
Doomscrolling
Perché cerchiamo continuamente notizie su ciò che ci spaventa?
Image by Nathana Rebouças on Unsplash.com –
Prendiamo il telefono con l’intenzione di dare solo un’occhiata alle notizie. Vogliamo sapere cosa sta succedendo: una guerra, una crisi internazionale, una dichiarazione politica, una possibile escalation. Leggiamo una notizia, poi un’altra. Passiamo a un video, a un commento, a un aggiornamento dell’ultima ora. E a un certo punto ci accorgiamo che è passata mezz’ora.
La cosa curiosa è che spesso, alla fine, non ci sentiamo più informati. Ci sentiamo più inquieti. Eppure continuiamo a cercare.
È questo il paradosso del doomscrolling, il consumo prolungato e quasi compulsivo di notizie negative, soprattutto quelle relative a guerre, crisi, catastrofi, violenza o emergenze. Un fenomeno che negli ultimi anni ha attirato sempre più l’attenzione della ricerca psicologica e che è stato associato a maggiore stress, ansia e malessere emotivo, anche se gli studi disponibili non permettono ancora di stabilire un semplice rapporto di causa-effetto.
Ma forse la domanda più interessante non riguarda il tempo che trascorriamo davanti allo schermo, ma ciò che cerchiamo attraverso quello schermo: che cosa speriamo di trovare, continuando a cercare risposte su qualcosa che non possiamo realmente controllare. Forse, più che le notizie, stiamo cercando delle sensazioni. Ad esempio quella di essere un po’ più preparati, un po’ più al sicuro o un po’ meno in balia di ciò che potrebbe accadere.
Quando sapere diventa un modo per sentirsi al sicuro
C’è qualcosa di profondamente umano nel voler sapere. Quando percepiamo un pericolo, cerchiamo informazioni: da dove arriva, quanto è vicino, cosa potrebbe succedere e, soprattutto, cosa possiamo fare.
Ma cosa succede quando il pericolo è enorme, lontano e imprevedibile?
Possiamo leggere tutto quello che vogliamo sulla guerra che si sta combattendo dall’altra parte del mondo, ma non possiamo decidere come andrà a finire. Possiamo seguire ogni dichiarazione politica, ogni analisi, ogni aggiornamento, ma non possiamo controllare le decisioni di un governo o l’evoluzione di un conflitto. Eppure continuiamo a cercare.
La mente cerca informazioni per ridurre l’incertezza, ma può accadere qualcosa di paradossale: ogni nuova informazione apre altre possibilità, altre domande, altri scenari. E quello che doveva essere un modo per tranquillizzarci diventa un modo per rimanere continuamente in allerta.
È un meccanismo che possiamo riconoscere anche in altri comportamenti di ricerca di rassicurazione. Pensiamo a quando avvertiamo un sintomo e iniziamo a cercarlo su internet: vogliamo rassicurarci, ma spesso ogni risposta apre una nuova possibilità da controllare. Con le notizie può succedere qualcosa di simile.
Il punto è che informarsi e sentirsi al sicuro non sono la stessa cosa. Possiamo aumentare enormemente le nostre conoscenze senza riuscire ad aumentare, nella stessa misura, la nostra sensazione di controllo.
La mente è attratta dal pericolo
C’è poi un altro element interessante da indagare. Non tutte le informazioni attirano la nostra attenzione allo stesso modo: una notizia tranquilla raramente ci fa fermare. Una notizia drammatica sì.
Il nostro cervello è particolarmente sensibile a ciò che potrebbe rappresentare una minaccia. È una caratteristica che ha avuto un’importante funzione adattiva: accorgersi rapidamente di un pericolo è sempre stato più importante che soffermarsi su ciò che procedeva normalmente.
Oggi, però, questa sensibilità incontra un ambiente completamente diverso.
Il nostro telefono può portarci in pochi secondi dentro una guerra, un attentato, un terremoto o una crisi politica avvenuta a migliaia di chilometri da noi. Possiamo passare dalla nostra cucina a un campo di battaglia con un semplice movimento del pollice.
Razionalmente sappiamo che quella guerra non è davanti a noi. Ma il nostro sistema emotivo reagisce comunque alle immagini, alle parole, alle storie che incontriamo. E così il mondo che osserviamo attraverso lo schermo può iniziare a sembrarci composto quasi esclusivamente da emergenze.
Non significa che quelle emergenze non siano reali. Significa che la realtà che ci viene mostrata non coincide con tutta la realtà.
Mentre leggiamo di una guerra, milioni di persone stanno preparando la cena, accompagnando un bambino a scuola, andando al lavoro, incontrando un amico, passeggiando, vivendo una giornata normale.
Il mondo continua a contenere entrambe le cose: la tragedia e la normalità. Ma la seconda difficilmente diventa una notifica.
Questo è forse uno degli aspetti più insidiosi del doomscrolling: non ci mostra necessariamente un mondo falso. Ci mostra un mondo selezionato attraverso ciò che cattura maggiormente la nostra attenzione.
E se continuiamo a guardarlo soltanto da quella finestra, possiamo finire per confondere ciò che è più visibile con ciò che è più presente.
Informarsi senza vivere in uno stato di allerta
Chiaramente sarebbe controproducente smettere di informarsi. Essere consapevoli di ciò che accade nel mondo è importante. Le guerre, le crisi geopolitiche, le trasformazioni sociali e politiche ci riguardano anche quando avvengono lontano da noi.
La questione è piuttosto come ci informiamo e, soprattutto, da quale stato interiore ci informiamo. Posso leggere una notizia perché voglio comprenderla. Posso scegliere una fonte affidabile, approfondire, farmi un’idea e poi chiudere il telefono. Oppure posso continuare a controllare. Un aggiornamento. Un altro. “Vediamo se è successo qualcosa.”
A quel punto forse non sto più cercando conoscenza. Sto cercando di ridurre una sensazione di allarme che, paradossalmente, il mio stesso comportamento continua ad alimentare.
Può essere utile fermarsi, ogni tanto, e chiedersi: “Sto cercando di capire o sto cercando di sentirmi al sicuro?” La risposta non sarà sempre la stessa. E non significa che preoccuparsi sia sbagliato. Viviamo in un periodo storico nel quale molte certezze sembrano più fragili e desiderare punti di riferimento è comprensibile.
Ma forse imparare a tollerare una certa quota di incertezza è anche una forma di libertà. Possiamo scegliere quali fonti leggere, quanto tempo dedicare alle notizie e quando spegnere lo schermo. Non possiamo sapere oggi come sarà il mondo domani.
E forse un rapporto più sano con l’informazione nasce proprio dalla possibilità di rimanere aperti a ciò che accade senza sentirci obbligati a sorvegliare continuamente ciò che potrebbe accadere.

Dott.ssa Lorena Ruberi
Psicologa e Counsellor Umanistica
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