
Counseling e terapia
I confini professionali del counselor nella relazione d’aiuto
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Il counseling nasce negli Stati Uniti tra la fine degli anni Trenta e gli anni Cinquanta del Novecento. Le sue radici affondano nell’orientamento professionale del primo Novecento, ma si è sviluppato come vera e propria disciplina e professione grazie al contributo fondamentale dello psicologo umanistico Carl Rogers. Sono gli anni che seguono la Grande Depressione e le guerre mondiali e che portano ad un aumento massiccio di problematiche emotive associate non più a patologie mentali, ma a condizioni sociali e relazionali. Allo stesso tempo si assiste ad uno sviluppo in senso umanistico della psicoterapia: gli studiosi si avvicinano ai temi del movimento esistenzialista come la libertà di scelta dell’individuo, l’importanza del dialogo io-tu (dialogico) teorizzato dal filosofo Martin Buber, l’impegno del singolo e la responsabilità. Rogers è il primo a pubblicare dei testi dove viene introdotto il modello non-direttivo: l’attenzione viene spostata sulla persona, sull’ascolto empatico e sulla individuazione delle risorse dell’individuo.
In Italia il counseling arriva all’inizio degli anni ottanta, consolidandosi però solo nel primo decennio del duemila con la nascita di grandi associazioni di categoria come AssoCounseling e CNCP, ma rimane un tema particolarmente delicato nel nostro paese. Essendosi sviluppato come professione non ordinistica, rimane al centro di un complesso dibattito normativo e professionale e negli anni si è aperto un confronto sulle competenze, sulla formazione e sulle possibili sovrapposizioni con la professione psicologica. Per questo motivo, comprendere i confini professionali del counselor è importante sia per chi svolge questa attività sia, soprattutto, per chi cerca un professionista a cui affidarsi.
Che cos’è il counseling e cosa fa il counselor?
Il counseling si colloca nell’ambito delle relazioni d’aiuto e viene generalmente presentato come un percorso orientato alla persona, alla consapevolezza, all’autodeterminazione e alla valorizzazione delle risorse individuali. Il counselor può accompagnare una persona durante momenti di cambiamento, difficoltà decisionali, transizioni personali o professionali e situazioni nelle quali sia utile uno spazio strutturato di ascolto e riflessione. Non si tratta semplicemente di “parlare con qualcuno”. Il counselor è un professionista formato in tecniche della comunicazione e dinamiche relazionali; il suo è un ascolto attivo e consapevole e possiede gli strumenti per portare la persona ad esplorare parti più profonde di sè.
L’empatia non è soltanto una qualità personale
Uno dei concetti centrali nella relazione d’aiuto è l’empatia. Essere empatici, però, non significa semplicemente essere persone disponibili o capaci di ascoltare i problemi degli altri. L’ascolto professionale richiede formazione, esercizio e consapevolezza di sé. Per questo la formazione del counselor non riguarda esclusivamente tecniche e strumenti, ma anche un percorso di conoscenza personale. Prima di accompagnare qualcun altro è necessario imparare a riconoscere i propri vissuti, le proprie reazioni e i propri limiti. È anche per questo che la formazione non può fermarsi all’apprendimento di tecniche: il percorso professionale coinvolge anche un percorso personale del counselor e richiede costante confronto e supervisione.
Aggiornamento, confronto tra colleghi e supervisione rappresentano strumenti importanti per mantenere consapevolezza e qualità del lavoro. Nella ricerca sulla cultura del counseling promossa da REICO, la supervisione tra pari viene descritta come un’occasione per confrontarsi sui casi, scambiare punti di vista e mantenere elevati gli standard professionali. Le interviste evidenziano proprio l’importanza della formazione continua e della supervisione, considerate elementi significativi per mantenere elevati standard professionali e affrontare con maggiore consapevolezza il proprio lavoro.
Counseling e psicologia: dove sono i confini?
