
Banalmente violenti
Come diventare “casualmente” aguzzini – seconda parte
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Nella prima parte dell’articolo abbiamo iniziato ad esplorare i primi cinque fattori che possono indurre una persona apparentemente “normale” a mettere in atto azioni violente. Ricordiamoli:
1. Contesto socio-culturale
2. Contesto spaziale e natura delle relazioni intrasistemiche
3. Livello di adesione al contesto ed alle sue regole
4. De-umanizzazione, de-individuazione, omologazione
5. Azzeramento delle dissonanze cognitive
In questa seconda parte andremo ad analizzare i restanti cinque che sono:
6. Livello dei compromessi
7. Grado di paura delle punizioni
8. Possibilità e limiti dei cambiamenti istituzionali
9. Proiezione della propria rabbia
10. Livello di coscienza (o riflessione critica)
Livello dei compromessi
Nessuno si sveglia la mattina decidendo di diventare un torturatore. La discesa agli inferi dell’uomo comune avviene lungo un piano inclinato fatto di piccoli compromessi quotidiani. Questa dinamica è comune a tutti gli aspetti della vita e funziona in questo modo: in alcune situazioni capita che una persona vada leggermente al di là delle norme comuni o di buona educazione. Per esempio si sta alla fermata della metropolitana che non passa da molto e quando arriva, per essere sicuri di poter entrare, si spintona leggermente le persone circostanti. Questo è il primo passaggio fondamentale perché anche se l’azione è di poco al di là di un comportamento corretto, è sempre un comportamento che ha superato il limite, si è rotta la breccia dell’incorruttibilità morale. Questa rottura provoca, a livello subconscio, una discrepanza rispetto all’immagine di se stessi e per “aggiustare” questa discrepanza ci si convince che quell’azione in fondo non è così grave, anche perché necessaria per non far tardi al lavoro, quindi la si normalizza. Questa spinta che magari aveva oggettivamente un valore negativo di -1, con la normalizzazione torna ad essere 0, ovvero neutra. Questo è il problema, perché al ripetersi di una situazione simile a quella di partenza (il lieve spintonare) essendosi convinti che quell’azione sia neutra, non si parte da -1 ma da 0, quindi ci si può permettere di dare una spinta più forte, che si percepisce come -1 ma che in realtà è -2 o ancora maggiore. Poi il processo si ripete e per aggiustare la propria immagine di se stessi, l’azione che magari ha raggiunto un valore di -5 , per lo stesso meccanismi di “aggiustamento” viene ridimensionata a 0, arrivando così a veri e propri spintoni. Ma a quel punto, si attiva necessariamente un’altra strategia per salvaguardare la propria immagine e si arriva a pensare che in un caos cittadino l’unico modo per sopravvivere è quello di “farsi strada”, letteralmente parlando.
Grado di paura delle punizioni (sanzioni amministrative)
Nel caso in cui un dipendente di un’istituzione statale o privata non esegui le disposizioni dell’amministrazione centrale può andare incontro a sanzioni che vanno dal semplice richiamo informale, al richiamo formale scritto, dal risarcimento economico, alla sospensione fino ad arrivare al licenziamento. Proprio per evitare queste spiacevoli conseguenze generalmente ogni impiegato assolve pedissequamente le varie disposizioni. Quando un dipendente riceve una consegna operativa che si scontra con i propri valori e convinzioni (e ciò capita molto più spesso di quanto si pensi) si sperimenta una dissonanza cognitiva ed emotiva ma per paura delle conseguenze della non applicazione di tali consegne viene negata, anche mediante l’aiuto dalla burocrazia. infatti, nelle autocrazie moderne, la “violenza amministrativa” è spesso preceduta e preparata da una fitta rete di atti burocratici che terminano con la firma di un funzionario ed un impiegato che li applica riuscendo così a rifugiarsi nella legalità formale.
