
Violenza di genere e relazione d’aiuto
Il ruolo di genitori e figure di riferimento
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La magistrale interpretazione di Edoardo Leo nel film Mia ci costringe a guardare in faccia un aspetto scomodo connesso al fenomeno della di violenza di genere: come si comportano – e come dovrebbero comportarsi – le persone che orbitano attorno alla vittima.
Gli aspetti da considerare sono molti, tuttavia l’attenzione sarà concentrata sulla fase specifica in cui la violenza di genere si manifesta soprattutto nella sua forma psicologica, ancora subdola ma già profondamente lesiva.
Immergendosi nel cuore della pellicola, non si può fare a meno di notare – con una certa sensazione di incongruenza – l’atteggiamento del padre di Mia alla comparsa dei primi segnali di assoggettamento psicologico al partner tossico: diminuzione della cura personale, isolamento sociale, rinuncia progressiva a interessi e relazioni significative.
Di fronte a questi indicatori, il padre utilizza un approccio reattivo e aggressivo: si oppone frontalmente, alza il tono, si schiera su un versante di scontro che – pur mosso dall’ansia di protezione – non tiene conto dello stato emotivo della figlia né dei suoi bisogni profondi. È un atteggiamento in cui molte figure di riferimento rischiano di riconoscersi: il timore per il benessere dell’altro si traduce in controllo, giudizio, imposizione.
Qui emerge l’aspetto cruciale: l’intenzione è protettiva, ma l’effetto può essere violento.
Il nodo relazionale in questione richiama alla mente il modello di comunicazione non violenta sviluppato da Marshall Rosenberg, basato sull’ascolto empatico e sulla ricerca di una connessione autentica con l’altro. Nel film, la modalità comunicativa adottata dal padre di Mia – Sergio – ha tutte le caratteristiche del cosiddetto “linguaggio sciacallo” descritto dallo psicologo statunitense: giudicante, focalizzato su colpe ed errori, pronto all’etichettamento (“sei cieca”, “non ti vedi”, “stai sbagliando tutto”) più che alla comprensione. L’opposto sarebbe il “linguaggio giraffa”, che nel modello di Rosenberg rappresenta un approccio empatico, basato sull’ascolto attivo e sul desiderio di mantenere una connessione, anche e soprattutto durante le fasi conflittuali. È un linguaggio che non nega il pericolo né minimizza la gravità della situazione, consentendo tuttavia di restare in contatto con la persona, mettendo tra parentesi il comportamento giudicato negativo.
In un contesto di violenza di genere, questo non è un dettaglio stilistico: rappresenta invece un discrimine tra aiutare la vittima ad aprirsi e spingerla ancora di più verso l’isolamento.
La complessità della situazione è accentuata da un elemento che la letteratura sull’empatia ha messo in luce da tempo: l’immedesimazione nel punto di vista dell’altro può trasformarsi in sequestro emotivo. Nel rapporto figure di riferimento-figli tutto si intensifica: amore, paura, senso di responsabilità, rabbia verso il partner abusante. Il rischio è che il genitore, travolto da queste emozioni, perda lucidità e reagisca in modo impulsivo, cercando di “strappare via” la figlia dalla relazione con la forza – verbale se non fisica.
Il risultato, tuttavia, può essere paradossale: alla violenza e al controllo del partner si aggiungono la pressione, il giudizio e la rabbia del genitore. Dal punto di vista della vittima questo può costituire un parallelismo devastante: da un lato il partner che manipola, dall’altro il padre che aggredisce e non ascolta. In mezzo alla violenza, la persona, sola.
Quando la situazione di violenza di genere risulta acclarata e nella vita della vittima sono presenti figure di riferimento (genitori, amici, insegnanti, colleghi), le strategie operative dovrebbero articolarsi almeno su due piani: l’allontanamento della figura tossica, con tutti gli strumenti possibili – supporto legale, reti sociali, centri antiviolenza, protezione concreta; la gestione della relazione con la vittima, che non rappresenta un dettaglio “emotivo” accessorio, bensì una parte fondamentale del processo di liberazione.
Le strategie devono procedere insieme, tuttavia esiste un aspetto probabilmente non negoziabile: a un comportamento violento non deve essere contrapposto un comportamento reattivo e aggressivo, sostanzialmente a sua volta violento, da parte di chi sostiene la vittima.
All’interno della dinamica familiare (e più in generale relazionale), a comportamento violento deve essere contrapposto un quadro di comunicazione assertiva, autentica e costruttiva. Ciò significa mettere la persona in difficoltà nelle condizioni di: esprimere i propri sentimenti senza temere il giudizio; riconoscere i propri bisogni sotto la superficie della relazione tossica (bisogno di amore, appartenenza, riconoscimento); formulare, gradualmente, richieste concrete di aiuto e protezione.
Tutto questo è impossibile se le figure di riferimento – spesso in buona fede – conducono ad una costante paura del giudizio e ad una scarsa percezione di accoglienza e comprensione.
L’immedesimazione empatica è tanto più complessa quanto più la relazione è intima: l’affetto personale, la storia condivisa, il timore di “perdere” l’altro o di vederlo distrutto dal rapporto tossico fanno da detonatori emotivi. Proprio per questo è all’interno di queste relazioni che diventa fondamentale costruire il quadro più sano possibile. Non significa essere neutrali, né minimizzare e sottovalutare. Significa invece chiamare la violenza con il suo nome, non colludere con il partner abusante, non trasformare la vittima in un contenitore su cui riversare ansia, rabbia e frustrazione.
Il compito delle figure di riferimento è probabilmente il più difficile e cruciale: reggere la tensione tra il desiderio di intervenire repentinamente, con decisione, e la necessità di non chiudere il canale comunicativo proprio mentre è più necessario tenerlo aperto. Se il canale si chiude, la vittima rischia di percepirsi doppiamente isolata: dentro la relazione manipolatoria e fuori da ogni spazio in cui potersi raccontare senza paura.
È fondamentale interrogarsi su come stare a fianco della vittima, con quali parole, con quali toni, con quale capacità di ascolto. In un contesto di violenza di genere possiamo contribuire alla rete di protezione, o – senza volerlo – stringere ancora di più la rete del controllo.

Dott. Andrea Bertocchi
Dottore magistrale in Filosofia e Forme del Sapere
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