
L’estetica dei numeri uno
E l’arte di rifuggirla
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When I was young, me and my mama had beef
17 years old, kicked out on the streets
Though back at the time, I never thought I’d see her face
Ain’t a woman alive that could take my mama’s place
Suspended from school, I’m scared to go home, I was a fool
With the big boys breakin’ all the rules2Pac- Dear Mama
The big picture o “il quadro della situazione” è quello che timidamente cerchiamo di analizzare quando le cose non vanno proprio nel verso giusto, per utilizzare un eufemismo. Sono tempi fragili per molti aspetti, dove ci troviamo a vivere una quotidianità modificata, tempi e spazi prima stretti, poi dilatati. La “costellazione” famiglia, probabilmente, è quella che in questa nuova grammatica del vivere affronta questo riassestamento in modo più capillare: nuovi approcci, nuove sensibilità, anche verso i più piccoli. Come per i mondiali di calcio… Tutti allenatori, quando parliamo di scuola e formazione, siamo tutti educatori.
Fai. Da. Te.
Si respira nell’aria una certa tendenza alla ricerca di qualcosa che ci dia perfezione, eccellenza (o perlomeno il senso) per poi provare a noi stessi che tanto male, alla fine, non siamo. Guru improvvisati sui social, mamme-mentori che realizzano video diari della propria vita quotidiana per mostrare quanto sia facile ottimizzare cinque figli, lavoro e corso di ceramica senza spendere trecento euro al mese per prodotti di skincare coreana. Ma che maestria. Improvvisazione ne abbiamo?
Back to the basics
Una delle poche cose certe è la forza e la grinta irrefrenabile dei bambini e delle bambine e la loro voglia di comprendere e assimilare quante più cose possibili, che rimanda ad un caro e inossidabile concetto di forza, potenza, quella del buon vecchio vecchissimo Aristotele: la δύναμις (dynamis), intrinseca in ogni essere vivente e necessaria al suo sviluppo che inevitabilmente si apre, si evolve, aliena da agenti esterni.
Questione alquanto seria. Prendendo come assimilato l’assunto che il potenziale non nasce potenziato, ma passa attraverso una gradualità, è proprio su questo che cerchiamo di porre l’attenzione. Procedere per gradi. Ma quali, come?
Tornando tra le quattro (rispettabilissime) mura del nostro quotidiano un piccolo aiuto concreto ci può provenire ricordando un periodo, un momento, nel quale ci sono state delle incomprensioni con la nostra prole (o qualsiasi essere umano considerato “giovane”) riguardanti non le modalità di trasmissione ma i contenuti proposti.
Non il come ma il cosa
Che succede quando le informazioni sono troppe? O, nel peggiore dei casi, troppe e troppo “complesse” da decifrare? Corto circuito. E’ successo a tutti di trovarsi in delle situazioni considerate non alla nostra portata, il senso di inadeguatezza insorge inevitabilmente. Task che diventano task force cognitive, emotive. Dove finisce quella famosa “terra di mezzo” tanto cara a Vygotskij chiamata “zona di sviluppo prossimale”, che intende mettere i bambini in un luogo sicuro (ma non troppo) tra il saputo e il non accora appreso per spingerli un po’ più in là nell’apprendimento? Cosa accade quando noi adulti annulliamo questa zona e la trasformiamo in un preteso salto di qualità immediato e non progressivo, proporzionale?
Endovena di contenuti
Possiamo chiedere aiuto a Piaget, che parla dell’importanza di un graduale consolidamento delle strutture cognitive. Scaffolding ma restando umili.
Il club degli enfant prodige può aspettare. Perché dare tempo è darsi tempo. Offriamo loro momenti per accomodare pensieri e input, abitare le situazioni con i loro strumenti. Recuperiamo le introduzioni, incorniciamo le prefazioni. Moduliamo, respiriamo. Arriverà anche il record del mondo, but not today. Costruire un approccio semplice, mai semplicistico, che educhi lentamente a pratiche più dialogiche, complesse (questo l’ha detto Morin). Buon lavoro a tutti.
Grazie ad Aristotele, Vygotskij, Piaget, Morin e 2Pac.


