Skip to content Skip to sidebar Skip to footer

Violenti per caso

Come diventare aguzzini

Image by Luz Fuertes on Unsplash.com


Parafrasando il titolo del celebre film, “Turista per caso“, non si vuole con questo intendere che ogni violenza sia casuale, piuttosto il fatto che persone abitualmente tranquille arrivino ad espletare atti di violenza più o meno crudeli. Come sia possibile ciò è l’argomento di questo articolo, che per esigenze editoriali è diviso in due parti. Verranno esaminate le possibili dinamiche dello sviluppo della violenza in soggetti non abituati ad essa e nella seconda parte, oltre a continuare questa disamina si cercherà di allargare questo discorso  alle prassi burocratiche “violente”, perché molte volte si ha la sensazione di avere lo Stato Contro.


La banalità del male

Lo studio più famoso su questo argomento è rappresentato dal libro di Hanna Harendt, “La Banalità del Male: Eichmann a Gerusalemme“.  Nel 1960 Adolf Eichmann, che fu un burocrate delle deportazioni Terzo Reich, fu arrestato in Argentina dai servizi segreti israeliani a seguito di una segnalazione di un ebreo emigrato. L’anno seguente fu sottoposto a processo a Gerusalemme. Per l’occasione furono invitati molti giornalisti  fra cui Hannah Arendt giornalista per il New Yorker. Tutti si aspettavano di trovarsi di fronte ad un mostro assetato di sangue, un sadico perverso, un demone in sembianze umane ma grande fu lo sconcerto quando si trovarono invece di fronte a un uomo “spaventosamente ordinario“, un grigio burocrate pignolo preoccupato del rispetto delle regole e totalmente incapace di riflettere criticamente sulle conseguenze devastanti della messa in atto degli ordini ricevuti. Emblematica fu la sua frase: “Io semplicemente eseguivo gli ordini“.

L’uscita del libro della Arendt fece raggelare i lettori per il fatto che le peggiori atrocità della storia non erano state commesse da psicopatici incalliti, ma da cittadini normali, padri di famiglia, come un qualsiasi vicino di casa premuroso.


Dieci fattori per la banalità del male

Lo studio più famoso su questo argomento è rappresentato dal libro di Hanna Harendt, “La Banalità del Male: Eichmann a Gerusalemme“.  Nel 1960 Adolf Eichmann, che fu un burocrate delle deportazioni Terzo Reich, fu arrestato in Argentina dai servizi segreti israeliani a seguito di una segnalazione di un ebreo emigrato. L’anno seguente fu sottoposto a processo a Gerusalemme. Per l’occasione furono invitati molti giornalisti  fra cui Hannah Arendt giornalista per il New Yorker. Tutti si aspettavano di trovarsi di fronte ad un mostro assetato di sangue, un sadico perverso, un demone in sembianze umane ma grande fu lo sconcerto quando si trovarono invece di fronte a un uomo “spaventosamente ordinario“, un grigio burocrate pignolo preoccupato del rispetto delle regole e totalmente incapace di riflettere criticamente sulle conseguenze devastanti della messa in atto degli ordini ricevuti. Emblematica fu la sua frase: “Io semplicemente eseguivo gli ordini“.

L’uscita del libro della Arendt fece raggelare i lettori per il fatto che le peggiori atrocità della storia non erano state commesse da psicopatici incalliti, ma da cittadini normali, padri di famiglia, come un qualsiasi vicino di casa premuroso.


1.Il contesto socio-culturale

Il primo fattore è un indicatore della predisposizione alla violenza: un contesto sociale e/o familiare permeato da forme di violenza più o meno esplicite determina una “normalità” della violenza ed una possibile rievocazione anche in altri contesti. Per questo motivo un soggetto cresciuto in un ambiente altamente degradato (anche solo psicologicamente parlando), sarà più propenso a superare ogni limite fino ad arrivare a torture vere e proprie ed omicidi. Questo parametro, come tutti gli altri nove, è solo un indicatore, perché da solo non è sufficiente per atti estremi in quanto  deve essere presente qualche altro fattore dei dieci sopra citati.


2a.Contesto spaziale e natura delle relazioni intrasistemiche

Questo fattore può essere ben espresso da un esperimento denominato “Effetto Lucifero”.

Nel 1971 lo psicologo Philip Zimbardo effettuò all’università di Stanford un esperimento che simulava un ambiente carcerario. La sua ipotesi era che situazioni istituzionali tossiche potevano spingere persone innocue a compiere azioni crudeli.

I partecipanti all’esperimento vennero reclutati attraverso un annuncio su un giornale che prometteva 15 dollari al giorno per due settimane di esperimento. Zimbardo e i suoi collaboratori, selezionarono un gruppo di 24 studenti universitari ritenuti idonei perché considerati individui equilibrati, senza precedenti penali e senza alcuna inclinazione alla violenza.

Zimbardo installò delle telecamere per osservare ciò che accadeva all’interno del finto carcere anche per poter intervenire in caso di necessità.

