
Ritrovare il senso dell’esistere
Un viaggio dentro di sé
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Ci sono momenti nella vita in cui ciò che prima appariva chiaro perde improvvisamente consistenza. Le giornate scorrono, gli impegni si accumulano, le relazioni continuano a esistere, eppure qualcosa dentro sembra essersi spento. È come se il filo invisibile che teneva insieme le esperienze si fosse allentato, lasciando spazio a una sensazione sottile ma persistente di vuoto. Non è necessariamente dolore acuto, né disperazione manifesta. È piuttosto una distanza: da sé, dagli altri, da ciò che si fa.
Questo smarrimento non è un errore da correggere in fretta, né una deviazione da evitare. È, spesso, una soglia. Un passaggio delicato in cui le vecchie strutture interiori non riescono più a sostenere la complessità dell’esperienza presente. Le risposte che un tempo bastavano non funzionano più. I ruoli che si ricoprivano iniziano a stare stretti. Le certezze si incrinano.
In questa fase, può emergere una domanda fondamentale, anche se non sempre formulata con chiarezza: “Perché?”. Perché fare ciò che faccio? Perché continuare? Perché essere qui? È una domanda antica, universale, che attraversa ogni essere umano almeno una volta nella vita, e spesso più volte.
La tentazione è quella di riempire rapidamente questo vuoto: con nuove attività, nuovi obiettivi, distrazioni, spiegazioni. Ma ciò che davvero nutre non si lascia trovare in superficie. Richiede un rallentamento, una disponibilità a restare, anche solo per un momento, dentro ciò che manca. È proprio lì, nel cuore dello smarrimento, che può iniziare qualcosa di diverso: non una risposta immediata, ma un movimento più autentico verso di sé.
Scendere dentro: l’incontro con sé stessi
Ritrovare una direzione profonda non è un processo che avviene all’esterno. Non si tratta di trovare la “giusta” strada nel mondo, almeno non all’inizio. È, prima di tutto, un movimento verso l’interno. Un tornare a casa, lentamente, dopo essersi persi.
Scendere dentro di sé richiede coraggio. Significa incontrare non solo ciò che è luminoso e rassicurante, ma anche le parti più fragili, confuse, talvolta ferite. Significa ascoltare senza giudicare ciò che emerge: emozioni rimaste in sospeso, desideri ignorati, paure silenziose. In questo spazio, non serve capire tutto subito. Serve, piuttosto, permettere.
Permettere al corpo di parlare, attraverso le sue tensioni e i suoi rilassamenti. Permettere al respiro di farsi più ampio, o di restare corto, senza forzarlo. Permettere ai pensieri di passare, senza aggrapparsi a ciascuno di essi. È un ascolto che non ha fretta, che non cerca risultati immediati.
In questo incontro con sé stessi, qualcosa inizia a cambiare. Non necessariamente fuori, ma dentro. Si apre uno spazio nuovo, più vasto, in cui ciò che prima sembrava confuso può essere accolto. E nell’accoglienza, spesso, si scioglie una parte della tensione.
Quello che emerge, in questa fase, non è ancora una direzione chiara. È piuttosto una qualità dell’esperienza: una sensazione di maggiore presenza, di maggiore verità. Come se, per la prima volta dopo tempo, si smettesse di fuggire da sé stessi. E in questo stare, anche il vuoto cambia forma. Non è più solo assenza, ma possibilità.
Il significato come relazione: con la vita, con gli altri
Man mano che il contatto con sé stessi si approfondisce, emerge una comprensione diversa. Non si tratta più di trovare qualcosa di definito, ma di accorgersi che tutto prende forma nella relazione. Relazione con la propria esperienza, con gli altri, con la vita stessa.
Questa dimensione si manifesta nei piccoli gesti quotidiani, quando sono abitati con presenza. In una conversazione autentica, in un momento di ascolto sincero, in un atto di cura, anche semplice. Non è necessario fare qualcosa di straordinario, ma esserci davvero in ciò che si fa. È lì che la vita torna a pulsare.
Anche il legame con gli altri cambia. Quando si è più in contatto con sé stessi, si diventa più disponibili all’incontro reale. Meno guidati da aspettative rigide, più aperti a ciò che l’altro è, nel momento presente. E in questa apertura, si crea uno spazio in cui qualcosa di condiviso può emergere.
C’è poi una relazione più ampia, spesso più sottile, con qualcosa che può essere chiamato vita, esistenza, o semplicemente mistero. Non è necessario definirlo. È piuttosto una percezione: quella di essere parte di qualcosa di più grande, anche senza comprenderlo pienamente. Questa percezione può portare una forma di fiducia, non ingenua, ma radicata nell’esperienza.
Ciò che cercavamo, allora, non è più una risposta definitiva alla domanda “perché?”, ma una qualità del vivere. È il modo in cui si attraversano le giornate, la capacità di restare in contatto con ciò che è vivo, anche quando è complesso o incerto.
Ritrovare una direzione, ogni giorno
Ritrovare un orientamento profondo non è un evento unico, definitivo. Non è qualcosa che, una volta trovato, resta immutabile. È un processo vivo, dinamico, che si rinnova continuamente. Ci saranno momenti in cui sembrerà di nuovo allontanarsi, e altri in cui sarà più vicino, più evidente.
Accogliere questa natura mutevole è parte del percorso. Non si tratta di raggiungere uno stato permanente di chiarezza, ma di sviluppare una relazione più profonda con sé stessi e con la vita. Una relazione che possa includere anche l’incertezza, il dubbio, il cambiamento.
In questo cammino, possono essere utili pratiche semplici: momenti di silenzio, di ascolto del respiro, di contatto con il corpo. Spazi in cui fermarsi, anche solo per pochi minuti, e tornare a sé. Non come dovere, ma come gesto di cura.
Anche il modo in cui si guardano le proprie esperienze cambia. Ciò che prima veniva vissuto come ostacolo può diventare occasione di comprensione. Ciò che sembrava perdita può aprire a nuove possibilità. Non perché tutto diventi facile, ma perché cambia lo sguardo.
Ritrovare una direzione, allora, è meno un punto di arrivo e più una pratica quotidiana. È il continuo tornare a ciò che è autentico, anche quando è scomodo. È il permettersi di cambiare, di lasciare andare, di ricominciare.
E forse, proprio in questo movimento, si rivela qualcosa di essenziale: che ciò che cerchiamo non è qualcosa da conquistare, ma qualcosa che emerge quando si è disposti a vivere, davvero, dall’interno.

Dott.ssa Lorena Ruberi
Psicologa e Counsellor Umanistica
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