
La fatica di essere sempre quella che ce la fa
Quando essere forti diventa un peso
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«Tu sei forte, ce la fai sempre».
Una frase che forse ti hanno detto dopo un periodo difficile, davanti a un problema che sembrava impossibile da affrontare o semplicemente osservando la quantità di cose che riesci a gestire ogni giorno. Una frase che invece di farti sorridere, ti butta addosso un ulteriore peso.
Chi sono io e perché ti parlo di questo? Se non mi conosci mi presento, sono Giulia Rota Biasetti, Tecnico della riabilitazione Psichiatrica e mamma di due pre-adolescenti.
Immagina una di quelle classiche giornate in cui sembra che tutto abbia deciso di succedere contemporaneamente. Al lavoro c’è una scadenza, il cane ha il richiamo del vaccino, a casa manca qualcosa per la cena e tua madre ti ha chiamato perché ha bisogno di una mano. Tuo marito è in trasferta, tu torni a casa stanca, ma prima di sederti controlli che i bambini abbiano preparato lo zaino per il giorno dopo, poi sistemi due cose, rispondi a qualche messaggio e finalmente ti metti a letto. Qualcuno, magari il giorno dopo, ti dirà: «Non so davvero come fai».
E tu probabilmente sorriderai in maniera automatica e minimizzerai. Perché sì, sei stanca. Magari lo stress si fa sentire, senti di avere troppe responsabilità sulle spalle e avresti bisogno che, per una volta, fosse qualcun altro a occuparsi di te. Ma c’è sempre qualcosa da fare, qualcuno che ha bisogno di te e, alla fine, fai quello che hai sempre fatto: vai avanti.
Il problema è che, quando per molto tempo sei stata quella forte, quella affidabile, quella che trova una soluzione anche quando gli altri non sanno cosa fare, chiedere aiuto può diventare sorprendentemente difficile.
Non perché tu non ne abbia bisogno, ma perché, forse, a un certo punto essere quella che ce la fa è diventato parte di chi pensi di essere.
Magari ti stai riconoscendo in queste parole. E dimmi, hai mai pensato a cosa succede quando la forza smette di essere una risorsa e diventa un ruolo dal quale non riusciamo più a uscire?
Quando la forza diventa un’identità
Essere forti, di per sé, non è un problema. La capacità di affrontare le difficoltà, trovare soluzioni e andare avanti anche quando le cose si complicano è una risorsa preziosa. Tuttavia, quando smettiamo di considerarla un’abilità e iniziamo a ritenerla una parte imprescindibile di noi, le cose si complicano.
Diventiamo quella che non si lamenta. Quella che mantiene la calma quando tutti gli altri vanno in pezzi. Quella che sa sempre cosa fare. Quella a cui si può chiedere un favore, perché «tanto lei ce la fa». e, poco alla volta, anche noi iniziamo a crederci. Ma siamo sicure che questo ruolo ci piaccia davvero?
Non è un caso che lo psicologo Erik erikson Abbia dedicato una parte importante del suo lavoro al tema dell’identità. Secondo erikson, nel corso della nostra vita Costruiamo un senso di chi siamo anche attraverso i ruoli che ricopriamo e le esperienze che viviamo.
E allora può succedere qualcosa di curioso: non ci limitiamo più a pensare “sono una persona capace di affrontare le difficoltà”, ma iniziamo a raccontarci “io sono quella che affronta le difficoltà”. Sembra una differenza sottile, ma non lo è (puoi scoprirne di più leggendo l’articolo Il ballo delle identità)
Se La forza Diventa parte della nostra identità, ogni momento di fragilità rischia di sembrarci una contraddizione. Se io sono quella che ce la fa, cosa significa il fatto che oggi non ce la faccio? Se sono sempre stata affidabile, posso permettermi di deludere qualcuno? Se ho sempre trovato una soluzione, posso dire semplicemente «non lo so»?
E così finiamo per difendere non solo la nostra capacità di affrontare le cose, ma anche l’immagine che abbiamo costruito di noi stesse. È proprio qui che quella che sembrava una qualità può trasformarsi, lentamente, in una gabbia.
