
Quando anche il silenzio può avere una colonna sonora
Una riflessione sull’uso della musica strumentale nel setting terapeutico
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Il silenzio è da sempre uno degli elementi più caratteristici del setting psicoterapeutico, rappresentando uno spazio che contiene, permette di ascoltare, favorisce la riflessione e lascia emergere ciò che spesso le parole faticano a esprimere. Eppure il silenzio non è l’unica forma di presenza possibile, anche il suono, se utilizzato con intenzionalità clinica e sensibilità fenomenologica, può diventare parte del campo terapeutico.
Negli ultimi decenni le neuroscienze hanno mostrato come la musica sia uno degli stimoli più complessi che il cervello umano possa elaborare. L’ascolto musicale coinvolge simultaneamente sistemi deputati all’elaborazione emotiva, alla memoria autobiografica, all’attenzione, alla regolazione fisiologica e alla percezione del corpo (Koelsch, 2014; Zatorre & Salimpoor, 2005).
Parallelamente, la ricerca sulla musicoterapia ha evidenziato come interventi basati sulla musica possano contribuire alla regolazione emotiva, alla riduzione dell’ansia e al miglioramento del benessere psicologico in diversi contesti clinici (Bradt et al., 2013; Fancourt & Finn, 2019).
Una domanda rimane però ancora poco esplorata: è possibile che, con alcuni pazienti e in specifiche fasi del percorso terapeutico, una musica strumentale o classica scelta con attenzione possa diventare un elemento facilitante del setting, pur senza trasformare la psicoterapia in un intervento di musicoterapia?
Più che una risposta definitiva, questo articolo propone una riflessione clinica.
Il setting come campo esperienziale
Secondo l’approccio gestaltico, il setting costituisce parte integrante del campo relazionale entro cui terapeuta e paziente co-creano continuamente l’esperienza (Perls et al., 1951; Yontef, 1993).
Ogni elemento presente nella stanza, tra cui la luce, la disposizione delle sedie, il ritmo del dialogo, il silenzio stesso, contribuisce alla costruzione del confine di contatto. Da questa prospettiva, anche il paesaggio sonoro potrebbe essere considerato una variabile del campo, non tanto come tecnica o come intervento direttivo, ma come possibile elemento fenomenologico capace, in alcune circostanze, di sostenere il contatto con l’esperienza presente.
La musica potrebbe quindi essere considerata non per il suo valore estetico in sé, ma per ciò che permette di osservare nell’esperienza del paziente: modificazioni corporee, emozioni emergenti, ricordi, immagini, resistenze o forme nuove di contatto.
Cosa accade nel cervello quando ascoltiamo musica?
Le neuroscienze hanno modificato profondamente la comprensione dell’ascolto musicale. La musica non è un semplice stimolo uditivo, ma un’esperienza multisistemica che coinvolge circuiti emotivi, attentivi, mnestici e motori (Zatorre & Peretz, 2001). Gli studi di neuroimaging hanno evidenziato il coinvolgimento di strutture quali amigdala, ippocampo, corteccia cingolata anteriore e corteccia orbitofrontale durante l’elaborazione delle emozioni musicali (Koelsch, 2014).
L’ascolto di musica percepita come piacevole può inoltre attivare il sistema dopaminergico della ricompensa, coinvolgendo il nucleus accumbens e i circuiti motivazionali (Salimpoor et al., 2011).
Questo aspetto è particolarmente interessante in ambito clinico: la musica può contribuire a modulare alcuni aspetti dello stato interno della persona, influenzando arousal, attenzione e regolazione emotiva. Ciò suggerisce che essa può contribuire alla creazione di condizioni neurofisiologiche favorevoli all’esplorazione dell’esperienza.
Musica, corpo e regolazione emotiva
Considerando il corpo come il primo luogo dell’esperienza, possiamo osservare come il paziente comunichi attraverso postura, ritmo respiratorio, tensione muscolare, qualità dello sguardo e modalità di presenza.
