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Quando il corpo parla prima delle parole

Ogni sintomo racconta. Sta a noi imparare ad ascoltare

Image by Chroki Chi on Unsplash.com


Una paziente entra nello studio. Ci salutiamo. Mi sorride. Mi dice che sta bene. «È solo un periodo un po’ stressante, dottoressa», aggiunge. Eppure le sue mani sono serrate, il respiro rimane alto nel torace, le spalle sembrano sostenere un peso invisibile e la mascella è contratta. Prima ancora delle parole, il corpo ha già iniziato a raccontare una storia.”

Ognuno di noi ha imparato ad ascoltare la mente. Analizziamo. Interpretiamo. Cerchiamo spiegazioni. Non sempre ci fermiamo ad ascoltare il corpo.

Eppure il corpo ci accompagna dal primo all’ultimo respiro, custodisce la memoria delle esperienze, reagisce alle emozioni prima ancora che diventino pensieri e spesso manifesta ciò che non siamo ancora riusciti a riconoscere consapevolmente.

Negli ultimi anni le neuroscienze hanno restituito al corpo un ruolo centrale nella comprensione della salute mentale. La psicologia contemporanea ci mostra un essere umano in cui mente e corpo non sono due realtà separate, ma un unico sistema in continuo dialogo (Siegel, 2012; Porges, 2011).

Forse la domanda non è più: “Come posso smettere di sentire questo sintomo?” ma “Che cosa sta cercando di raccontarmi?”


Il corpo non è il contrario della mente, possono collaborare.

Per molto tempo la cultura occidentale ha considerato mente e corpo come due realtà separate. Pensare, riflettere, analizzare sembravano attività “nobili”, mentre il corpo veniva spesso percepito come un semplice contenitore biologico, da curare quando si ammala o da allenare quando perde efficienza. Anche la psicologia, pur nascendo etimologicamente dalla parola greca psiche (ψυχή), che significa anima, soffio vitale, ha progressivamente concentrato la propria attenzione soprattutto sui processi mentali, sul comportamento e sulle funzioni cognitive.

Negli ultimi decenni, tuttavia, le neuroscienze hanno profondamente modificato questa prospettiva. Oggi sappiamo che il cervello non lavora mai isolato dal resto dell’organismo e che ogni esperienza psicologica coinvolge simultaneamente sistema nervoso, apparato endocrino, sistema immunitario e corpo nel suo insieme (P.N.E.I.). Le emozioni non sono soltanto pensieri: sono esperienze corporee. La paura accelera il battito cardiaco, la tristezza modifica la postura, la vergogna abbassa lo sguardo, la gioia espande il respiro. Come afferma Antonio Damasio (1994), «il corpo contribuisce in modo essenziale alla costruzione della mente».

Un concetto centrale di questa nuova prospettiva è l’interocezione, cioè la capacità di percepire ciò che accade all’interno del nostro organismo: il ritmo del cuore, la profondità del respiro, la tensione muscolare, il senso di fame, di sazietà o di affaticamento (Craig, 2002). Non si tratta di un’abilità riservata a chi pratica meditazione o discipline orientali: tutti possediamo questa capacità, anche se spesso la ignoriamo. Più impariamo a riconoscere questi segnali, maggiore diventa la nostra possibilità di comprendere e regolare gli stati emotivi.

Anche il concetto di embodied cognition (letteralmente “cognizione incarnata”) ha rivoluzionato il modo di intendere il funzionamento della mente. Pensieri, decisioni e memoria non nascono esclusivamente dall’attività cerebrale, ma emergono dall’interazione continua tra cervello, corpo e ambiente. In altre parole, non siamo una mente che possiede un corpo: siamo un organismo che pensa, sente, si muove e costruisce significato attraverso la propria esperienza incarnata.

Questa visione non riduce l’importanza della mente; al contrario, la completa. Comprendere una persona significa imparare ad ascoltare sia ciò che racconta con le parole sia ciò che comunica attraverso il linguaggio silenzioso del corpo. Forse abbiamo dedicato molto tempo ad allenare la nostra capacità di analizzare i pensieri. È arrivato il momento di sviluppare anche la capacità di ascoltare il corpo, perché è proprio lì che spesso inizia il dialogo con noi stessi.


Quando il corpo parla prima delle parole.

A volte il corpo inizia a raccontare una storia molto prima che la mente riesca a darle un nome.