Inoltre bisogna considerare che l’essere umano ha un bisogno ancestrale di appartenenza. Per questo motivo nello scontro tra coscienza individuale e desiderio di conformismo e sicurezza, quasi sempre vince il conformismo. Infine, in ogni istituzione (ed anche ogni gruppo informale) le regole esplicite sono affiancate da regole implicite che rappresentano un modus faciendi non regolamentato che si sviluppa autonomamente nel corso del tempo per cause diverse. Così l’ombrello burocratico ed il conformismo arrivano a formare una scusante di questo tipo:
Se la legge mi impone di farlo, ed il sistema intorno a me lo accetta, allora sto facendo il mio dovere.
Grado di paura delle punizioni (sanzioni militari)
Per quanto riguarda istituzioni e corpi militari, i meccanismi sono identici, ma ciò che cambia è la pesantezza della punizione, che può arrivare fino alla pena di morte (nei paesi della comunità europea è stata abolita ma permane in altri non europei compresi gli Stati Uniti).
All’interno dei corpi di polizia o dell’esercito la pressione del gruppo è un’arma potentissima. Rifiutarsi di obbedire a un ordine violento o sollevare dubbi morali significa:
- Essere etichettati come codardi
- Subire l’ostracismo dei colleghi
- Mettere a rischio il sostentamento economico della propria famiglia
La sfera militare è un campo particolarmente sensibile perché al suo interno vi sono varie informazioni top secret la cui divulgazione prevede pene pesanti.
Nonostante questo però ci sono gli individui che, sia in ambito militare che amministrativo, non riuscendo a tollerare la dissonanza cognitiva ed emotiva, vanno allo scontro con il sistema. Un esempio per le istituzioni pubbliche è il caso degli asili dove si pratica un modus faciendi non consono alla felicità dei bambini. In genere, per paura del licenziamento la maggior parte degli operatori rimane nell’omertà, tranne qualche persona che non riuscendo a sopportare il livello di violenza perpetrata esce allo scoperto e denuncia il tutto alle autorità competenti. Ma è sempre comunque una minoranza.
L’esempio emblematico in ambito militare è rappresentato dalla divulgazione di segreti top secret su WikiLeacks e sappiamo tutti come sia andata.
Possibilità e limiti dei cambiamenti istituzionali
Ci sono due ordini di motivo per cui determinati soprusi vengono denunciati o contrastati solo da una minoranza di persone. Il primo è una questione di personalità; la maggior parte delle persone del XXI secolo preferisce vivere senza problemi “facendosi i fatti propri” e su questo è illuminante lo scritto di Antonio Gramsci “Odio gli indifferenti”. L’altra è legata alla reale possibilità di cambiamento del sistema. Infatti l’intraprendere un’azione di contrasto sia a livello burocratico che operativo viene spesso frenata dalla consapevolezza che il sistema è o troppo forte o troppo rigido burocraticamente. Il romanzo di Franz Kafka, “Il castello”, ben descrive la tortuosità burocratica dei sistemi istituzionalizzati che per questo motivo implodono su se stessi… facendo implodere anche i cittadini.
Con questo non si vuole intendere che non si debba avere una visione critica delle varie norme burocratico-amministrative ed operatività di altro genere, ma è sempre bene agire con intelligenza, razionalità e conoscenza nel tentativo di contrastare una norma o un ordine operativo senza agire d’impulso, perché il sistema è sempre strutturalmente più forte di un singolo individuo.
Proiezione della propria rabbia
Come tutti sappiamo le esperienze infantili forniscono tendenzialmente l’indirizzo psico-emotivo futuro di un individuo, questo sia nel bene che nel male. Più un’esperienza è estrema, maggiori saranno le probabilità di azioni estreme future. Affinché si sviluppi una personalità violenta si deve crescere in un ambiente familiare con messaggi contraddittori ed incoerenti, incurie (neglet), presenza di un clima violento e abusi psico-fisici. In quest’ultimo caso si può arrivare anche ad imitare e riprodurre le stesse azioni del persecutore (identificazione col perpetretor). Quando questa rabbia incontra le situazioni contestuali adatte ecco che si può direzionare verso altri individui senza provare alcun rimorso. Per spiegare questo processo basti pensare ai bambini soldato dell’Africa. Dopo che un bambino assiste alla tortura, mutilazione ed uccisione dei propri genitori, dopo che viene terrorizzato e drogato, come può non perpetrare sugli altri la stessa violenza che ha subito egli stesso?