La musica, a tal proposito, possiede una relazione privilegiata con questa dimensione corporea.
Numerose ricerche mostrano come il ritmo musicale possa influenzare movimento, respirazione e sincronizzazione interpersonale (Thaut & Hoemberg, 2014).
Questo fenomeno può essere collegato al concetto di intercorporeità, sviluppato in ambito fenomenologico e neuroscientifico, secondo cui la comprensione dell’altro passa attraverso processi corporei condivisi e forme implicite di sintonizzazione (Fuchs, 2018; Gallese, 2007). Daniel Stern ha descritto come la relazione primaria tra esseri umani sia costruita attraverso micro-variazioni ritmiche, affettive e corporee, definite “forme vitali” (Stern, 2010).
Da questa prospettiva, un sottofondo musicale adeguatamente scelto potrebbe contribuire a creare un ritmo condiviso nella stanza terapeutica, sostenendo una maggiore sintonia tra terapeuta e paziente.
La musica come via di accesso all’esperienza emotiva
Alcuni pazienti arrivano in terapia con una modalità prevalentemente cognitiva: raccontano eventi, analizzano situazioni, costruiscono spiegazioni, ma faticano a riconoscere e abitare le emozioni. Altri presentano invece un’elevata attivazione emotiva, con difficoltà nella regolazione e nella permanenza nel presente. In entrambi i casi, la musica potrebbe rappresentare un possibile mediatore verso l’esperienza.
Gli studi sulla memoria musicale mostrano come la musica sia strettamente collegata ai processi autobiografici, potendo evocare ricordi ed emozioni anche quando altri canali risultano meno accessibili (Janata, 2009). In un contesto terapeutico ciò potrebbe anche diventare un’opportunità osservativa.
Musica, attenzione e presenza del terapeuta
Un aspetto meno discusso riguarda il possibile effetto della musica anche sul terapeuta. Il lavoro clinico richiede una presenza attentiva costante, una capacità di regolazione emotiva e una sensibilità verso segnali sottili dell’altro.
La musica, attraverso il suo effetto regolativo sull’arousal e sull’attenzione, potrebbe contribuire a creare un ambiente percepito come più stabile e raccolto.
Tuttavia, anche in questo caso, è necessario mantenere prudenza: il terapeuta deve evitare che il proprio gradimento musicale diventi un’imposizione implicita sul paziente. Il criterio rimane sempre la co-costruzione del campo.Neurodivergenza e personalizzazione del paesaggio sonoro
L’utilizzo della musica richiede particolare attenzione nel lavoro con persone neurodivergenti.
Alcune persone nello spettro autistico o con ADHD riferiscono spontaneamente un uso della musica come strumento di autoregolazione attentiva ed emotiva. La ricerca sull’elaborazione sensoriale mostra tuttavia una grande variabilità individuale: ciò che per una persona è regolativo può diventare per un’altra fonte di sovraccarico (Robertson & Baron-Cohen, 2017).
Per questo motivo non esiste una musica terapeutica universale e il setting deve rimanere flessibile.
In alcuni casi il silenzio sarà la scelta più rispettosa, in altri potrebbe essere utile una musica ambientale minima, in altri ancora potrebbe avere valore lasciare che sia il paziente stesso a proporre un brano significativo.
Limiti e cautele
L’entusiasmo verso le possibilità offerte dalla musica deve essere accompagnato da rigore. La ricerca sull’utilizzo specifico della musica come semplice sottofondo durante una psicoterapia verbale è ancora limitata. La musica può evocare ricordi traumatici, aumentare la distrazione o introdurre elementi emotivi non desiderati.
In pazienti con trauma complesso, per esempio, alcuni suoni possono diventare trigger associativi.
Per questo motivo l’utilizzo della musica dovrebbe essere: condiviso con il paziente; sempre reversibile; non invasivo; continuamente verificato attraverso l’osservazione fenomenologica.
