
Il genitore sconosciuto
Alla scoperta della persona dietro il ruolo
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Quando si parla del rapporto tra genitori e figli, si tende spesso a considerarlo come un legame dato, naturale, quasi immutabile. È un rapporto carico di aspettative, ruoli impliciti, emozioni profonde e, talvolta, conflitti radicati. Tuttavia, da un punto di vista psicologico, può essere utile immaginare cosa accadrebbe se un figlio smettesse, anche solo temporaneamente, di percepire il proprio genitore come “genitore” e iniziasse a considerarlo come una persona come un’altra. Potrebbe, un semplice spostamento di prospettiva, produrre effetti sorprendenti sulla comprensione, sull’empatia e sulla qualità della relazione? Ovviamente questo è un passaggio logico elevato che si potrebbe mettere in campo solo dopo una certa maturazione neurobiologica dei figli.
Fin dall’infanzia, il genitore viene interiorizzato come figura di riferimento primaria. È colui o colei che protegge, educa, stabilisce regole e rappresenta, nel bene e nel male, una fonte di sicurezza o di tensione. Questo ruolo, però, tende a cristallizzarsi nel tempo. Il figlio, anche da adulto, continua spesso a vedere il genitore attraverso la lente del passato: come autorità, come figura giudicante, come presenza ingombrante o, al contrario, come punto di appoggio imprescindibile ed in questo processo, si perde facilmente di vista un aspetto fondamentale: il genitore è, prima di tutto, una persona, con i suoi pregi e difetti ed in questo articolo andremo a evidenziare i possibili risvolti di questo cambio di ottica.
Una prospettiva nuova
Considerare il genitore come una persona qualsiasi non significa negare il legame affettivo o il ruolo familiare, ma sospendere momentaneamente tutti i significati e connotati affettivi ed emotivi connessi con quel ruolo. Significa chiedersi: “Se incontrassi questa persona oggi, senza sapere che è mio padre o mia madre, cosa vedrei?” Questo esercizio mentale potrebbe aprire uno spazio nuovo, in cui potrebbero emergere caratteristiche che prima potevano essere oscurate dal ruolo: fragilità, paure, desideri, limiti, ma anche qualità, talenti e storie personali. Dal punto di vista psicologico, questo cambio di prospettiva potrebbe favorire lo sviluppo della curiosità verso quella persona, che troppo spesso si dà per scontata e arrivare magari a provare maggiore empatia per lei.
Spesso i conflitti tra genitori e figli nascono da aspettative reciproche non esplicitate: il figlio si aspetta comprensione, supporto e accettazione; il genitore si aspetta rispetto, riconoscimento e magari conformità a determinati valori. Quando queste aspettative non vengono soddisfatte, si generano frustrazione e distanza. Tuttavia, se il figlio riesce a vedere il genitore come un individuo, può iniziare a comprendere che anche lui o lei è stato a sua volta figlio, ha vissuto esperienze formative, ha sviluppato convinzioni e difese che influenzano il suo modo di relazionarsi.
Questo non giustifica determinati comportamenti problematici o dannosi del genitore verso i figli, ma li contestualizza. Ad esempio, un genitore molto critico potrebbe esser cresciuto in un ambiente in cui l’approvazione era condizionata al successo. Un genitore emotivamente distante potrebbe aver imparato a reprimere i propri sentimenti per sopravvivere a situazioni difficili. Vedere questi aspetti non come “difetti del genitore” ma come tratti della storia di una persona potrebbe ridurre la reattività emotiva del figlio rispetto certi comportamenti del genitore ed elicitare una risposta più consapevole.