Quante volte diciamo “sto bene” mentre il nostro corpo racconta tutt’altro? Mani fredde, mandibola serrata, respiro corto, stomaco contratto, spalle rigide… Non sono semplici dettagli, ma manifestazioni di un sistema nervoso che reagisce continuamente agli eventi della vita. Il corpo non aspetta che la mente comprenda ciò che accade: risponde immediatamente, preparando l’organismo ad affrontare una situazione percepita come sicura, incerta o minacciosa.

Le neuroscienze spiegano questo fenomeno attraverso i meccanismi della regolazione bottom-up e top-down. In questo contesto con il termine top-down si indicano i processi in cui il pensiero influenza il corpo: ad esempio quando utilizziamo il ragionamento per tranquillizzarci. La regolazione bottom-up, invece, segue il percorso opposto: parte dal corpo e modifica l’attività cerebrale. Un respiro lento può ridurre l’attivazione fisiologica, una postura più stabile può aumentare la sensazione di sicurezza, il movimento può contribuire a modulare gli stati emotivi. È proprio su questo principio che si basano molte pratiche di regolazione emotiva oggi validate dalla ricerca, dalla respirazione consapevole agli interventi corporei integrati.

Questa prospettiva è particolarmente importante nella comprensione del trauma. Le esperienze traumatiche, soprattutto quando avvengono precocemente o in modo ripetuto, possono lasciare tracce nella cosiddetta memoria implicita, una forma di memoria non narrativa che si esprime attraverso sensazioni corporee, automatismi e reazioni fisiologiche (Siegel, 2012; van der Kolk, 2014). Una persona può non ricordare consapevolmente un evento, ma il suo corpo può continuare a reagire come se il pericolo fosse ancora presente: il corpo non dimentica ciò che la mente non riesce ancora a raccontare.

In effetti non sempre è sufficiente trovare le parole giuste. Talvolta il corpo precede il racconto. Il modo in cui una persona entra nella stanza, il tono della voce, il ritmo del respiro, il movimento degli occhi, la postura, il silenzio stesso, rappresentano informazioni preziose che integrano ciò che viene espresso verbalmente. Il corpo non sostituisce la mente, ma la accompagna, offrendo una prospettiva diversa sul vissuto emotivo.

Come ricorda Stephen Porges (2011), il nostro sistema nervoso è costantemente impegnato a valutare il livello di sicurezza dell’ambiente circostante, spesso prima ancora che ne siamo consapevoli. Imparare a leggere questi segnali significa sviluppare una maggiore capacità di autoregolazione e di ascolto. Significa comprendere che il corpo non è un semplice spettatore delle nostre emozioni: ne è uno dei principali protagonisti.


Se il sintomo avesse qualcosa da dirti? È reale, va accolto e utilizzato.

Quando compare un sintomo, la reazione più naturale è desiderare che scompaia il prima possibile. È comprensibile: il dolore, l’ansia, l’insonnia, le tensioni muscolari o i disturbi gastrointestinali compromettono la qualità della vita. Il corpo si ammala per molte ragioni e ogni sofferenza richiede un corretto inquadramento clinico e in ogni caso il sintomo può essere la chiave di una possibile soluzione portando con sé un messaggio.

Una volta escluse o affrontate le cause organiche, il sintomo può diventare anche un’occasione di conoscenza. Non perché “significhi” necessariamente qualcosa di preciso o uguale per tutti, ma perché ci invita a porci alcune domande: che cosa sta vivendo la mia vita in questo momento? Quale richiesta di adattamento sto affrontando? Di cosa avrei bisogno che forse sto trascurando?

In questa prospettiva il sintomo smette di essere un nemico da combattere e diventa un interlocutore da ascoltare. L’ansia, ad esempio, può segnalare un sistema nervoso costantemente in stato di allerta; l’insonnia può raccontare la difficoltà a lasciare andare il controllo; una persistente tensione muscolare può riflettere un organismo che non riesce più a ritrovare uno stato di sicurezza. Nessuna di queste associazioni è universale, e sarebbe scorretto trasformarle in formule interpretative rigide. Ogni persona possiede una storia unica, e proprio quella storia conferisce significato al sintomo.

Il setting psicologico offre uno spazio in cui questo dialogo può avvenire senza fretta. Non per trovare spiegazioni semplicistiche, ma per comprendere come esperienze, emozioni, relazioni e corpo si influenzino reciprocamente. In questo senso il sintomo non è soltanto qualcosa da eliminare: può diventare una porta attraverso cui entrare in contatto con aspetti di sé rimasti troppo a lungo inascoltati.

