
Non sappiamo chi saremo in futuro
Perchè cambiamo più di quanto immaginiamo e tre consigli per non trovarci impreparati
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Pensiamo per un momento a quando avevamo 15 anni. Ricordate com’eravate? Difficilmente qualcuno potrà affermare, in tutta onestà, di essere rimasta la stessa persona. Se penso al me quindicenne e a quello che sono diventato dieci anni dopo la differenza è abissale – ed è dir poco. A 15 anni avevo molte idee e poca chiarezza su quello che avrei voluto fare o diventare. A 25 anni, pur avendo conseguito laurea e abilitazione, le idee si erano fatte ancora più confuse. A distanza di qualche anno la mia vita ha avuto un’accelerazione che mai avrei immaginato. Il mio futuro a 15 e a 25 anni, quindi, non era solo ignoto: era inconoscibile.
Eppure, qui sta il paradosso: quando guardiamo indietro, riconosciamo chiaramente quanto siamo cambiati. Ma quando guardiamo avanti, tendiamo a pensare che rimarremo esattamente come siamo.
Certo, immaginiamo un mondo diverso: sappiamo che l’intelligenza artificiale e i cambiamenti climatici stanno cambiando e cambieranno drasticamente il nostro ambiente.
Ma non ci aspettiamo che noi stessi cambieremo: non pensiamo che avremo opinioni, prospettive o addirittura preferenze diverse in futuro.
Per dare un nome a questo fenomeno, ci aiuta il dottor Shankar Vedantam. Il dottore definisce questo paradosso l’illusione della continuità (illusione of continuity). Uno dei motivi per cui accade è che, guardando al passato, il contrasto tra il nostro Io di ieri e quello di oggi è evidente. È chiaro che siamo persone diverse. Ma quando ci proiettiamo nel futuro, ci immaginiamo semplicemente un po’ più vecchi, magari con più capelli grigi, ma fondamentalmente gli stessi. Per questo i cambiamenti futuri appaiono vaghi, indefiniti.
Ora vorrei mostrarvi che questa illusione ha conseguenze profonde – e non solo su cosa faremo nella vita, ma anche su decisioni che riguardano la vita e la morte. So che pensate che stia esagerando ma lasciate che vi racconti la storia di John e Stephanie Rinka.
Potete ascoltare l’episodio su questa coppia nel podcast Hidden Brain (condotto dal dott. Vedantam) di qualche anno fa. John e Stephanie erano fuggiti insieme per sposarsi al municipio di Cambridge, in Massachusetts. Lui aveva 22 anni, lei 19. Dopo il matrimonio, viaggiarono per il paese e alla fine si stabilirono in North Carolina. John divenne insegnante di basket alle superiori, Stephanie diventò infermiera.
Vivevano in una zona rurale, così Stephanie visitava spesso pazienti a domicilio. Molti erano gravemente malati, in fase terminale, con una qualità della vita molto bassa. Tornando da quelle visite, spesso scossa, diceva a John: “Se mai dovessi ammalarmi gravemente, ti prego: non prolungare la mia sofferenza. Per me conta più la qualità della vita che la quantità.” Nei momenti più drammatici, aggiungeva: “John, se sarò mai così malata… sparami. Sparami e basta.”
E John, guardandola con amore, rispondeva: “Va bene, Steph. Va bene.”
Passano gli anni. Verso i 60 anni, Stephanie inizia ad avere difficoltà nel parlare. Dopo alcuni esami, le diagnosticano la SLA, la malattia di Lou Gehrig. È fatale. È incurabile. Le dicono che arriverà il giorno in cui non potrà più respirare da sola.
Ma Stephanie, com’è nel suo carattere, decide di godersi il più possibile la vita: passa tempo con amici e familiari, si gode le giornate in spiaggia con John. Poi arriva quel giorno: non riesce più a respirare. John la porta in ospedale. Un’infermiera le chiede: “Signora Rinka, vuole che le mettiamo un respiratore?” E Stephanie risponde: “Sì.”
John è sconvolto. È da 30 anni che ne parlano: non era quello che voleva. Non dice nulla, ma il giorno dopo le chiede: “Steph, quando hai detto sì al respiratore… è davvero quello che vuoi?”
E Stephanie risponde: “Sì.”
Ora, si potrebbe pensare: se Stephanie avesse scritto delle disposizioni anticipate di trattamento (DAT), e fosse arrivata incosciente in ospedale, l’infermiera avrebbe chiesto a John: “Cosa avrebbe voluto sua moglie?” lui avrebbe risposto senza esitazione: “Non vuole il respiratore. Vuole morire con dignità, senza sofferenze.”
Ma questa soluzione risolve solo il dilemma legale. Non risolve il problema etico. Il vero problema è che Stephanie, a 39 anni e in salute, non poteva sapere cosa avrebbe voluto davvero la Stephanie di 59 anni, malata e in fin di vita.
Per quella Stephanie, la sua versione più giovane era come una sconosciuta – una sconosciuta che pretendeva di decidere al posto suo su questioni di vita o di morte.
L’illusione di continuità
I filosofi da secoli riflettono su un famoso esperimento mentale: la nave di Teseo.
Teseo, eroe dell’antica Grecia, tornato dalle sue imprese, lascia la sua nave in porto come monumento. Col tempo, le assi cominciano a marcire e vengono sostituite. Alla fine, ogni pezzo della nave viene cambiato.
I filosofi, a cominciare da Platone, si domandano: “Se ogni parte della nave di Teseo è stata sostituita con un pezzo nuovo, è ancora la nave di Teseo?”
