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Il “Rabbit Effect”

Come affetti e relazioni modulano la malattia

Image by Andriyko Podilnyk on Unspalsh.com


Esiste un effetto poco conosciuto ma estremamente interessante per comprendere il funzionamento dell’organismo e lo sviluppo di molte malattie. Si tratta del cosiddetto “rabbit effect”, cioè “effetto coniglio”, un fenomeno che suggerisce quanto le relazioni e gli affetti possano influenzare la biologia della malattia e contribuire allo sviluppo di nuove prospettive terapeutiche.

Negli anni Settanta, durante studi sperimentali sull’aterosclerosi in modelli animali, nello specifico nei conigli, si verificò un’osservazione inattesa destinata a diventare significativa. In un laboratorio statunitense che studiava la formazione di placche aterosclerotiche in conigli alimentati con una dieta ricca di colesterolo, un gruppo di animali sviluppò lesioni significativamente inferiori rispetto agli altri, pur ricevendo la medesima dieta.

Cercando la spiegazione a questo fenomeno, si scoprì un dettaglio apparentemente secondario: una delle addette al laboratorio maneggiava quotidianamente quei conigli con particolare gentilezza, li accarezzava e li teneva in braccio prima della somministrazione del cibo. Quando questa variabile fu controllata intenzionalmente, si osservò che i conigli che ricevevano interazioni affettuose sviluppavano fino al 60% in meno di lesioni aterosclerotiche rispetto agli altri conigli dello studio.

I risultati furono quindi pubblicati sulla rivista Science (Nerem et al., 1980) e divennero noti come rabbit effect: si mostrava così come l’ambiente affettivo e relazionale può modulare l’impatto biologico di un fattore di rischio metabolico oggettivo.


Significato biologico del Rabbit Effect

Nel modello classico dell’aterosclerosi, il colesterolo LDL (Low-Density Lipoprotein, il cosiddetto “colesterolo cattivo”) elevato rappresenta un fattore causale centrale. La variabile indipendente, nel modello sperimentale, è rappresentata dalla somministrazione della dieta ricca di colesterolo, che dovrebbe determinare lo sviluppo delle lesioni aterosclerotiche. Tuttavia, l’esperimento sui conigli suggerisce che il rischio, nel nostro caso l’aterosclerosi, non sia esclusivamente determinato dalla variabile dietetica, ma anche dal contesto ambientale, relazionale e affettivo.

L’ipotesi esplicativa più accreditata riguarda la modulazione dello stress biologico. L’interazione affettuosa riduce l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) e del sistema nervoso simpatico. Lo stress cronico è infatti associato a numerosi fattori fisiopatologici come aumento del cortisolo, disfunzione endoteliale, incremento dell’ossidazione delle LDL, aumento delle citochine pro-infiammatorie, maggiore reattività vascolare. In questa prospettiva, il rabbit effect rappresenta quindi una modulazione neuroendocrina della risposta infiammatoria e aterogena (“che aumenta l’aterosclerosi”).

Le ricerche di Bruce McEwen hanno introdotto il concetto di allostatic load, ossia il costo biologico dell’adattamento allo stress cronico (McEwen, 1998). Analogamente, Robert Sapolsky ha mostrato come l’attivazione persistente dei sistemi dello stress possa avere effetti sistemici dannosi, inclusa una maggiore vulnerabilità cardiovascolare.


Convergenze epidemiologiche nell’uomo

Il rabbit effect trova un parallelo umano nello studio epidemiologico condotto da Stewart Wolf sulla comunità di Roseto (in Pennsylvania, USA), pubblicato sul Journal of the American Medical Association. Nonostante una dieta ricca di grassi e un’alta prevalenza di fumo, la popolazione di Roseto mostrava un’incidenza sorprendentemente bassa di infarto miocardico. L’ipotesi interpretativa fu la forte coesione sociale e il sostegno comunitario.

Successivamente, il Whitehall Study, coordinato da Michael Marmot, evidenziò che lo stress lavorativo e la bassa autonomia decisionale aumentano significativamente il rischio cardiovascolare indipendentemente dai fattori tradizionali (Marmot et al., 1997).

Anche studi di coorte come quelli di Sheldon Cohen (2000) hanno dimostrato che la qualità delle relazioni sociali predice morbilità e mortalità, suggerendo che il contesto relazionale agisca come un vero modulatore biologico della salute.


