
Storia e scienza dei funghi medicinali
Nel sottobosco della coscienza: come dodici specie dimenticate stanno cambiando la psichiatria
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C’è qualcosa di poeticamente giusto – e profondamente umano – nel fatto che siano proprio i funghi, esseri silenziosi, marginali, nati nel buio e nel sottobosco, a offrire oggi una speranza a chi vive nell’ombra della psiche. Per decenni demonizzati, etichettati come strumenti di pericolosa evasione, i cosiddetti “funghetti allucinogeni” stanno attraversando una rivoluzione concettuale che ha il sapore di riscatto.
Nel loro principio attivo, la psilocibina, si cela un potenziale terapeutico che la scienza aveva intravisto già negli anni Cinquanta, per poi abbandonarlo sotto il peso della morale, della paura e di una guerra – quella alla droga – che spesso ha confuso ricerca e repressione.
Eppure, ciò che oggi consideriamo promettente non è che una minima parte del mondo fungino: sul pianeta esistono milioni di specie di funghi; di queste, solo circa 120.000 hanno un nome, e tra queste soltanto dodici sono riconosciute come funghi medicinali. Sono i cosiddetti funghi adattogeni: agiscono sull’equilibrio dell’organismo e rappresentano appena lo 0,004% del regno micologico, ma custodiscono un potenziale funzionale straordinario.
Le origini dimenticate: la psilocibina tra medicina e rituale
Prima che diventasse il centro di un dibattito accademico e politico, la psilocibina era già medicina. Nelle popolazioni mesoamericane, veniva utilizzata nei rituali sciamanici per guarire, per connettersi al divino, per attraversare mondi interiori. In lingua náhuatl si chiamavano “teonanácatl”, la “carne degli dei”.
Con Albert Hofmann – lo stesso chimico che sintetizzò l’LSD – la psilocibina entrò nei laboratori europei suggerendo uno straordinario impatto sulla neuroplasticità, la disgregazione di schemi mentali rigidi, l’apertura emotiva nei pazienti resistenti ad altri trattamenti.
Non è un caso che la Francia, storicamente pioniera nel trattamento dei corpi e delle menti, sia stata anche la prima nazione a coltivare i funghi su larga scala: era il XVIII secolo, e sotto le catacombe di Parigi iniziarono le prime coltivazioni sotterranee. Un dettaglio che racconta quanto questo mondo silenzioso e sommerso abbia sempre accompagnato l’evoluzione umana, anche quando restava invisibile.
Poi venne la paura.
Negli anni Settanta, con l’ascesa del proibizionismo e l’associazione con la cultura hippie, le sostanze psichedeliche furono bollate come strumenti di devianza e alla psilocibina non venne riconosciuto alcun valore medico ma un alto potenziale di abuso.
Fu l’inizio di un silenzio durato decenni: le ricerche si fermarono, le università chiusero i laboratori, le riviste smisero di pubblicare.
Eppure, nel sottosuolo della ricerca indipendente, qualcosa continuava a muoversi.
Il ritorno della scienza
Negli ultimi quindici anni, riviste come Nature, The Lancet Psychiatry e JAMA hanno riportato risultati sorprendenti sull’efficacia della psilocibina nel trattamento della depressione resistente, del disturbo post-traumatico da stress e dell’ansia esistenziale nei malati terminali.
A differenza degli antidepressivi convenzionali, che agiscono in modo sintomatico su specifici neurotrasmettitori, la psilocibina agisce in modo strutturale, favorendo la disintegrazione temporanea del default mode network, spesso iperattiva nei disturbi depressivi.
La Default Mode Network (DMN), ovvero la “rete in modalità predefinita” del cervello è un insieme di regioni cerebrali che si attivano quando non siamo impegnati in compiti esterni: quando sogniamo a occhi aperti, rimuginiamo, pensiamo al passato o a noi stessi.
In una mente sana, la DMN svolge un ruolo importante nell’organizzazione dell’identità e della memoria autobiografica. Ma nei disturbi depressivi e post-traumatici, questa rete diventa una gabbia: ipertrofica, iperattiva, ripetitiva, come un vinile graffiato che salta sempre allo stesso punto.