Il mito di chi può fare tutto
Ora voglio portare la tua attenzione su un altro aspetto da considerare: viviamo in una società che, in fondo, ama chi ce la fa. amiamo gli eroi, quelli che arrivano all’ultimo momento e salvano la situazione. Non è un caso se film e serie televisive sono pieni di personaggi che sembrano avere capacità straordinarie. Pensiamo agli avengers: ognuno ha il proprio superpotere, ma tutti condividono una caratteristica. Quando c’è un problema, devono mollare tutto ed esserci.
Ovviamente noi non siamo iron man, né spiderman o la vedova nera. Anche se, guardando certe giornate, qualcuno potrebbe avere dei dubbi. Il punto è che, nella vita reale, non siamo dotati di superpoteri ma spesso ci comportiamo come se dovessimo averli. Dobbiamo Essere brave professioniste, madri presenti, compagne attente, figlie disponibili, amiche affidabili. Dobbiamo Ricordarci delle scadenze, delle visite mediche, dei compleanni, delle attività dei bambini. Dobbiamo Lavorare, occuparci della casa e, possibilmente, trovare anche il tempo per prenderci cura di noi stesse.
Dobbiamo, dobbiamo, dobbiamo. E quando qualcosa va storto, pensiamo: «dove ho sbagliato?»
Difficilmente la domanda che ci facciamo è: «era davvero tutto sotto il mio controllo?».
È una differenza enorme, perché quando siamo abituate a essere quelle che risolvono, ogni problema che rimane irrisolto può trasformarsi in una Nostra responsabilità. se nostro figlio sta attraversando un momento difficile, forse avremmo dovuto accorgercene prima. Se al lavoro qualcosa non funziona, forse avremmo dovuto fare di più. se una persona a cui vogliamo bene sta male, magari avremmo dovuto esserci maggiormente. In questa narrazione manca un pezzo, manca il limite di Dove arrivo io e dove arrivano gli altri.
E così, senza nemmeno rendercene conto, iniziamo a vivere con una sorta di iper-responsabilità: non ci sentiamo responsabili soltanto delle nostre azioni, ma anche del benessere delle persone che ci circondano e dell’esito di situazioni che spesso non dipendono completamente da noi. il paradosso è che più diventiamo brave a gestire le cose, più gli altri possono abituarsi a lasciarle nelle nostre mani (e più noi ci abituiamo a farcene carico).
Ma quanto ci costa?
Quando il corpo presenta il conto
Possiamo andare avanti per molto tempo facendo finta che sia tutto sotto controllo. Possiamo continuare a organizzare, risolvere, anticipare i bisogni degli altri e dire «tranquilla, ci penso io». ma il fatto che riusciamo a farlo non significa necessariamente che stiamo bene.
A volte il primo segnale è una stanchezza che non passa neanche dopo aver dormito, la difficoltà a staccare dal lavoro, la sensazione di essere sempre in allerta o l’irritabilità per una sciocchezza. Oppure quella sensazione di avere bisogno di una pausa, ma di non riuscire nemmeno a concedersela.
Il nostro Corpo ci parla. certo, non significa che ogni sintomo sia la conseguenza del nostro essere troppo responsabili, naturalmente. Ma la nostra parte fisica può diventare il luogo in cui si manifesta qualcosa che facciamo fatica ad ascoltare a parole. La mente può continuare a ripeterci «ce la faccio», mentre il corpo, magari da settimane, ci sta dicendo un’altra cosa. Voglio farti notare un altro aspetto, forse ancora più difficile da riconoscere: quando siamo abituate a prenderci cura di tutto e di tutti, possiamo iniziare a sentirci sole proprio mentre siamo circondate da persone.
Perché non basta avere qualcuno accanto per sentirsi sostenute, bisogna anche riuscire a lasciare che l’altro ci sostenga. Ed è qui che incontriamo uno degli aspetti più difficili per chi è abituata a farcela da sola: Chiedere aiuto significa accettare, almeno per un momento, di non avere tutto sotto controllo.
La forza di mostrarsi vulnerabili
E’ arrivato il momento in cui possiamo iniziare a guardare alla nostra forza da un’altra prospettiva.
