
Autorevolezza, consapevolezza e stile del docente [Parte 4]
Di adulti e adolescenti a scuola
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Quando un insegnante entra nella “classe”, nel gruppo di studenti lui affidati, viene da subito “studiato”: è lui il primo oggetto di studio per i suoi studenti; essi lo osservano, lo “soppesano”, valutano il modo di porsi, di occupare gli spazi, di gestire i tempi, le modalità di azione e di costruzione delle relazioni, il tono di voce; ascoltare ciò che dice viene dopo. Ciò che viene studiato per primo è lo stesso insegnante, il suo modo d’essere e di relazionarsi. Così facendo si costruiscono le basi per la fiducia, l’affidamento o la diffidenza; buona parte dell’efficacia del successivo insegnamento dipende da questo “studio iniziale”: “buona la prima”, verrebbe da dire!
Da subito gli studenti (qui il livello di età e di scuola fa poca differenza) cercando di valutare l’autorevolezza del docente, ossia la capacità di far crescere (Auctor – da cui autore e autorevolezza – viene dal verbo latino augeo, faccio crescere); crescere bene è ciò a cui tende propriamente ciascun allievo, è l’intenzione profonda che lo anima, ne sia cosciente o meno.
Il docente, perciò, deve presentarsi come colui che si mette a disposizione di tale intenzione di crescita. Scriveva Maria Zambrano (Per amore e per la libertà): “Il maestro è mediatore rispetto all’essere mentre cresce, e crescere è per l’uomo non solo aumentare, ma anche integrarsi, vale a dire qualcosa in più rispetto a svilupparsi, così com’è per la pianta e per l’animale”. Per fare ciò, il docente deve presentarsi in maniera “credibile” e “affidabile”. La credibilità, l’affidabilità (nonché la competenza disciplinare, le tre “insegne” basilari che “insigniscono” il docente) vanno guadagnate “sul campo”: se gli studenti non le riconoscono, è vano esibirle nei CV.
Da subito l’allievo saggia la capacità del maestro di mostrarsi adulto, padrone di sé, cosciente dei suoi limiti, riluttante alla millanteria, ma al tempo stesso competente, informato, capace di gestire tutte le modalità della relazione didattica. L’insegnante, cioè, come dice Groppo (Educazione e riabilitazione), deve essere in grado durante la relazione di essere sempre presente a se stesso, cosciente della propria relazione emotiva, capace di comprendere i bisogni dell’altro, la sua profonda esigenza di comunicazione e di contatto, ma anche in grado di saper decidere la strategia educativa più adeguata per rispondere ai bisogni dell’altro; deve sapere, avendolo già sperimentato su di sé, quanto sia necessario vivere e accettare le frustrazioni, perché esse sono necessarie per permetterci di prendere coscienza dei nostri limiti e quindi renderci più equilibrati e più realistici nella relazione.
Il senso esistenziale di ogni “insegnare” (e di ogni rapporto educativo in generale) è nell’indicare ai soggetti in formazione la direzione della ricerca del “senso” della vita stessa e delle modalità per viverla al meglio; testimoniare la rilevanza di ciò che si insegna alla costruzione di una vita “ricca di senso”.
Essere adulto è saper riconoscere i propri limiti
Il docente viene riconosciuto tanto più autorevole quanto più “adulto”, ossia consapevolezza dei propri limiti e “maturo” nella gestione delle relazioni. Solo chi è cosciente dei propri limiti, chi non soffre di deliri di onnipotenza è capace di accogliere e di far posto ai limiti di coloro che gli vengono affidati, convinto propugnatore (professore) della rilevanza (anche esistenziale) del sapere che insegna.
Come sosteneva anni fa Kohut (Potere, coraggio e narcisismo), solo chi ha raggiunto quella saggezza che consiste nel superamento del narcisismo e nell’accettazione dei limiti del proprio potere fisico, intellettuale ed emotivo, solo chi ha raggiunto quella saggezza che “può essere definita come un atteggiamento stabile della personalità nei confronti della vita e del mondo, un atteggiamento che si è formato attraverso l’integrazione della funzione cognitiva con l’umorismo”, ossia che ha unito la profonda competenza umana e disciplinare con il “non prendersi troppo sul serio”, può accogliere la fatica di crescere di coloro che gli vengono affidati: l’accettazione – anche giocosa – dei propri limiti è momento costitutivo e fondante dell’identità personale: Socrate insegna!
I deliri di onnipotenza dei sedicenti adulti (che siano docenti, genitori, educatori, allenatori cambia poco) – quelli che pretendono “successi formativi” diversi dalla armonica e serena crescita umana e intellettuale degli adolescenti loro affidati – hanno provocato e provocano sofferenze e fragilità difficilmente sanabili.
Riconoscere e accettare il limite non è subirlo passivamente, ma è la prima condizione per saggiare le possibilità di oltrepassarlo: per fare questo ci vuole lucidità e coraggio. E questo non lo si insegna, lo si testimonia.
Lo stile del docente
La parola “stile” richiama etimologicamente lo stilo, la bacchetta con cui si incideva la cera sulle tavolette per scrivere e, dunque, indica la qualità individuale, personale, della grafia che lascia traccia, che comunica le peculiarità della soggettività del comunicante. Lo “stile” è il tratto artistico della professione docente, è la traccia che più a lungo resta nella memoria dei discenti. Scrive icasticamente Recalcati (L’ora di lezione): “Lo stile è il rapporto che l’insegnante sa stabilire con ciò che insegna a partire dalla singolarità della sua esistenza e dal suo desiderio di sapere”. E questo fa la differenza, perché è capace di suscitare e orientare il desiderio del discente: “il gesto del maestro […] sa rendere il sapere un oggetto che causa il desiderio, agisce allargando l’orizzonte, trasporta la vita altrove, al di là del già visto e del già conosciuto: la educa nel senso etimologico più radicale”.
L’autentico insegnamento (che corrisponde a, incoraggia e fa crescere, la spinta interiore di ciascun adolescente) indica costantemente quell’oltre a cui tende il crescere, sa far collegare all’adolescente l’intenzione con il desiderare, ne rivela il “senso” e ne accompagna la pratica.
L’uscita dallo stato di minorità (anche intellettuale) è ciò che anima la crescita di ogni essere umano; chi ne accompagna la crescita deve essere una persona che, per parafrasare Pavese, sa esercitare autonomamente (consapevolmente, responsabilmente) il “mestiere di vivere”.
Riferimenti bibliografici:
M. Groppo, Educazione e riabilitazione in Professione educatore, Vita e pensiero, Milano 1994.
H. Kohut, Potere, coraggio, narcisismo, Ubaldini, Roma 1986.
M. Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi, Torino 2014.
M. Zambrano, Per amore e per la libertà, Marietti, Genova 2008.

Prof. Piergiorgio Sensi
Docente di Scuola Secondaria e Universitario
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