Ecco: noi siamo come la nave di Teseo. Le nostre cellule si rinnovano continuamente. Biologicamente, siamo persone diverse rispetto a dieci anni fa. Ma avviene un cambiamento ancora più profondo a livello psicologico.
Si potrebbe obiettare infatti che una nave non è costituita solo da un assembramento di pezzi, come un corpo non è solo un mero insieme di cellule. È l’organizzazione di quelle cellule che formano il corpo, come è l’organizzazione e disposizione dei pezzi che formano la nave. Se si conserva la disposizione, anche cambiando assi o cellule, otteniamo ancora una nave, ancora un corpo. Ma nella mente, ogni nuovo “strato” è diverso dal precedente. Cambia il modo in cui sentiamo, pensiamo e percepiamo. La plasticità cerebrale, di cui tanto si parla, significa proprio questo: che siamo in continua evoluzione e diventiamo, costantemente, nuove versioni di noi stessi.
Questo produce conseguenze importanti su diversi aspetti della nostra vita. Io, ad esempio, ho l’illusione che il me di 15 anni con molte idee, quello di 30 con una stabilità lavorativa, e quello in pensione (si spera, un giorno) siano tutti la stessa persona. Ma è davvero così?
Lasciamo da parte la filosofia, per ora, e guardiamo le implicazioni pratiche.
Quando facciamo promesse – ad esempio promettere di amare qualcuno “finché morte non ci separi” – stiamo chiedendo a uno sconosciuto di mantenere quella promessa.
Quando condanniamo qualcuno al carcere a vita, tra 30 anni non solo quella persona sarà diversa, ma anche noi lo saremo. Il nostro desiderio di punizione o vendetta potrebbe non esistere più.
Quando approviamo delle leggi, spesso lo facciamo animati dall’intento di costruire un paese migliore, di rendere la nostra società più giusta ed evoluta. Tuttavia, in qualsiasi nazione con una storia lunga anche solo qualche decennio, esistono leggi che, pur sembrando perfettamente sensate e persino lungimiranti al momento della loro creazione, oggi appaiono antiquate, anacronistiche.
Tutti questi esempi hanno una radice comune: l’illusione che il nostro presente rappresenti il culmine della storia, e che il futuro sarà in fondo simile a ciò che siamo oggi.
Per affrontare questo problema – che non è solo profondo, ma anche molto concreto – voglio condividere tre consigli del dott. Vedantam. È una questione cruciale, perché passiamo gran parte della nostra vita cercando di soddisfare i bisogni del nostro Io futuro. Ma ci chiediamo mai:
E se, tra 20 o 30 anni, il nostro Io futuro si voltasse indietro guardandoci con sconcerto o addirittura con amarezza? E se il nostro Io futuro pensasse: Come hai potuto credere che questo fosse ciò che volevo davvero?
Tre consigli per andare d’accordo con il nostro Io futuro
Per ridurre questo rischio possiamo provare a mettere in pratica e a tenere a mente questi tre suggerimenti:
Primo consiglio: se accettiamo l’idea che tra 30 anni saremo persone diverse, allora dobbiamo dobbiamo prenderci cura, fin da oggi, della persona che saremo domani. Dobbiamo diventare i curatori del nostro Io futuro, gli architetti della persona che diventeremo.
Cosa significa, nella pratica? Significa passare tempo anche con persone diverse da amici e familiari. Significa dedicarsi ad attività e interessi che esulano dalla nostra routine abituale.
In altre parole, significa ampliare i nostri orizzonti. Se tanto diventeremo comunque qualcuno di diverso, tanto vale essere noi a decidere chi sarà quella persona.
Quindi il primo suggerimento è: rimanere curiosi.
Secondo consiglio: quando condividiamo opinioni – che sia sui social media, a pranzo con la famiglia o anche semplicemente con i nostri amici – ricordiamoci che tra coloro che potrebbero dissentire… ci sono anche i nostri Io futuri.
Ecco perché, quando affermiamo qualcosa con assoluta convinzione, dovremmo sempre aggiungere una dose di umiltà.
Questo vale non solo per le persone, ma anche per le organizzazioni.
Ricordiamoci che tutti siamo soggetti a questa illusione: riteniamo che il nostro punto di vista attuale sia definitivo. E semplicemente non lo è. Il secondo suggerimento è dunque: essere umili.
Terzo consiglio: fino ad ora posso avervi dato l’impressione che il nostro Io futuro potrebbe essere più debole o vulnerabile. E questo è vero, ma è solo una parte della storia.
Il nostro Io futuro avrà anche capacità, forza e saggezza che oggi non possediamo.
Quando ci si presenta un’opportunità e tentenniamo, quando ci diciamo: “Non credo di poter lasciare il mio lavoro e avviare un’attività in proprio”, oppure: “Non sono capace di imparare a suonare uno strumento a 52 anni”, o ancora: “Non potrei mai ricominciare a studiare e prendere una laurea a 45 anni “…quello che dovremmo dirci, in realtà, è:
Non sono in grado di farlo oggi. Ma questo non significa che non potrò farlo domani.
Quindi, la terza lezione è: essere coraggiosi.
Credo che, se riusciremo a fare queste tre cose – rimanere curiosi, essere umili, avere coraggio – allora, tra 20 o 30 anni, il vostro Io futuro si volterà indietro, ci guarderà… e invece di provare rimpianto o disappunto, ci dirà semplicemente: Grazie.
Questo articolo si ispira alla Ted Talk del dott. Shankar Vedantam “You don’t actually know what your future self wants”

Prof. Luca Filippo
Docente, Psicologo e Formatore
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