Forse la domanda più utile non è: “Come faccio a farlo sparire?”. A volte può essere:

“Che cosa accadrebbe se, invece di combatterlo, provassi ad ascoltarlo?

Cosa mi vuole dire

“Cosa mi invita ad esplorare?”


Il corpo nel setting psicologico: uno strumento per ritrovare un dialogo con se stessi.

Nel mio lavoro clinico il corpo non entra nel setting come una tecnica aggiuntiva o come un’alternativa alla parola. In realtà è già presente dal primo istante. Entra con il modo in cui una persona si siede, con il ritmo del respiro, con il tono della voce, con le pause, con gli sguardi, con il movimento delle mani e con quel linguaggio silenzioso che spesso anticipa la consapevolezza stessa del paziente.

Osservare il corpo non significa interpretarlo in modo rigido né attribuire significati prefissati ai suoi segnali. Significa riconoscere che ogni esperienza psicologica lascia una traccia anche sul piano corporeo e che, allo stesso tempo, il corpo può diventare una preziosa risorsa terapeutica. Favorire una respirazione più consapevole, aiutare una persona a percepire le proprie tensioni muscolari, esplorare le sensazioni corporee associate a un’emozione o utilizzare, quando appropriato, il movimento, la voce o il suono, significa ampliare le possibilità di regolazione del sistema nervoso e facilitare l’integrazione tra esperienza emotiva e consapevolezza cognitiva.

Alcuni miei precedenti articoli hanno esplorato il ruolo del respiro, del nervo vago e della musica nel promuovere il benessere psicologico: oggi li osservo come parti di uno stesso mosaico. Il respiro modula il sistema nervoso autonomo, il nervo vago favorisce gli stati di calma e connessione, la musica e la voce influenzano profondamente i processi di regolazione emotiva. Tutti questi strumenti condividono un punto di partenza comune: il corpo.

Imparare a riconoscere ciò che accade dentro di noi mentre lo stiamo vivendo ci predispone a ritrovare un dialogo autentico tra mente e corpo per sviluppare una nuova forma di consapevolezza, più gentile e meno giudicante. Perché spesso il cambiamento non inizia quando smettiamo di provare un’emozione, ma quando impariamo finalmente ad ascoltarla.


Ora fermati e ascoltati!

Non chiederti soltanto: Come sto? Chiediti anche:

Dove sento questa emozione nel corpo?

Com’è il mio respiro in questo momento?

Quale parte del corpo richiede la mia attenzione?

Sto trattenendo qualcosa?

Di cosa avrebbe bisogno il mio corpo proprio adesso?


In conclusione

Per anni abbiamo creduto che comprendere una persona significasse comprendere i suoi pensieri. Oggi sappiamo che non basta. Ogni esperienza lascia tracce nella mente, ma anche nel corpo. Ogni emozione modifica il respiro. Ogni paura cambia la postura. Ogni relazione attraversa il sistema nervoso.

Ascoltare il corpo non significa cercare significati nascosti ovunque, né attribuire spiegazioni semplicistiche ai sintomi. Significa riconoscere che il corpo è parte della nostra storia e che, insieme alla mente, contribuisce a raccontare chi siamo.

Forse la psicologia del futuro sarà quella che saprà finalmente far dialogare mente e corpo. Perché la mente racconta una storia.

Il corpo ne conosce il linguaggio.

E quando impariamo ad ascoltarli entrambi, iniziamo davvero a ritrovare un dialogo con noi stessi.


Riferimenti bibliografici

Craig, A. D. (2002). How do you feel? Interoception: The sense of the physiological condition of the body. Nature Reviews Neuroscience, 3(8), 655–666. https://doi.org/10.1038/nrn894
Damasio, A. R. (1994). Descartes’ Error: Emotion, Reason, and the Human Brain. G. P. Putnam’s Sons.
Porges, S. W. (2011). The Polyvagal Theory: Neurophysiological Foundations of Emotions, Attachment, Communication, and Self-Regulation. W. W. Norton & Company.
Siegel, D. J. (2012). The Developing Mind: How Relationships and the Brain Interact to Shape Who We Are (2nd ed.). Guilford Press.
van der Kolk, B. A. (2014). The Body Keeps the Score: Brain, Mind, and Body in the Healing of Trauma. Viking.


Dott.ssa Giulia Bertinetti Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Giulia Bertinetti
Psicologa
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