È proprio qui che emerge una delle questioni più discusse: quando rivolgersi ad un counselor piuttosto che ad uno psicologo? La risposta non può essere ridotta a una semplice distinzione tra “patologie” e “supporto emotivo“. Il punto centrale riguarda piuttosto formazione, competenze, responsabilità professionali e natura dell’intervento. La professione psicologica comprende infatti attività specifiche previste dalla normativa professionale, tra cui interventi di prevenzione, diagnosi, sostegno psicologico, abilitazione e riabilitazione. Il counseling, invece, viene descritto dalle associazioni professionali del settore come un’attività orientata a favorire consapevolezza, autodeterminazione, gestione delle difficoltà e sviluppo delle risorse della persona.
Il problema nasce quando i confini vengono descritti in modo troppo generico o quando il counseling viene presentato utilizzando linguaggi e strumenti che possono far pensare a un intervento psicologico o psicoterapeutico. La questione non è soltanto teorica. Se una persona non riesce a comprendere quale professionista abbia davanti, può diventare difficile capire quale tipo di intervento stia ricevendo e quali competenze possieda effettivamente chi lo propone. Per questo una comunicazione professionale chiara durante un primo colloquio è fondamentale.
I confini professionali del counselor sono una risorsa
Parlare di limiti può sembrare riduttivo. In realtà, nella relazione d’aiuto, conoscere i propri confini è una delle competenze più importanti. Un counselor responsabile dovrebbe sapere riconoscere quando una situazione non rientra nelle proprie competenze e quando è necessario coinvolgere un altro professionista. Saper individuare quando una situazione richiede un’altra competenza ed accompagnare la persona ad entrare in contatto con una figura competente e fidata è il punto centrale di metter il benessere dell’individuo al primo posto.
Nella ricerca condotta sui counselor REICO mostra quanto sia importante, nella pratica, poter contare su una rete professionale. Può accadere che una richiesta non rientri nell’ambito di competenza del counselor, oppure che il tema portato dal cliente tocchi esperienze personali che rendono difficile mantenere la necessaria neutralità. In questi casi, l’invio a un altro professionista è la scelta più corretta.
La rete tra counselor, psicologi e altri professionisti
Una relazione d’aiuto efficace non deve necessariamente essere affidata a un’unica figura professionale. La ricerca sulla realtà del counseling italiano evidenzia proprio il valore della collaborazione interprofessionale. I counselor intervistati sottolineano l’importanza di costruire relazioni con professionisti appartenenti ad ambiti diversi, nel rispetto dei rispettivi confini operativi. Psicologi, psicoterapeuti, medici, educatori e altri professionisti possono, in determinati contesti, contribuire con competenze differenti alla presa in carico dei bisogni della persona. L’obiettivo è individuare quale competenza sia più adeguata a quella specifica situazione.
Inoltre una rete professionale svolge una funzione di tutela. Sapere di poter consultare colleghi e professionisti di altre discipline permette di affrontare con maggiore responsabilità le situazioni complesse. È una logica molto diversa da quella della competizione professionale; nella cooperazione è proprio il benessere della persona che torna al centro dell’attenzione.
Conclusione
Il counseling nasce con l’obiettivo di offrire uno spazio professionale centrato sulla persona, sulle sue risorse, sui processi di cambiamento e sulla capacità di autodeterminazione. In questo senso, i confini professionali del counselor non rappresentano semplicemente ciò che non può fare. Indicano anche ciò che può fare bene, con consapevolezza, preparazione e responsabilità. La ricerca sulla cultura del counseling mostra due possibili modi di vivere la professione: da una parte l’isolamento, dall’altra la connessione con colleghi e altre professioni. È soprattutto la seconda dimensione di collaborazione e confronto che aiuterà i counselor a costituire una cultura più solida di questa professione e al riconoscimento delle loro competenze.
Bibliografia
Clemente Sparaco, Martin Buber: dall’Io al Tu, la svolta del rivolgersi, 30 luglio 2016, https://mondodomani.org/dialegesthai/articoli/clemente-sparaco-07
Casavecchia, A., Carbonara, E., La cultura del counseling e il counselor REICO. Una prima ricerca sociologica sul panorama italiano, (Romatre – Press: 2024


