
Una poesia per descrivere la relazione terapeutica
La forza di un “tu” che accoglie e trasforma
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Alcuni versi poetici riescono ad attraversare l’indicibile, arrivando là dove il linguaggio razionale si ferma. Nella raccolta «Inventar el hueso» la poetessa spagnola Olalla Castro scrive un componimento dal titolo “Es necesario un tú”, che evoca in modo potente la necessità dell’altro come spazio in cui nominare, accogliere e trasformare il dolore.
Tuttavia, è necessario un tu
su cui aprire la bocca
e lasciar cadere, una a una,
le parole annidate nelle ossa.Un tu da rastrellare
con queste stesse mani
con cui poi
si spargeranno i semi.È necessario un tu
dove macinare il grano,
dove cuocere il grano
fino a trasformare
l’atrocità in nutrimento,
il grido in pane.È necessario un tu
dove salvare la vita.
Aprire la bocca
Spesso il dolore si esprime prima di essere compreso. Lo fa attraverso sintomi che possono manifestarsi sul piano corporeo, emotivo, comportamentale o relazionale: insonnia, ansia, ritiro, irritabilità, difficoltà nei legami. Tutti segnali che dicono qualcosa, ma in una lingua che non sempre sappiamo tradurre. In questo senso, il sintomo diventa voce del non detto, una forma di comunicazione che chiede ascolto.
La psicoterapia offre uno spazio in cui queste espressioni possono iniziare a essere riconosciute e decodificate. Il “tu” evocato dalla poesia rappresenta proprio questo: la presenza dell’altro che rende possibile il passaggio dal sintomo alla parola, dall’esperienza confusa al significato.
Dare voce al dolore è già, in sé, un primo atto di cura: è il momento in cui le parole “annidate nelle ossa” trovano finalmente la possibilità di emergere, essere ascoltate e trasformarsi in senso.
Le parole cadono una a una, e mentre vengono dette, ciò che prima sembrava insopportabile inizia a perdere potere. Il dolore non scompare, ma si trasforma: da esperienza isolata a esperienza condivisa.
Rastrellare il terreno
La relazione terapeutica non è solo uno spazio di ascolto, ma anche un luogo di lavoro interiore condiviso. Rastrellare, nell’immagine poetica, suggerisce un movimento lento, ripetuto e costante.
Non si tratta di “risolvere” rapidamente il disagio, ma di preparare il terreno: fare ordine, distinguere, togliere ciò che non serve più, lasciare spazio a ciò che può crescere.
Spesso questo processo avviene con fatica: emergono difese, resistenze, vecchie abitudini che impediscono di lasciar andare. Ma il terapeuta non lavora da solo: lo fa con il paziente, e insieme — con le stesse mani — preparano il terreno e seminano nuove possibilità. Semi che sono nuove parole, nuovi significati, nuove immagini di sé e del mondo.
Il gesto del rastrellare richiama la cura, la pazienza, la disponibilità a “stare dentro” un processo che non è immediato, ma che ha bisogno di tempo, fiducia e continuità. Ogni gesto relazionale, ogni seduta, è come un piccolo passaggio del rastrello: fa spazio, arieggia, permette al nuovo di trovare terreno fertile.
Trasformare il grano
Ogni processo terapeutico è, in fondo, un lavoro di trasformazione. Il dolore non viene cancellato né evitato, ma attraversato, compreso e integrato. L’immagine del grano che viene macinato e cotto richiama la lentezza e la profondità di questo percorso: non basta raccontare ciò che fa male, serve un tempo condiviso per lavorarlo, rielaborarlo e per trasformarlo in nutrimento.
La trasformazione non è un atto magico, ma un processo relazionale. È nel “tu” — nella presenza di chi ascolta e contiene — che il dolore può diventare narrabile, affrontabile e portatore di significato. E da ciò che prima feriva, può germogliare un nuovo modo di abitare la propria storia.
Un “tu” dove salvare la vita
Ci sono momenti in cui la terapia diventa un luogo di salvezza. Non nel senso di un intervento straordinario o risolutivo, ma come spazio dove la vita, che sembrava frammentata, interrotta o insostenibile, può ritrovare continuità, voce, dignità. Il “tu” evocato dalla poesia è la presenza dell’altro che non si tira indietro davanti al dolore, che resta anche quando tutto sembra buio, che accompagna senza invadere.
In psicoterapia, molte persone non cercano risposte immediate, ma un luogo dove poter esistere. Dove essere viste, riconosciute, accolte. È in questo spazio relazionale che può accadere qualcosa di essenziale: sentirsi vivi. La possibilità di nominare il proprio dolore, di essere ascoltati senza dover dimostrare nulla, può riaccendere una scintilla vitale lì dove sembrava tutto spento.
Salvare la vita, allora, non significa necessariamente cambiarla. Può voler dire restituirle continuità, renderla abitabile e tornare a sentirla propria. E questo, nella relazione terapeutica, è possibile solo se c’è un tu disposto a esserci.

Dott.ssa Francesca Di Bernardo
Dottoressa in Psicologia Clinica
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