
La psicologia dei momenti in cui la vita cambia direzione
Abitare la soglia
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Non accade all’improvviso, non c’è un suono netto, una frattura visibile, un momento che si possa indicare con precisione. Piuttosto, è una sensazione che si insinua lentamente: qualcosa nella propria vita continua a funzionare, ma non coincide più. Le abitudini restano, i gesti si ripetono, le relazioni proseguono, eppure si avverte una discrepanza sottile, come se la forma che teneva insieme tutto fosse diventata troppo stretta.
È il periodo in cui si risponde ai messaggi, si va al lavoro, si mantiene una routine, ma con una strana impressione: quella di abitare una versione di sé che non è più del tutto attuale. Non è ancora una crisi conclamata, non è ancora una scelta, non è ancora un cambiamento visibile. È più una sospensione.
Questi momenti, spesso trascurati perché privi di drammaticità evidente, sono tra i più importanti dal punto di vista psicologico. Non sono né il prima né il dopo. Sono lo spazio intermedio in cui la mente smette di funzionare secondo le vecchie coordinate, ma non ha ancora costruito le nuove.
In antropologia questo stato ha un nome preciso: liminalità, dal latino limen, soglia. Arnold Van Gennep e Victor Turner lo descrivevano come la fase centrale dei riti di passaggio: un tempo in cui l’individuo non appartiene più alla condizione precedente, ma non è ancora entrato nella successiva. Una condizione ambigua, instabile, strutturalmente indefinita.
La psicologia contemporanea riconosce lo stesso fenomeno nella vita quotidiana. Non è necessario attraversare un rito collettivo per entrare in una soglia, basta un cambiamento interno sufficientemente forte da rendere obsolete le vecchie mappe mentali.
La soglia, quindi, non è l’evento ma il momento in cui l’evento smette di essere interpretabile con le categorie che avevamo prima.
E forse è proprio questo a renderla così destabilizzante: non sappiamo più prevedere cosa verrà dopo. E una mente che non sa prevedere è una mente che, per un tratto, perde il proprio equilibrio.
Il cervello quando non sa più che cosa aspettarsi
Per comprendere davvero cosa accade durante una soglia psicologica, è necessario abbandonare per un momento la descrizione fenomenologica e guardare al funzionamento della mente in termini più profondi.
Il cervello umano non è progettato per registrare passivamente la realtà. È un sistema predittivo ovvero anticipa continuamente ciò che accadrà, costruendo modelli interni che permettono di ridurre l’incertezza e orientare il comportamento. Questa prospettiva, oggi nota come predictive processing, descrive la mente come una macchina che lavora incessantemente per minimizzare la sorpresa.
Quando i modelli funzionano, la vita scorre con relativa fluidità; le aspettative coincidono, almeno in parte, con l’esperienza. Ma cosa accade quando un cambiamento importante rende quei modelli improvvisamente inadeguati?
Il sistema entra in uno stato di errore predittivo prolungato. Il passato non è più un buon indicatore del futuro, le abitudini non garantiscono più risultati, le aspettative non trovano conferma.
Dal punto di vista neurobiologico, questo stato è tutt’altro che neutro. Studi sull’ansia e sull’incertezza — come quelli di Grupe e Nitschke — mostrano che le situazioni caratterizzate da minaccia incerta attivano circuiti specifici che coinvolgono amigdala, corteccia prefrontale e sistemi di regolazione dello stress. L’incertezza prolungata non è semplicemente un’esperienza cognitiva: è una condizione fisiologica.
Non sapere cosa aspettarsi significa non poter preparare una risposta e questo produce una tensione interna continua, spesso descritta come ansia diffusa, irrequietezza, ipervigilanza.
In questo senso la soglia non è solo un passaggio simbolico. È una crisi temporanea del sistema di orientamento della mente.
Ma è proprio questa crisi a rendere possibile il cambiamento. Finché i modelli funzionano, la mente non ha motivo di modificarli. È solo quando smettono di prevedere il mondo che si apre lo spazio per costruirne di nuovi.
La soglia, allora, è un momento paradossale: destabilizza perché il cervello non riesce più a prevedere, ma è proprio questa incapacità a rendere possibile una trasformazione autentica.
Quando non riusciamo più a raccontarci
Se la soglia fosse solo una questione di predizione, basterebbe aggiornarla come si aggiorna un sistema operativo. Ma la mente umana non è fatta solo di modelli cognitivi. È fatta di storie.
Secondo la teoria dell’identità narrativa, proposta da Dan McAdams, ognuno di noi costruisce nel tempo un racconto interno che tiene insieme passato, presente e futuro. Questa narrazione non è tanto un semplice resoconto degli eventi, quanto una struttura che conferisce coerenza e significato all’esperienza.
Durante una soglia, questa struttura entra in crisi.
Le vecchie categorie narrative non funzionano più. Ciò che eravamo non spiega più ciò che stiamo diventando. Il futuro non è ancora raccontabile. Il risultato è una sensazione difficile da descrivere ma clinicamente molto riconoscibile: la perdita temporanea di continuità del sé.
