
La rivoluzione copernicana della comunicazione non violenta
Rispettare i tuoi bisogni ti cambia la vita
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Circa un mese fa, i casi della vita hanno fatto sì che mi trovassi a Nashville, Tennessee, in un negozio di libri usati dove ho scovato, per puro caso, una piccola gemma di libro, che ha cambiato radicalmente il mio modo di pensare in relazione al tema della violenza nella comunicazione. Il testo rivelatore è costato 5 dollari, si intitola Nonviolent Communication ed è stato scritto dal Dottor Marshall B. Rosenberg. Non pretendo qui di fornirne un riassunto, ma semplicemente riflettere su ciò che mi ha aiutato a capire.
Giudizi e accuse: due elementi comuni nella nostra comunicazione
Quante volte ci troviamo ad attaccare gli altri, ad attribuire loro tutti gli epiteti e le ingiurie possibili e immaginabili perché li vediamo come responsabili delle nostre emozioni? Ve lo dico io: spesso. Viviamo in una società che ama incolpare le persone, dire che sono stupide, sconsiderate, cattive o sbagliate. Appena succede qualcosa che non corrisponde a ciò di cui abbiamo bisogno, l’altro protagonista della nostra storia diventa un disgraziato.
Facciamo un esempio: un’amica ci chiede da farle da damigella al matrimonio, e non riusciamo proprio a dirle di no, perché non vogliamo che pensi male di noi. Ogni evento, ogni cena, ogni spesa prima del grande giorno ci fa innervosire e ci troviamo a dire frasi come “ma perché spende così tanto, perché organizza un addio al nubilato all’estero, perché pensa che abbia tutti questi giorni e soldi a disposizione per starle dietro? Non la sopporto più, questa grande egoista egocentrica!”. Ma da dove viene questa rabbia che attribuiamo all’altra persona, dalla sua richiesta o dal fatto che, nell’accettare un qualcosa che non desideravamo, siamo venuti meno ai nostri bisogni?
Comunicare il bisogno per prevenire la violenza
Forse mentre mi leggete state pensando: la fai troppo facile tu, cara Laura. In una situazione del genere, come faccio a dire di no? Vi immaginate una reazione terribile da parte della vostra amica, lacrime, urla, accuse e addio – a mai più. Nella teoria di Rosenberg, tuttavia, si parte da un presupposto un po’ diverso, cioè che tutti gli esseri umani siano capaci di empatia e che ognuno è responsabile delle sue emozioni. Nel caso di un matrimonio, come sempre più spesso succede, ci sono diversi eventi e costi che precedono quel giorno e, pur volendo bene a una persona, si può non desiderare quel tipo di impegno economico e orario. Per questo motivo, una risposta che comunica i nostri bisogni potrebbe assomigliare a questa:
«Sono felicissima per te e sono commossa dal fatto che tu abbia pensato a me per questo ruolo. Per onorare la nostra amicizia e basarla sulla sincerità, devo dirti che non me la sento di intraprendere i vari incarichi, viaggi e costi che essere una damigella comporta, perché ho bisogno di risparmiare / seguire la mia routine / dare la priorità alla mia famiglia / al mio lavoro / alla mia salute mentale, quindi preferisco seguirti e supportarti come amica, invece che con un ruolo che non potrei svolgere come ti meriti».
Quando è successo a me, la mia amica ha capito. Se non lo avesse fatto? Mi sarebbe dispiaciuto vederla triste, ed un po’ lo è stata, ma la la responsabilità delle sue emozioni non è mia. Se mi avesse detto che sono un’egoista, una cattiva amica, fresca di lettura del mio libro le avrei chiesto come si sentisse (frustrata, abbandonata, sola, rifiutata, non importante?) e quale bisogno fosse venuto meno (sentirsi amata, supportata, capita, ben voluta?). A quel punto, le avrei voluto dare rassicurazione: era amata, supportata, capita e ben voluta, anche se non lo stavo esprimendo nel modo che lei si aspettava o come lo avrebbe fatto lei. Ovviamente non è sempre possibile avere una conversazione: bisogna essere in due per ballare un tango.
Che succede se mi abbandonano o si arrabbiano con me o mi giudicano?
Se la persona che vi trovate davanti non vorrà mai più saperne di voi, bisogna accettare anche questo: l’amore e l’affetto non sono qualcosa che si può comprare. Pensate a quanto spesso, dopo che una storia finisce, si sentono dire frasi del tipo “io ho fatto di tutto per te, mi sono privato/a di ogni cosa, mi sono calpestato/a”, come se venire meno a ciò che è giusto e buono per noi fosse un badge d’onore che ci garantisse eterna gratitudine e devozione. Non è così. L’unica persona a cui facciamo male, tradendo i nostri bisogni, siamo noi. Io l’ho fatto per molto tempo: da bambina e da ragazza, mi sentivo così in colpa a dire i miei no. Pensavo di essere una cattiva persona e me lo dicevo, mi insultavo con pensieri del tipo “sono un mostro”, “sono malvagia”. Poi ho cambiato chip, grazie a un mix di terapia psicologica e di pratica, due aspetti importantissimi nell’imparare dapprima ad accettare e poi comunicare i propri bisogni.
Oggi non mi direi mai che sono cattiva per non amare più una persona e volerla lasciare, per non voler partecipare a una spesa che non mi va di fare, per aver bisogno di riposare quando la persona con cui sto parlando insiste per uscire o per il mio bisogno di solitudine dopo una lunga giornata di lavoro. Oggi rispetto tutti quei bisogni e mi sento così felice. Sento che quando non lo facevo, nella mia vita c’erano alcune persone che usavano quel senso di colpa per manipolarmi. Ad oggi, non ci riuscirebbero: chiunque ci provasse mi troverebbe convinta che le loro emozioni siano qualcosa che devono gestire per conto loro, di cui io non sono responsabile. Riconoscerei la violenza di dire a qualcuno “sei cattivo/a perché non fai o non sei ciò di cui ho bisogno” e la detonerei immediatamente. Se volete una mano nel farcela, il libro del Dottor Rosenberg vi aspetta!