Quale musica scegliere? Dalla musica del terapeuta alla musica del campo
Una delle domande più complesse riguarderebbe proprio la scelta della musica.
Se si ipotizza che il suono possa diventare parte del campo terapeutico, allora non è sufficiente chiedersi quale musica sia “rilassante” in senso generale. La questione clinica fondamentale diventa: quale esperienza favorisce questa musica in questa persona, in questo momento della relazione terapeutica?
Non esiste infatti una musica neutra: ogni brano porta con sé caratteristiche timbriche, ritmiche, culturali e autobiografiche che possono evocare significati diversi nei diversi individui.
Una composizione di Mozart, spesso associata nell’immaginario collettivo a ordine e armonia, può per qualcuno rappresentare una sensazione di sicurezza e apertura; per qualcun altro può evocare ricordi scolastici, aspettative familiari o persino vissuti spiacevoli.
La risposta emotiva alla musica è profondamente personale e dipende dall’apprendimento, dalla storia individuale e dal contesto (Juslin & Västfjäll, 2008).
Per questo motivo, una possibile scelta clinicamente rispettosa potrebbe orientarsi verso musiche: prevalentemente strumentali; prive di un testo che possa orientare eccessivamente il significato; con una struttura non troppo invasiva; caratterizzate da una complessità compatibile con la capacità attentiva del paziente; utilizzate a volume basso, come elemento ambientale e non come oggetto principale dell’esperienza.
La musica classica rappresenta una possibilità, ma non necessariamente l’unica. Alcuni pazienti potrebbero rispondere meglio a composizioni minimaliste, ambient, neoclassiche o paesaggi sonori naturali. Altri potrebbero trovare maggiore risonanza in generi contemporanei, purché scelti e condivisi nel rispetto del significato personale.
In particolare, con persone neurodivergenti potrebbe essere utile superare l’idea di una musica “universalmente terapeutica” e considerare invece il concetto di profilo sensoriale individuale. Una persona con ipersensibilità uditiva potrebbe beneficiare maggiormente del silenzio o di una musica estremamente rarefatta. Una persona che utilizza spontaneamente la musica per autoregolarsi potrebbe invece trovare nella scelta musicale un elemento di continuità con le proprie strategie quotidiane di gestione dell’attivazione.
Inoltre, lasciare al paziente la possibilità di scegliere un brano può diventare un intervento clinicamente significativo.
La domanda “che musica sceglieresti per rappresentare come stai oggi?” potrebbe aprire un canale narrativo alternativo, particolarmente utile con persone che hanno difficoltà a descrivere verbalmente gli stati interni.
In questa prospettiva la musica non è più uno sfondo imposto dal terapeuta, ma diventa un oggetto condiviso del campo relazionale.
Indicazioni pratiche per un possibile utilizzo nel setting terapeutico
L’eventuale inserimento della musica nel setting richiede alcune attenzioni fondamentali.
1. Il consenso del paziente
Il primo elemento è la condivisione. La presenza della musica dovrebbe essere proposta, non introdotta implicitamente. Una semplice domanda può diventare già un momento terapeutico: “Come sarebbe per te fare questa parte della seduta con una musica molto discreta in sottofondo?”
La risposta del paziente rappresenta già un’informazione clinica: accettazione, curiosità, diffidenza o rifiuto possono raccontare aspetti importanti del rapporto con il controllo, con l’ambiente e con il contatto.
2. Il momento della seduta
La musica potrebbe avere funzioni differenti a seconda della fase dell’incontro. All’inizio della seduta potrebbe facilitare il passaggio dall’esterno all’interno, aiutando alcune persone a rallentare e orientarsi nel presente. Durante momenti esperienziali o corporei potrebbe sostenere l’attenzione sulle sensazioni interne. Nella fase conclusiva potrebbe favorire una transizione graduale verso il ritorno alla quotidianità.