Meccanismi psiconeuroimmunologici

Il rabbit effect può essere quindi compreso attraverso l’integrazione di tre sistemi principali: neuroendocrino (in cui lo stress cronico altera la regolazione del cortisolo e della risposta simpatica), immunitario (in cui  l’attivazione persistente favorisce uno stato pro-infiammatorio), e vascolare (dove l’infiammazione cronica promuove la formazione e la progressione delle placche aterosclerotiche).

Il contatto rassicurante e la percezione di sicurezza attivano invece il sistema parasimpatico e promuovono la regolazione vagale (si suggerisce al lettore di ripassare anche il fenomeno della depressione anaclitica). Questo può ridurre l’infiammazione sistemica e modulare l’espressione genica coinvolta nei processi aterogeni.

Tutte queste osservazioni sono coerenti con il modello biopsicosociale proposto da George L. Engel e con le attuali evidenze della psiconeuroimmunologia.


Estensione psiconeurosomatica oltre l’ambito cardiovascolare

Una prospettiva di psiconeurosomatica integrativa consente di considerare il rabbit effect non solo come un fenomeno cardiovascolare, ma come un modello generale di modulazione relazionale della vulnerabilità biologica. Abbiamo quindi preso spunto dal “rabbit effect” per riprendere diverse idee relativamente a psicologia e salute organica e per riflettere di nuovo sul ruolo del percorso psicologico nella terapia del paziente anche cronico.

Negli ultimi decenni numerose ricerche in psiconeuroimmunologia hanno mostrato come lo stress psicologico e la qualità delle relazioni sociali possano influenzare l’attività di diversi sistemi fisiologici, inclusi sistema immunitario, neuroendocrino e metabolico (Ader, Felten & Cohen, 2001; Kiecolt-Glaser et al., 2002). In questa prospettiva, il contesto affettivo non rappresenta soltanto una dimensione psicologica, ma una variabile biologicamente, e sottolineiamo biologicamente, attiva, capace di modulare processi fisiopatologici. Vediamo, come di consueto, alcuni casi.

Dolore cronico: nel dolore cronico, e in particolare nelle sindromi da sensibilizzazione centrale, è ormai noto che i fattori emotivi e relazionali influenzano la modulazione della percezione dolorosa. Lo stress cronico e l’iperattivazione dell’asse HPA favoriscono infatti l’aumento dell’attività limbica, la riduzione dell’inibizione discendente del dolore e la facilitazione della sensibilizzazione centrale (Apkarian et al., 2009).

In questo contesto, un ambiente relazionale percepito come sicuro può contribuire a ridurre l’iperattivazione neurovegetativa e l’allerta emotiva, facilitando la regolazione dei circuiti cerebrali coinvolti nella percezione dolorosa. Questo è coerente con studi che mostrano come il supporto sociale e la qualità della relazione terapeutica possano influenzare l’esperienza soggettiva del dolore e gli esiti clinici.

Disturbi autoimmuni e infiammazione: numerose ricerche suggeriscono che lo stress psicologico cronico possa influenzare la regolazione immunitaria. Kiecolt-Glaser e colleghi hanno mostrato come lo stress prolungato sia associato a un aumento dei livelli di citochine pro-infiammatorie e a una ridotta efficienza della risposta immunitaria (Kiecolt-Glaser et al., 2002). Studi successivi hanno confermato che fattori psicosociali possono modulare l’espressione genica di mediatori infiammatori (Cole, 2014). Questi risultati suggeriscono che il contesto relazionale e lo stress cronico possano contribuire, almeno in parte, alla modulazione dei processi immunitari coinvolti nelle patologie autoimmuni e infiammatorie.

Metabolismo e regolazione energetica: lo stress cronico è stato associato a disfunzioni metaboliche significative. L’iperattivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene favorisce infatti l’aumento del cortisolo, che a sua volta promuove insulino-resistenza, aumento dell’appetito e accumulo di tessuto adiposo viscerale (Epel et al., 2000).

Alcuni studi suggeriscono che ambienti sociali supportivi e interventi psicologici orientati alla regolazione dello stress possano contribuire a migliorare quindi la regolazione metabolica e comportamentale, riducendo indirettamente il rischio cardiometabolico, la disregolazione metabolica e l’obesità viscerale.

