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Usare ChatGPT diminuisce la nostra capacità di pensare?

Ecco cosa dice la scienza

Image by Viralyft on Unsplash.com


L’uso sempre più diffuso – ed indiscriminato – di modelli linguistici di intelligenza artificiale come ChatGPT per svolgere le più varie attività quotidiane ha da subito fatto sorgere una domanda ai curiosi del rapporto tra essere umano e tecnologia: l’uso di strumenti come ChatGPT può essere dannoso per le nostre capacità cognitive? Disimpareremo a pensare affidando sempre più la responsabilità di ragionare ad un “sistema esterno”?

Uno studio dell’ MIT Media Lab ( Massachusetts Institute of Technology) ha cercato di rispondere a questa domanda, svolgendo uno studio che ha portato ha dei risultati controversi, che hanno suscitato sentimento contrastanti: dalla paura, allo stupore per arrivare alla negazione.


La ricerca scientifica

Lo studio in questione ha coinvolto 54 soggetti che sono stati divisi in 3 gruppi. Ognuno dei soggetti aveva il compito di scrivere un saggio: un gruppo doveva scrivere il testo utilizzando ChatGPT, un gruppo doveva utilizzare Google ed un gruppo non poteva utilizzare nulla per svolgere il compito, al di là della propria testa. Durante l’attività di scrittura, i ricercatori hanno registrato l’attività corticale in 32 diverse regioni cerebrali dei partecipanti (attraverso una tecnica chiamata EEG). I risultati, in sintesi, hanno mostrato che il gruppo “ChatGPT” mostrava il più basso coinvolgimento cerebrale tra i gruppi, ottenendo  “costantemente risultati inferiori a livello neurale, linguistico e comportamentale”.Tali risultati sono stati interpretati dai ricercatori come un campanello di allarme, secondo cui l’uso di modelli linguistici (LMM) ha effetti negativi sull’apprendimento e sulle capacità di ragionamento e/o pensiero.


I problemi della ricerca scientifica

I risultati dello studio hanno portato a reazioni diverse: i più conservatori ed analigici hanno pensato “ecco, lo sapevo che la tecnologia ci avrebbe reso più stupidi”, mentre i tecno-entusiasti hanno alzato critiche a livello di metodologia e procedura sperimentali. Come spesso accade, la verità sta nel mezzo, ed ogni informazione bisogna analizzarla con pensiero critico.

La prima cosa da dire è che lo studio si tratta di un pre-print. Questo significa che è uno studio che non è stato sottoposto al processo di revisione tra pari previsto per le ricerche pubblicate su articoli scientifici. Insomma, potenzialmente tutti possono pubblicare tutto nel mondo dell’Internet.

In secondo luogo, lo studio ha coinvolto poche persone (54, per l’appunto), e tutte appartenenti al cosiddetto gruppo “WEIRD” (“Western, Educated, Industrialized, Rich, and Democratic”), rendendo il campione non rapprentativo dell’ intera popolazione mondiale e limitando la generalizzabilità dei risultati.

Come terzo punto, lo studio non ha valutato gli effetti dell’uso di ChatGPT sul lungo periodo: i cambiamenti cerebrali osservati non sappiamo quindi se sono qualcosa di stabile o transitorio, così come non sappiamo quali possano essere ( o non essere) gli effetti di un uso estentivo di questi tool.

Ma arriviamo alla critica più importante: scrivere e revisionare un testo sono attività diverse, quindi coinvolgono processi cognitivi diversi. Quando si scrive un testo da zero si è impegnati in un processo cognitivo completo che va dall’ideazione, alla formulazione, per arrivare poi all’ organizzazione dei contenuti. Quando si utilizzano strumenti come ChatGPT, invece, si svolge per lo più un lavoro di revisione del testo proposto dal modello, andando a valutare e modificare un testo di base già esistente. E’ chiaro che si tratta quindi di attività mentali – processi cognitivi – divers. Ecco quindi, che in una ottica meno catastrofista, la riduzione nell’ attivazione cerebrale osservata in chi usa ChatGPT potrebbe dipendere più dal tipo di compito piuttosto che da un “debito cognitivo”.


Cosa ci portiamo a casa?

Di fronte alle diverse reazioni generate dallo studio, la la Dott.ssa Nataliya Kosmyna ha riconosciuto i limiti della sua ricerca. Tuttavia, riteneva fosse importante rendere disponibile quanto possibile i risultati per sollevare preoccupazione e pensiero critico in una società che fa sempre più affidamento sui LLM per comodità, senza soffermarsi abbastanza a pensare agli effetti che questa scelta può avere sullo sviluppo cerebrale. “Ciò che mi ha davvero motivato a pubblicarli ora, prima di attendere una revisione paritaria completa, è che temo che tra 6-8 mesi ci sarà qualche politico che deciderà: ‘facciamo la scuola materna GPT’. Penso che sarebbe assolutamente negativo e dannoso”, afferma. “I cervelli in via di sviluppo sono quelli a più alto rischio”.

In definitiva, la domanda che dobbiamo porci non è se strumenti come ChatGPT siano “buoni” o “cattivi”, ma come e quando li utilizziamo. Ogni tecnologia nella storia ha portato con sé entusiasmi e paure, e ciò che ne determina l’impatto è sempre stato il modo in cui l’essere umano sceglie di integrarla nella propria vita. Siamo davvero disposti a delegare porzioni sempre più ampie del nostro pensiero a sistemi esterni? Oppure possiamo imparare a usarli come amplificatori delle nostre capacità, senza sostituirle?

Forse la sfida più grande non riguarda ChatGPT, ma la nostra capacità di preservare curiosità, spirito critico e autonomia cognitiva in un mondo in cui il “pensare per conto proprio” sembra sempre più opzionale. E allora la vera domanda è: quanto vogliamo restare protagonisti del nostro pensiero?


Dott.ssa Giulia Brizzi Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Giulia Brizzi
Psicologa e Dottoranda di Ricerca in Psicologia
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