Tuttavia, durante momenti di forte elaborazione emotiva o confronto relazionale, il silenzio potrebbe rimanere lo spazio più autentico.
3. Il volume e la posizione della musica nel campo
Un elemento fondamentale riguarda il ruolo attribuito al suono: la musica non dovrebbe diventare protagonista.
Un volume troppo elevato o l’uso di una canzone contente un testo rischiano di spostare l’attenzione dall’incontro terapeutico all’ascolto musicale.
L’obiettivo, infatti, non è creare un’atmosfera estetica o “rilassante”, ma mantenere uno sfondo sufficientemente discreto affinché il paziente possa continuare a percepire se stesso, il terapeuta e la relazione.
4. L’osservazione fenomenologica della risposta
L’aspetto più interessante non è il brano scelto, ma ciò che accade. Il terapeuta può osservare: cambiamenti nel ritmo respiratorio; modificazioni della postura; aumento o riduzione del contatto visivo; comparsa di emozioni; emergere di ricordi; aumento della concentrazione; segnali di disagio o distrazione.
La musica potrebbe diventare così un ulteriore elemento attraverso cui osservare il processo terapeutico.
5. L’utilizzo della musica anche nella formazione del terapeuta
Un’ulteriore prospettiva riguarda il terapeuta stesso. L’ascolto musicale consapevole potrebbe rappresentare un possibile strumento personale per allenare l’attenzione alle variazioni sottili dell’esperienza.
Lavorare sulla propria capacità di ascolto significa, in tal senso, ampliare la disponibilità all’incontro.
Verso un setting più ampio: dal parlare al sentire
La psicoterapia occidentale è stata storicamente costruita soprattutto intorno alla parola: la parola rimane uno strumento fondamentale, permettendo narrazione, simbolizzazione e costruzione di significato.
Tuttavia, molte dimensioni dell’esperienza umana emergono prima del linguaggio. Il corpo, il ritmo, il tono della voce, il silenzio e il suono partecipano continuamente alla costruzione della relazione.
In questo senso la musica può rappresentare non un’aggiunta decorativa al setting, ma un invito ad ampliare il concetto stesso di ascolto terapeutico. Ascoltare, infatti, non significa soltanto comprendere ciò che viene detto, ma anche percepire ciò che prende forma tra due persone.
Conclusione
La riflessione proposta nasce anche dalla possibilità di aprire uno spazio di ricerca ulteriore: l’utilizzo della musica all’interno del setting psicoterapeutico, soprattutto come elemento ambientale e relazionale e non come intervento musicoterapico strutturato, rappresenta ancora un ambito poco esplorato dalla letteratura scientifica.
Sarebbe auspicabile sviluppare studi più sistematici che possano approfondire quali caratteristiche della musica (ritmo, timbro, complessità, intensità, genere), quali caratteristiche del paziente e quali momenti del percorso terapeutico possano rendere questo strumento maggiormente utile o, al contrario, controindicato.
Una maggiore ricerca potrebbe permettere in futuro di costruire criteri condivisi e linee guida più definite, mantenendo però centrale un principio fondamentale: l’unicità dell’esperienza della persona e la co-costruzione del campo terapeutico.
Forse la domanda non è se la musica debba entrare nel setting terapeutico. La domanda è come il terapeuta possa rimanere disponibile a riconoscere tutti quei linguaggi attraverso cui l’esperienza umana si manifesta.
Considerando il setting come un organismo vivo, continuamente costruito nell’incontro tra due persone, il silenzio rimane uno spazio prezioso. Ma talvolta anche una melodia discreta può diventare parte del campo: non per guidare il paziente, suggerire emozioni o sostituire la relazione, ma per creare uno spazio nel quale ciò che era già presente possa emergere con maggiore chiarezza.
Perché, prima ancora delle parole, siamo esseri in relazione attraverso ritmo, corpo e presenza.
Bibliografia
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Dott.ssa Federica Brugaletta
Psicologa e psicoterapeuta in formazione
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