Confini, autonomia, aggressività
Una prima conseguenza di questa nuova prospettiva riguarda la ridefinizione dei confini relazionali. Quando il genitore viene visto esclusivamente nel suo ruolo, il figlio può sentirsi intrappolato in dinamiche infantili anche in età adulta. Ad esempio, può continuare a cercare approvazione o continuare a ribellarsi in modo automatico, senza interrogarsi realmente su ciò che desidera. Considerare il genitore come una persona permette invece di stabilire un rapporto più paritario, in cui è possibile negoziare, esprimere dissenso e costruire una relazione basata sulla possibilità di scelta e non solo sull’obbligo.
Questo processo è particolarmente rilevante nella fase dell’adolescenza, quando il figlio è chiamato a costruire una propria identità autonoma. In questa fase, la “de-idealizzazione” del genitore è un passaggio naturale: il genitore non è più visto come onnipotente o infallibile. Questa presa di coscienza può essere accompagnata da delusione o rabbia e in alcuni casi (che negli ultimi anni sono aumentati a dismisura) si arriva anche ad arrivare ad odiare il genitore e si arriva anche a de-umanizzarlo ed in casi estremi si arriva anche ad uccidere. Il considerare il proprio genitore primariamente come un individuo come un altro può invece contribuire a mettere in risalto la sua umanità; questo cambio di prospettiva può aiutare a trasformare queste emozioni in comprensione, favorendo una relazione più autentica e meno aggressiva.
Vantaggi relazionali
Dal punto di vista relazionale, questo cambiamento può aprire diverse possibilità: il figlio può smettere di reagire automaticamente ai comportamenti del genitore e iniziare a scegliere come rispondere. Può decidere, ad esempio, di non prendere sul personale certe critiche, riconoscendole come espressione delle insicurezze dell’altro. Oppure può scegliere di avvicinarsi con maggiore apertura, vedendo il genitore non più come una figura distante o minacciosa, ma come qualcuno con cui è possibile costruire un dialogo.
È importante sottolineare che questo processo non è semplice ed immediato né lineare. Le dinamiche familiari sono profondamente radicate e spesso cariche di significati inconsci. Inoltre, in presenza di relazioni particolarmente conflittuali o traumatiche, vedere il genitore come una “persona qualsiasi” può risultare difficile o addirittura doloroso. In questi casi estremi è necessario un un percorso terapeutico che aiuti a elaborare tali esperienze nel tentativo di costruire nuove modalità di relazione.
Un ulteriore beneficio di questo approccio è la possibilità di scoprire aspetti del genitore che erano rimasti in ombra. Molti figli, ad esempio, non conoscono realmente la storia di vita dei propri genitori: i loro sogni giovanili, le difficoltà affrontate, le scelte compiute. Considerarli come individui può stimolare curiosità e apertura, portando a conversazioni più profonde e significative. Questo non solo arricchisce la relazione, ma contribuisce anche a una maggiore comprensione di sé, poiché parte della propria identità è inevitabilmente intrecciata con quella dei propri genitori… intreccio che va al di là di loro per arrivare fino a parecchie generazioni indietro nel tempo.
Conclusioni
Infine, considerare il genitore come una persona qualsiasi può avere un effetto trasformativo anche sul senso di responsabilità. Il figlio può smettere di aspettarsi che il genitore cambi o soddisfi dei propri bisogni che forse non è in grado di soddisfare autonomamente, e iniziare a prendersi cura di se stesso in modo più autonomo. Questo non significa rinunciare al legame, ma renderlo più realistico e sostenibile.
In conclusione, il semplice esercizio mentale di vedere il proprio genitore come una persona al di là del ruolo che ricopre, può aprire nuove possibilità di comprensione e relazione. Non si tratta di negare l’importanza del legame familiare, ma di arricchirlo con una prospettiva più ampia ed umana. In questo spazio, fatto di empatia, consapevolezza e libertà, può nascere una relazione più autentica, meno vincolata da aspettative rigide e più aperta alla complessità dell’esperienza umana.

Dott. Ivo Papadopoulos
Psicologo Clinico | Sociologo
Bio | Articoli | Intervista scrittori pensanti | AIPP Novembre 2023
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