Oncologia e psico-oncologia: nel campo dell’oncologia è importante evitare interpretazioni semplicistiche o deterministiche. Tuttavia, la letteratura di psico-oncologia mostra chiaramente che il supporto sociale e la qualità delle relazioni influenzano numerosi esiti clinici, tra cui la qualità della vita, l’aderenza ai trattamenti e alcuni parametri immunitari (Spiegel & Giese-Davis, 2003).

In diversi studi, il supporto sociale è stato associato a una migliore regolazione dello stress e a modificazioni nei livelli di ormoni dello stress e mediatori immunitari, suggerendo una possibile modulazione sistemica dei processi fisiologici coinvolti nella malattia.


Implicazioni cliniche rilevanti per l’uomo

Il rabbit effect può essere interpretato come un modello sperimentale precoce di un fenomeno oggi ampiamente studiato: l’influenza dei fattori psicosociali sulla regolazione biologica. Il rabbit effect suggerisce quindi diverse implicazioni cliniche rilevanti per la medicina contemporanea.

La prima riguarda il fatto che i fattori di rischio biologici non agiscono mai in isolamento. Il loro effetto è modulato dal contesto psicologico, sociale e relazionale in cui l’individuo vive. Questo non significa negare l’importanza dei fattori biologici classici – come dieta, genetica o altro – ma riconoscere che essi operano all’interno di sistemi fisiologici altamente sensibili allo stress e alla regolazione emotiva.

Una delle implicazioni più rilevanti riguarda il ruolo della relazione terapeutica. Diversi studi hanno mostrato che la qualità della relazione medico-paziente è associata a una migliore aderenza ai trattamenti, a una maggiore soddisfazione del paziente e, in diversi casi, a migliori esiti clinici (Di Blasi et al., 2001). Dal punto di vista psiconeurobiologico, una relazione terapeutica percepita come sicura può ridurre l’attivazione dei sistemi dello stress, favorire la regolazione emotiva e migliorare la capacità del paziente di affrontare la malattia.

Un altro aspetto riguarda la prevenzione. La letteratura epidemiologica mostra che l’isolamento sociale rappresenta un fattore di rischio significativo per la mortalità generale. Una meta-analisi condotta da Julianne Holt-Lunstad su oltre 300.000 individui ha dimostrato che l’isolamento sociale e la scarsa qualità delle relazioni aumentano significativamente il rischio di mortalità (Holt-Lunstad et al., 2010). Questo suggerisce che la promozione di relazioni sociali significative e di ambienti relazionali sani possa rappresentare una componente importante delle strategie di prevenzione sanitaria.

Il rabbit effect ci ricorda infine l’importanza di un approccio integrato alla cura. Il modello biopsicosociale, proposto da George Engel, sostiene che la malattia non possa essere compresa esclusivamente attraverso variabili biologiche, ma richieda l’integrazione di fattori psicologici e sociali (Engel, 1977). In questa prospettiva, l’intervento psicologico non rappresenta un’aggiunta accessoria alla medicina, ma un possibile e significativo modulatore dei sistemi fisiologici coinvolti nella salute e nella malattia, concetto ben lontano da quello della visione dello psicologo come di colui che si occupa semplicemente di problemi psicologici.


Conclusione

Il rabbit effect non è soltanto una curiosità sperimentale, ma un paradigma clinico. Ci dimostra che un fattore relazionale, affettivo, psicologico, può modulare l’espressione di un rischio metabolico (e altro) oggettivo. E ci ricorda appunto anche che il pensiero che lo psicologo è il medico “dei matti” è una affermazione totalmente errata: la biologia, la chimica e la fisiologia non sono infatti isolate dal contesto psicologico e relazionale, ma ne sono interdipendenti. L’organismo umano sembra perciò rispondere non solo alle sostanze che assumiamo, ma anche alla qualità delle relazioni in cui viviamo. E la cura, per essere pienamente efficace, dovrebbe quindi includere anche la dimensione psicologica come componente strutturale e fondamentale dell’intervento. Comprendere questo intreccio tra biologia e psicologia rappresenta una delle sfide più importanti della medicina del futuro.


Bibliografia essenziale

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Dott. Alessandro Mahony Autore presso La Mente Pensante Magazine
Dott. Alessandro Mahony
Psicologo
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