I partecipanti vennero divisi casualmente in due gruppi tra chi doveva impersonare i detenuti e chi le guardie. A queste ultime furono fornite divise, occhiali da sole riflettenti e manganelli. Invece i detenuti furono privati dei loro indumenti e costretti ad indossarne altri in modo da essere omologati e privati della loro individualità.

Quando l’esperimento ebbe inizio ogni partecipante cominciò ad assumere il ruolo assegnato. Con il passare dei giorni, ambedue i gruppi iniziarono sempre più a manifestare comportamenti insoliti legati al ruolo assunto.

L’esperimento carcerario sarebbe dovuto durare 14 giorni, tuttavia Zimbardo fu costretto ad interromperlo alla prima settimana perché le guardie iniziarono a mostrare eccessivi episodi di violenza nei confronti dei detenuti alcuni dei quali accusarono un forte crollo emotivo.


2b.Le spiegazioni di Zimbardo

Secondo Zimbardo le dinamiche socio-ambientali in cui una persona si trova ad agirepossono trasformarla da persona pacifica in un carnefice, il tutto legittimato dal potere politico o istituzionale di cui si fa parte: il sistema fornisce l’ideologia e l’autorità che giustifica la violenza. Secondo quest’ottica le caratteristiche psicologiche, hanno meno rilevanza rispetto ai contesti ma a mio avviso, come già accennato prima, è necessaria la compresenza di più fattori contemporaneamente affinché si arrivi a superare il limite. Continuiamo quindi nell’analisi dei dieci fattori.


3.Livello di adesione al contesto ed alle sue regole

In un contesto istituzionale sussistono delle regole super-individuali esplicite ed implicite che lo determinano e lo caratterizzano e che si sclerotizzano in abitudini o consuetudini difficilmente modificabili in un breve lasso di tempo. Per rafforzare il senso di appartenenza ad un gruppo (che presuppone l’abbassamento massimo possibile del livello della propria individualità), i membri vengono “spogliati” delle proprie caratteristiche soggettive a cominciare dalla divisa uguale per tutti, (con alcune differenze per i livelli gerarchici  più alti). Quando un nuovo membro si inserisce in un gruppo o istituzione generalmente tende a conformarsi a tali regole pena l’esclusione e l’isolamento dal gruppo. Alcuni riescono a tollerare questa esclusione, ma la maggior parte no, e saranno proprio questi ultimi che arriveranno a punire ed escludere i non  allineati perché questi fanno da specchio alla loro debolezza. Una volta che si è arrivati ad un alto grado di omologazione le responsabilità delle azioni perdono la loro valenza soggettiva ed il peso della decisione si diluisce fino a scomparire nell’anonimato dell’istituzione. In questo contesto è facile arrivare a ridefinire i propri comportamenti crudeli come necessari (es. “lo faccio per la sicurezza della nazione”). Quando un poliziotto, un soldato così come un impiegato ministeriale o un impiegato di una banca riceve un ordine, non si sente l’autore dell’azione, ma un mero strumento nelle mani di un’autorità superiore.

Stanley Milgram dimostrò che oltre il 60% dei partecipanti ai suoi esperimenti era disposto a somministrare scosse elettriche potenzialmente mortali a uno sconosciuto, solo perché un uomo in camice bianco diceva loro di continuare. In sostanza, quando le persone sentono di eseguire semplicemente gli ordini di un’autorità considerata legittima, spostano la responsabilità delle proprie azioni su chi comanda.


4.Deumanizzazione, de-individuazione, omologazione

Diversi studi hanno ormai assodato che per poter far arrivare ad uccidere quello che da una determinata lobby di potere viene indicato come il proprio nemico è necessario privarlo della propria dignità ed umanità: se l’altro non è più visto come un essere umano, ma come un “animale”, un “numero” o un “nemico”, l’empatia si azzera e la violenza diventa tollerabile (o persino gratificante per alcune personalità).

Oltre a crare questa contrapposizione “noi – loro” è necessario degradare i valori ed i comportamenti del presunto nemico in maniera tale da poter essere designati come i “cattivi”, i barbari, i miscredenti, ecc. Se l’altro è visto come appartenente ad un’altra razza, altri costumi altra religione, con una conformazione fisica differente, quasi appartenente ad un’altra specie, diventa quasi un imperativo “morale” rifiutarlo perché mette a repentaglio il proprio labile senso di l’identità personale e di gruppo, identità e unione che in sostanza si regge solo sulla lotta verso un nemico esterno, perché senza questa “urgenza”, questa unità crollerebbe.


5a.Azzeramento della dissonanza cognitiva

Questo imperativo “morale” diventa coerente ed accettabile solo se prima si è attuata un’operazione sociale atta ad azzerare la dissonanza cognitiva del cittadino medio che si trova di fronte ad un paradosso: da una parte considera o gli è stato insegnato che la vita è sacra ma dall’altra ha l’obbligo di uccidere altri simili o approvare un’azione simile per il bene della nazione. Nell’archivio comportamentale di un essere umano normale non sono previsti comportamenti violenti come picchiare, torturare o uccidere un suo simile senza sperimentare un dilemma morale importante. Per superare questa “criticità” la lobby di potere attua un’operazione di persuasione mistificante che ha come fulcro l’idea che l’uso della violenza” sia necessaria per salvaguardare i confini nazionali, che la si attua per il bene della comunità allargata e per la sicurezza personale. In sostanza, l’apparato di potere agisce su paure archetipiche individuali e di massa. L’operazione di persuasione inizia con una mistificazione linguistica data in pasto a tutti i media perché questa trasformazione linguistica, associata alla ragion di stato, farà sì che le coscienze arrivino a ridurre la propria dissonanza cognitiva.