La psilocibina interrompe temporaneamente questa attività dominante, lasciando che il cervello si riorganizzi. Le connessioni tra aree cerebrali solitamente distanti diventano più fluide, meno gerarchiche.
Il passo della Nuova Zelanda: quando la politica ascolta la scienza
In questo scenario si inserisce la recente decisione della Nuova Zelanda: legalizzare l’uso medico della psilocibina per trattare disturbi psichiatrici gravi.
Il ministro della Salute David Seymour ha spiegato che la sostanza potrà essere prescritta solo da psichiatri autorizzati, e sempre all’interno di protocolli clinici rigorosi. Il primo a farlo è stato il dottor Cameron Lacey, pioniere negli studi sperimentali su psilocibina, che ora potrà operare su pazienti reali.
La Nuova Zelanda si unisce così a Canada, Australia, Oregon e Colorado in un movimento globale che rilegge la psichedelia come possibilità terapeutica. In ambito terapeutico, l’esperienza psichedelica non è evasione, ma attraversamento guidato. I pazienti parlano di un senso di riconnessione, di visioni profonde che non spaventano, ma che liberano. Di emozioni antiche che tornano a galla, ma senza il collasso psichico.
“È come se potessi sentire la mia mente respirare di nuovo”, racconta un partecipante a uno studio della Johns Hopkins University. “Come se potessi ascoltarmi senza giudizio.”
La psilocibina, da sola, non cura ma amplifica il potere trasformativo della relazione terapeutica, offrendo un campo interno dove il cambiamento può finalmente germogliare.
La psilocibina stimola nuove connessioni sinaptiche, aumenta l’apertura esperienziale, riduce l’evitamento e accresce la tolleranza all’incertezza. In psicoterapia, soprattutto con pazienti traumatizzati o affetti da disregolazione emotiva, questo si traduce nella possibilità concreta di rimanere presenti al dolore, senza esserne sopraffatti.
L’Europa e il riflesso della paura
E in Europa? Ancora intrappolata in un riflesso pavloviano, l’Europa continua a trattare le sostanze psichedeliche come minacce. Il paradigma è quello della “war on drugs”, che non distingue tra uso ricreativo e uso terapeutico, tra abuso e potenzialità curativa.
Tuttavia, anche qui qualcosa si muove. Il movimento PsychedeliCare ha avviato una campagna per raccogliere un milione di firme, chiedendo l’adozione europea delle terapie assistite da psichedelici. Una richiesta che non nasce dal desiderio di evasione, ma da evidenze cliniche solide.
Una proposta che potrebbe cambiare il destino di migliaia di persone, costrette a vivere tra terapie inefficaci e un’esistenza di resistenza.
Fidarsi o meno della mente?
L’uso terapeutico della psilocibina non può prescindere da una struttura clinica rigorosa. Serve preparazione, serve integrazione, serve presenza, perché l’idea che basti la sostanza per guarire è non solo ingenua, ma anche pericolosa.
Il rischio è duplice: da un lato, la banalizzazione dell’esperienza — ridotta a moda, evasione, suggestione. Dall’altro, la sua cattura da parte dell’industria, che potrebbe svuotarla del suo cuore relazionale in nome del profitto.
Ma la psilocibina non è una scorciatoia. È una porta. E come ogni porta, non conduce ovunque: conduce dentro.
Serve una visione etica. Serve un pensiero capace di accompagnare, contenere, accogliere l’inatteso. Serve un modo nuovo di intendere la cura: non come eliminazione del sintomo, ma come ricostruzione di una relazione possibile con sé stessi.
La psichedelia, usata con sapienza, non è un diversivo. È un rituale clinico, uno spazio sacro dove la psiche può riorganizzarsi, dove l’identità può respirare, dove il dolore può finalmente essere ascoltato.
Forse, in fondo, la domanda è solo una: siamo pronti a fidarci della mente?
Anche quando ci porta dove non osiamo guardare?

Dott.ssa Alice Zanotti
Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica laureata in Psicologia Clinica e della Riabilitazione
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