La psicologa e ricercatrice statunitense Brené brown, che da anni studia il rapporto tra vulnerabilità, vergogna, coraggio e connessione, ha dedicato una parte importante del suo lavoro proprio a mettere in discussione l’idea che mostrarsi vulnerabili significhi essere deboli. Al contrario, secondo brown, La vulnerabilità richiede coraggio: significa esporsi senza sapere con certezza quale sarà il risultato e permettere agli altri di vedere anche le nostre parti meno “perfette”.
Per una persona abituata a farcela, può essere un passaggio tutt’altro che semplice: chiedere aiuto, fermarsi, ammettere di essere stanche o dire «non lo so» significa rinunciare, almeno per un momento, al controllo e all’immagine di quella che ha sempre tutto sotto controllo.
Ma è proprio questo il passaggio che ci manca! Siamo talmente abituate a essere quelle che sostengono gli altri che abbiamo dimenticato cosa significa lasciarci sostenere. Abbiamo imparato a dire «ci penso io», ma possiamo imparare anche a dire «puoi pensarci tu?». abbiamo imparato a stringere i denti, ma possiamo imparare a riconoscere quando è arrivato il momento di fermarci. E infine, abbiamo imparato a trovare soluzioni per tutti, ma possiamo anche accettare che qualche volta la soluzione sia semplicemente ammettere di avere bisogno di qualcuno. Non si tratta quindi di smettere di essere forti, si tratta di Allargare la nostra idea di forza.
Non dobbiamo essere indispensabili
Essere importanti per qualcuno non significa quindi essere indispensabili. Nella nostra cultura questo concetto è difficile da assorbire. Soprattutto quando siamo madri, figlie, compagne, professioniste, spesso finiamo per misurare il nostro valore attraverso quanto siamo necessarie agli altri. Se qualcuno ha bisogno di noi, ci sentiamo utili, se riusciamo a risolvere un problema, ci sentiamo capaci, se tutti si affidano a noi, ci sentiamo importanti. Osserviamo anche in questo caso l’altro lato della medaglia: cosa succede quando per un momento nessuno ha bisogno di noi?
Scommetto che questa domanda può metterti in difficoltà più di quanto immagini. Non sei sola.
Nel mio libro Mio figlio merita una mamma felice Parlo anche di questo: della necessità di ricordarci che prima e oltre i ruoli che ricopriamo esiste una persona, con desideri, bisogni, interessi e parti di sé che non devono necessariamente essere messe da parte per prendersi cura degli altri. Perché una madre non smette di essere una madre se si concede del tempo per sé. una professionista non diventa meno competente se chiede aiuto. Una compagna non ama meno il proprio partner se, qualche volta, lascia che sia lui a occuparsi di qualcosa.
Non dobbiamo più dimostrare il nostro valore attraverso tutto quello che riusciamo a fare per gli altri, possiamo essere amate anche quando siamo stanche, essere stimate anche quando non abbiamo una risposta ed essere importanti anche quando non siamo noi a risolvere il problema.
Conclusione
Alla fine di questo viaggio, possiamo tornare proprio alla frase da cui siamo partite: «tu sei forte, ce la fai sempre». Ora però, possiamo provare a guardarla con occhi diversi: essere forti non significa necessariamente non avere bisogno di nessuno, essere forti può significare anche riconoscere i propri limiti e accettare che non tutto dipende da noi. può voler dire Dire di no Senza sentirsi in colpa, lasciare che qualcun altro faccia al posto nostro, chiedere aiuto prima di arrivare al limite e, soprattutto, smettere di pensare che il nostro valore dipenda dalla quantità di cose che riusciamo a sostenere.
La prossima volta che qualcuno ti dirà «tu sei forte, ce la fai sempre», magari sorridi, ma prova anche a fermarti un momento e chiederti: «sì, ma devo farcela per forza?»
Perché forse la risposta che stai cercando non è un altro modo per riuscire a fare tutto, ma la possibilità di Scegliere cosa merita davvero le tue energie E cosa, invece, puoi lasciare andare.

Dott.ssa Giulia Rota Biasetti
Life coach e tecnico della riabilitazione psichiatrica
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