5b.L’uso del Linguaggio: la mistificazione del potere

L’azzeramento della dissonanza cognitiva è anche la condizione necessaria per arrivare all’ampliamento del consenso dei propri cittadini ad azioni ritenute normalmente aberranti.

La mutazione del vocabolario linguistico quotidiano si basa generalmente su tre sfere concettuali: la sicurezza dello Stato, la protezione dei cittadini, la fobia delle malattie.

Rispetto alla retorica della legittima difesa il potere ribalta la narrazione: non è lo Stato ad aggredire ma è lo Stato che si difende da agenti provocatori, terroristi, potenze straniere. L’esecutore materiale di pratiche violente si convince così di essere un protettore della patria, e non un aguzzino.

Le manipolazioni linguistiche hanno poi lo scopo di legittimare azioni violente o non democratiche con la scusa che è per la “protezione dei cittadini” per cui  le azioni non vengono chiamate con il loro nome: l’arresto illegale diventa “messa in sicurezza“, il pestaggio diventa “contenimento della minaccia“, la deportazione diventa “ricollocamento”, la guerra si trasforma in “guerra di pace” e l’uccisione di civili innocenti viene definito un “effetto collaterale”.

Infine, l’uso di metafore biologiche serve a rievocare la fobia della malattie, così gli oppositori vengono definiti “cancri da estirpare“, “virus che infettano la nazione”, gli intellettuali “cellule impazzite”, ecc. Contro un virus non si usa la diplomazia, si usa la disinfezione e la violenza  di stato diventa così un atto di “igiene pubblica”, quindi qualcosa di condivisibile.

Nella prossima parte dell’articolo analizzeremo gli altri cinque fattori di sviluppo della violenza e cercheremo di applicare questo discorso alla agli esecutori della burocrazia.


Dott. Ivo Papadopoulos Autore presso La Mente Pensante Magazine
Dott. Ivo Papadopoulos
Psicologo Clinico | Sociologo
Bio | Articoli | Intervista scrittori pensanti | AIPP Novembre 2023
……………………………………………………………..
Website Blog Email LinkedIn

© Tutti i contenuti (testo, immagini, audio e video) pubblicati sul sito LaMentePensante.com, sono di proprietà esclusiva degli autori e/o delle aziende in possesso dei diritti legali, intellettuali, di immagine e di copyright.

LaMentePensante.com utilizza solo ed esclusivamente royalty free images per uso non commerciale scaricabili dalle seguenti piattaforme: Unsplash.com, Pexels.com, Pixabay.com, Shutterstock.com. Gli Autori delle immagini utilizzate, seppur non richiesto, ove possibile, vengono generalmente citati.

LaMentePensante.com, progetto editoriale sponsorizzato dalla TheThinkinMind Coaching Ltd, in accordo i proprietari del suddetto materiale, è stata autorizzata, all’utilizzo, alla pubblicazione e alla condivisione dello stesso, per scopi prettamente culturali, didattici e divulgativi. La copia, la riproduzione e la ridistribuzione del suddetto materiale, in qualsiasi forma, anche parziale, è severamente vietata. amazon affiliazione logo

LaMentePensante.com, è un membro del Programma di affiliazione Amazon UE, un programma pubblicitario di affiliazione pensato per fornire ai siti un metodo per ottenere commissioni pubblicitarie mediante la creazione di link a prodotti venduti su Amazon.it. I prodotti editoriali (generalmente libri) acquistati tramite i link pubblicati sulle pagine relative agli articoli, alle recensioni e alle video interviste, daranno la possibilità a LaMentePensante.com di ricevere una piccola commissione percentuale sugli acquisti idonei effettuati su Amazon.it. Per qualunque informazione e/o chiarimento in merito al programma affiliazione Amazon si prega di consultare il sito ufficiale Programma di affiliazione Amazon UE, mentre per l’utilizzo del programma da parte de LaMentePensante.com, si prega di contattare solo ed esclusivamente la Redazione, scrivendo a: redazione@lamentepensante.com.

© 2020 – 2026 La Mente Pensante Magazine – www.lamentepensante.com is powered by TheThinkingMind Coaching Ltd, United Kingdom — All Rights Reserved.

Termini e Condizioni Privacy Policy

"Il prezzo di qualunque cosa equivale alla quantità di tempo che hai impiegato per ottenerla."

© 2020 – 2026 La Mente Pensante Magazine – www.lamentepensante.com is powered by TheThinkingMind Coaching Ltd, United Kingdom — All Rights Reserved.