Vi è anche la possibilità che questa rabbia possa rimanere inespressa ed essere diretta verso se stessi, con gravi conseguenze, anche letali, per la persona stessa.
Livello di coscienza (o riflessione critica)
Quest’ultimo fattore è quello che fra tutti e dieci fattori esposti fa la vera differenza. Più il livello di coscienza è basso, più è probabile arrivare a compiere azioni violente.
Una delle scoperte più inquietanti degli storici e degli psicologi che hanno studiato i profili degli esecutori di violenze istituzionalizzate è la loro straordinaria capacità di scindere la propria vita in compartimenti stagni. È il fenomeno del doppio Sé, studiato approfonditamente dallo psichiatra Robert Jay Lifton sui medici nazisti: un uomo può passare la giornata in un centro a interrogare e picchiare i dissidenti politici di uno stato, e la sera tornare a casa, baciare i figli, come fosse un timorato di Dio.
In questo comportamento il “Sé del lavoro” risponde alle regole, alla logica dell’efficienza e dell’obbedienza cieca. Il “Sé privato” risponde ai valori tradizionali della famiglia e della morale comune. Questa scissione permette alla persona di proteggere la propria autostima e l’immagine di sé come “buona”, scaricando l’orrore delle proprie azioni sul ruolo istituzionale che ricopre.
La famosa la frase di Adolf Eichmann, il burocrate delle deportazioni degli ebrei, ben rappresenta questa scissione:
Stavo solo eseguendo gli ordini.
Ma cosa significa veramente avere un livello di coscienza basso? Sembrerà strano ed inverosimile, ma, senza arrivare a questi estremi, il livello di coscienza abituale della maggior parte degli esseri umani è basso. Come scriveva il prete gesuita Anthony De Mello siamo tutti un po’ addormentati anche se pensiamo di essere svegli; similmente Gurdjieff asseriva che gli esseri umani sono degli automi, ovvero che rispondono in maniera automatica a degli stimoli interni/esterni; anche il buddismo descrive la vita degli esseri umani avvolta dal velo di Maya, il velo delle illusioni. Quindi più il livello di coscienza è basso, più le nostre risposte tendono ad essere automatiche e prive di una riflessione critica sulle possibili conseguenze sia per gli altri che per se stessi.
Tre antidoti
Come già aveva evidenziato Antonio Gramsci, anche Zimbardo sottolinea che la violenza non è alimentata solo da chi la commette attivamente, ma anche dal silenzio di chi guarda e non interviene i quali, con la loro passività, legittimano il comportamento dei violenti. La Arendt parlava di “effetto spettatore della violenza”.
Quindi il primo antidoto consiste nell’uscire da questa passività (ricordiamoci che Dante posiziona gli ignavi nel vestibolo dell’inferno).
Il secondo antidoto riguarda l’educazione: un ambiente familiare amorevole e rispettoso sicuramente non produce personalità potenzialmente violente.
Come già sottolineato, non basta la presenza di un singolo fattore dei dieci esposti per arrivare ad agire violentemente, anche se rappresentano degli indicatori. E’ necessario quindi che siano presenti diverse condizioni la più importante delle qualli è il livello di coscienza individuale che costituisce il terzo antidoto. Quest’unica azione prettamente umana sarebbe in grado di azzerare qualsiasi violenza a qualsiasi livello, perché l’individuo si porrebbe in una posizione di forte responsabilità verso gli altri e verso se stessi.

Dott. Ivo Papadopoulos
Psicologo Clinico | Sociologo
Bio | Articoli | Intervista scrittori pensanti | AIPP Novembre 2023
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