Molti pazienti, in queste fasi, utilizzano espressioni simili: “non mi riconosco più”, “non so più chi sono”, “mi sembra di essere sospeso”. È una vera e propria interruzione narrativa.
La letteratura empirica mostra che la capacità di costruire una narrazione coerente della propria vita è strettamente associata al benessere psicologico. Quando questa coerenza si interrompe, aumenta la vulnerabilità a stati depressivi, ansiosi e a forme di ritiro.
Ma ancora una volta, la soglia non è solo perdita. È anche possibilità.
Quando la narrazione si incrina, si apre uno spazio. La mente può riorganizzare i significati, reinterpretare il passato, costruire nuove connessioni. Questo processo, noto come integrazione narrativa, è uno dei meccanismi più profondi di trasformazione psicologica.
La difficoltà sta nel fatto che questo lavoro richiede tempo, e soprattutto richiede la capacità di tollerare una fase in cui la storia non è ancora chiara.
In un mondo che chiede definizioni rapide, questo è forse uno degli esercizi più difficili: restare per un tratto senza una narrazione stabile.
Soglia, passaggio o stallo?
Non tutte le soglie, però, portano a una trasformazione.
Dal punto di vista psicologico possiamo distinguere almeno tre esiti possibili:
La soglia trasformativa è quella in cui, dopo una fase di incertezza, la persona riesce a costruire nuovi modelli e una nuova narrazione. Il cambiamento viene integrato e diventa parte della propria identità.
La soglia prolungata è quando il processo resta sospeso: la persona rimane in una condizione intermedia per un tempo esteso; le decisioni vengono rimandate, l’identità resta instabile, la vita procede senza una direzione chiara. È una forma di liminalità cronica.
La soglia bloccata è quando l’incertezza diventa intollerabile. Il sistema cerca di ripristinare rapidamente una forma di stabilità, spesso tornando a modelli disfunzionali o costruendo soluzioni rigide. Qui il cambiamento non viene integrato, ma evitato.
Questa distinzione è fondamentale in ambito clinico. Non basta dire che le soglie sono “momenti di crescita”; possono esserlo, ma solo se la persona dispone di risorse sufficienti per tollerare l’incertezza e riorganizzare il proprio sistema di significati.
La teoria delle transizioni di Schlossberg aiuta a comprendere questo passaggio: il modo in cui una persona attraversa una soglia dipende da variabili come supporto sociale, risorse personali, significato attribuito al cambiamento.
In altre parole, la soglia non è di per sé trasformativa. È un potenziale.
Restare dove non c’è ancora una forma
C’è un punto, però, che sfugge alle descrizioni puramente teoriche ed è il più difficile da sostenere.
Le soglie chiedono qualcosa che la cultura contemporanea fatica a riconoscere: la capacità di restare per un tempo in ciò che non ha ancora una forma definita.
Non è passività. Non è immobilità. È un lavoro silenzioso.
Durante una soglia la mente rielabora, seleziona, lascia andare, prova nuove configurazioni non sempre in modo consapevole, non sempre in modo lineare. È un processo che avviene sotto la superficie delle decisioni visibili.
Molte tradizioni, molto prima della psicologia, avevano già intuito l’importanza di questo spazio intermedio. Oggi le neuroscienze e la teoria della mente predittiva ci permettono di descriverlo in termini più precisi, ma l’esperienza resta la stessa: un tempo in cui il vecchio non regge più e il nuovo non è ancora stabile.
Forse il problema non è tanto attraversare le soglie – tutti, prima o poi, ci passiamo – il problema è riconoscerle mentre accadono e non interpretarle immediatamente come un errore da correggere.
Perché è lì, in quel momento sospeso, che avviene qualcosa di essenziale: la mente smette di ripetere e ricomincia a costruire.
E forse è proprio questo il loro paradosso più difficile da accettare: i momenti in cui non sappiamo più chi siamo sono quelli in cui stiamo diventando qualcun altro.
La cura è ancora una faccenda umana
La tecnologia non è il nemico. Non lo è mai stata. È un’estensione delle possibilità umane, e quando entra nella salute mentale porta con sé una promessa nobile: soffrire meno. Ma ogni volta che introduciamo una cura nella psiche, dobbiamo ricordarci che la mente non è solo materia vivente: è storia, è relazione, è simbolo. La depressione non è una colpa morale né un difetto personale, è una malattia vera, dolorosa e merita tutto ciò che la scienza può offrirle. Ma la scienza, quando è davvero grande, non riduce: allarga. Non semplifica: approfondisce. Non cancella il dolore: lo riconosce e lo accompagna. Forse la vera responsabilità oggi non è scegliere tra tecnologia sì o no, ma imparare a restare umani dentro la tecnologia: curare senza perdere la capacità di ascoltare, usare strumenti, sì, ma non smettere di pensare, dare corrente al cervello, ma non spegnere la coscienza. Perché guarire, in fondo, non è solo eliminare il sintomo: è ritrovare una possibilità di esistere che non sia anestesia, ma ritorno. E questo, nessun dispositivo potrà mai farlo da solo.

Dott.ssa Alice Zanotti
Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica laureata in Psicologia Clinica e della Riabilitazione
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