo d’arma da fuoco, a causa della sua opposizione alle politiche di gun-control, ovvero quell’insieme di misure che punta a limitare l’utilizzo delle armi negli Stati Uniti. Con la mente, torno a qualche mese fa, all’omicidio di Brian Thompson, il CEO di UnitedHealthcare, compagnia assicurativa americana e del moto di approvazione che il delitto aveva generato in rete.
Infine, mi sovviene un’altra notizia, quella del tentato omicidio di Donald Trump durante uno dei suoi comizi. Diversi furono i commenti, questa volta ascoltati anche dal vivo, che lamentavano la scarsa mira del tiratore, auspicando la morte dell’attuale Presidente degli Stati Uniti.
Polarizzazione ideologica e intolleranza
Ora, nel collegare questi tre eventi relativamente recenti, non credo serva un politologo per vedere che la polarizzazione ideologica tra le persone nel mondo occidentale, di cui gli Stati Uniti sono da sempre il punto di riferimento, sia arrivata a livelli senza precedenti. Viviamo in democrazie che ci permettono di esprimere qualsiasi tipo di opinione, quella di Kirk, di Trump, la mia e quella di coloro che celebrano la morte dell’attivista. Le persone commentano e creano contenuti che, più sono divisivi e pieni di odio, più vanno forte sui social, piattaforme che in questi anni sono arrivate addirittura a influenzare le elezioni presidenziali di moltissimi paesi.
Non si tratta, infatti, di media neutrali, di comunicati stampa o dichiarazioni rilasciate. Sono piuttosto strumenti il cui l’interesse principale non è quello di informare o avvicinare le persone tra di loro, bensì di tenerle incollate il più a lungo possibile per guadagnare con le inserzioni pubblicitarie. E cosa tratterrà gli utenti per più tempo davanti allo schermo, un articolo sulla tolleranza o una fake news che sfrutta le loro paure più intime, di cui l’algoritmo è perfettamente a conoscenza? Din din din, il vincitore è il contenuto divisivo, manipolato, estremizzato e confezionato su misura per raccontarci ciò che siamo già propensi a credere in base alle nostre idee, paure e fragilità. Viviamo immersi in una falsa realtà, diversa da quella del nostro vicino di casa, che a sua volta riceve e vede notizie completamente differenti dalle nostre. Così, iniziamo a pensare che sia uno stupido, un mostro, uno sciocco, e ci chiediamo come possa non vedere tutto ciò che è davanti ai nostri occhi. La risposta è che davvero non lo vede, così come noi non vediamo ciò che lui vede in base al suo feed, alle sue conoscenze, alla sua esperienza. Pensandoci stupidi a vicenda perdiamo la nostra tolleranza, la capacità di accettare chi non la pensa come noi, di dialogare con quella persona, di ascoltarla senza sbraitare e senza voler imporre a tutti i costi la nostra visione del mondo.
Il dialogo e l’ascolto come antidoto
Quindi, come si fa? Come si fa a rimanere tolleranti e razionali in un mondo che spinge per la divisione e il conflitto? Capendo che conservatori e progressisti condividono un’unica natura umana e che hanno a cuore le stesse identiche cose: la salute e la sicurezza delle persone che amano. Per raggiungerla, devono smettere di insultarsi e credersi stupidi a vicenda, ma devono incominciare a parlarsi. Se i prezzi e i comportamenti delle compagnie assicurative sono ritenuti scorretti, allora bisogna sì utilizzare i social – ma per organizzare una protesta e chiedere un cambiamento, non sparare ad un CEO. Se le idee di un Presidente in carica o di un candidato causano indignazione, allora bisogna ricorrere a quegli strumenti democratici di cui i cittadini del mondo occidentale fortunatamente dispongono, quali il diritto di riunirsi, organizzarsi, protestare e proporre un’alternativa, politica e democratica. Se un giovane attivista dice qualcosa di terribile e ti chiede di contraddirlo, di provargli che si sbaglia, provaglielo. La violenza e l’estremismo non hanno colore e non portano a niente.
È molto comodo scrivere delle bestialità sui social, una volta restavano rinchiuse tra le quattro mura di un bar e non avevano tutto questo eco. Io oggi, invece, mi trovo qui a scrivere una banalità, qualcosa che dovrebbe essere ovvio, ma che a giudicare dalle reazioni di molte persone non lo è più: la violenza non è mai giusta, non lo è quando colpisce la comunità LGBTQ, le minoranze, i popoli che soffrono nel mondo e non lo è quando colpisce chi disprezza gli altri per il colore della loro pelle, la loro origine e il loro orientamento sessuale. La tolleranza, l’intelligenza, l’apertura al dialogo – quelle si che sono cose giuste. Mi sarebbe piaciuto partecipare a uno dei comizi di Kirk, di dimostrargli che sì – si sbagliava. L’avrei fatto con il dialogo. Questo non sarà più possibile, perché lui è morto, a 31 anni, lasciando soli due bambini e una moglie, esattamente come Brian Thompson, uno per la sua idea, l’altro per la sua posizione lavorativa, per ciò che rappresentava. Io, davanti a questo, non potrò mai gioire.
Il significato della tolleranza
Di fronte a tutto questo, cos’è la tolleranza? Helen Keller diceva che è il più grande risultato dell’educazione, Kofi Annan la definiva come una virtù che rende possibile la pace e io credo che sia la capacità di rapportarsi a chi non la pensa come te, a chi mostra una visione intollerante, senza distruggerlo e metterlo a tacere, scegliendo il confronto e non la violenza, perché solo nel dialogo c’è la possibilità di crescere e cambiare.
Nel concludere, vorrei ricordare la storia di Daryl Davis, un musicista blues nero che ha passato gran parte della sua vita a fare amicizia con i membri del Ku Klux Klan, portando ben 200 persone ad abbandonarlo e cambiare completamente la propria idea. Ha forse sparato a qualcuno? Ha gridato insulti e ingiuri? No, li ha trattati da esseri umani e si è interessato a loro, così che potessero vedere che entrambi erano semplicemente persone.
In un mondo così polarizzato, io vorrei che che tornassimo tutti a dialogare, a dimostrarci che ci sbagliamo, a cambiare idea, a leggere i giornali, a scrivere saggi e a formulare pensieri elaborati e complessi, a non parlare per slogan ma a discutere delle nostre convinzioni e ad amare il dialogo. Vorrei che fossimo tutti come Daryl, che andassimo a cena con i nostri supposti nemici e capissimo che – oltre le apparenze – siamo tutti fatti di carne, ossa e sangue, e che vogliamo la stessa cosa: essere felici.


