
Se lo senti, lo vivi
I am a PAS, and you?
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That there
That’s not me
I go
Where I pleaseI walk through walls
I float down the Liffey
I’m not here
This isn’t happening
I’m not here
I’m not hereHow to Desappear Completely, Radiohead, 2000
“Vorrei che le persone fossero come le Birkenstock, tutte diverse, diversi colori, ma qualsiasi modello scegli hai la sicurezza del massimo comfort”. Questa frase, più o meno, l’ho detta davvero. E no, non l’ho pensata nemmeno otto secondi, mi è uscita spontaneamente mentre rincasavo e guardavo compiaciuta il mio (per alcuni discutibile) paio di fantastiche ciabattine nuove: “Ragazze, siete una garanzia”. Potessimo avere la stessa prevedibilità con il prossimo, se solo potessimo sapere che andrà tutto bene sempre, dove il massimo della frustrazione è aver sbagliato davvero un abbinamento borsa-scarpe. Maledette emozioni, maledetti automatismi appresi nell’età evolutiva, e anche dopo. Maledetti meccanismi di difesa, fight or fly, maledetto campeggio estivo dove eravamo quelli con i capelli improbabili, il panino con la frittata e troppi pensieri in testa. Capita a tutti di entrare in una stanza, fare una specie di scan dell’umore generale di chi si trova nelle vicinanze e cercare di capire se è un buon momento o meno.
Poi, però, c’è chi nel solo atto di entrare OVUNQUE apre ufficialmente un microchip incorporato che analizza in automatico: luce, stanza, persone. PERSONE. Quante, chi, cosa fanno, ma, sopratutto, come stanno. Ognuna di loro: tono di voce, postura, il modo in cui interagiscono con il soggetto in questione, perché il soggetto in questione sta raccogliendo dati a sua insaputa, per capire quanto può permettersi di essere felice, triste, indignato (metti che è arrivato nel bel mezzo di un dibattito sul disboscamento globale) oppure stare in disparte e ascoltare. Signori e signore, benvenuti nel fantastico, mirabolante mondo delle PAS. Persone. Altamente. Sensibili.
L’AI Overview riporta: “persone che possiedono un sistema nervoso più reattivo e profondo del normale”, costituiscono circa il venti-trenta percento della popolazione, e solo negli ultimi vent’anni hanno trovato una specie di collocazione nel complesso mondo della psicologia, aiutati, anzi, capitanati, dalla dottoressa Elaine Aron, ricercatrice clinica, psicologa e autrice, che con il libro “Highly Sensitive Person. How to Thrive When the World Overwhelms You” (1997), tradotto “Persone altamente sensibili. Come stare in equilibrio quando il mondo ti travolge” è come se avesse preso pennello e vernice ed avesse tracciato una linea ben definita che finalmente dava un posto, un luogo, a tutti quei soggetti che si sentivano più che incompresi, sopraffatti.
We feel so intensely. It is part of why we process everything very deeply—we are more motivated to think about things by our stronger feelings of curiosity, fear, joy, anger, or whatever. But this intensity can be overwhelming, especially when we have negative feelings. That’s why we need to learn emotional regulation skills.
Sentiamo così intensamente. E’ parte del motivo per il quale noi processiamo tutto così profondamente, siamo più motivati a pensare a questi aspetti dalle nostre forti sensazioni di curiosità, paura, gioia, rabbia o altro. Ma questa intensità può diventare sovrastante, specialmente quando abbiamo emozioni negative. Questo è il motivo per cui abbiamo bisogno di imparare strategie per regolare la nostra emotività.”. Dunque, quando si può parlare di alta sensibilità? Risponde il Dott. Massimo Martucci, psicologo e psicoterapeuta, che riporta alcuni segnali di allarme (si fa per dire) di questa condizione del corpo e dell’anima:
- sentirsi facilmente stanche dopo ambienti affollati o giornate dense di stimoli
- rimuginare a lungo su eventi o conversazioni
- provare emozioni molto intense ed una maggiore reattività a stimoli esterni (rumori, luci, caos, ritmi serrati) e interni (pensieri, emozioni, vissuti), ecc…
Tutto ciò se a una prima occhiata può sembrare comune e anche sintomo di una certa empatia, non deve diventare qualcosa di invalidante, uno zaino troppo pesante che non permette di vivere la quotidianità in maniera serena, attraversando le emozioni in maniera più o meno funzionale. Sempre la dottoressa Aron afferma: “L’alta sensibilità non è una malattia, ci teniamo a ribadirlo, bensì un tratto caratteriale. Tratto caratteriale che può diventare un punto di forza! Le persone altamente sensibili hanno bisogno di strategie per regolare e gestire la loro emotività. Riuscirci è possibile!”. Ancora Aron, insieme al marito neurologo, ha ideato un test (ad uso informativo) per la rilevazione delle caratteristriche tipiche delle persone PAS, e si trova nella versione italiana sul sito “Persone Altamente Sensibili – HSP Italia”. Farlo per crederci. Per orientarsi. E il naufragar m’è dolce in questo mare.
Okay. Stabilito il fatto che abbiamo il terrore di essere tutti dei teddy bears bisognosi di affetto (e di spazio), cosa possiamo fare? Sicuramente qualcosa che ci faccia fermare ed osservare, qualcuno la chiama mindfulness, altri senza troppi giri di parole estere trovano spazi e luoghi più affini a loro stessi, ai loro bisogni, cercando di spiegare in maniera più o meno esaustiva ad amici, parenti e familiari che non è asocialità, è un altro modo di mettersi in relazione rispetto al continuo brulichio del quotidiano. Abbassiamo le luci, abbassiamo la voce, rallentiamo un po’. Niente di personale, anzi, sì. E se non bastasse, possiamo chiedere aiuto, perché l’autodiagnosi fa più danni della grandine, come spiega il dott. Luigi Gallo, anche lui psicoterapeuta, e collaboratore di Topdoctors.it, riportando pazienti che sempre più spesso arrivano in terapia “autodiagnosticati” sui social network, e marcando la netta differenza tra contenuti a scopo divulgativo e i veri e propri percorsi clinici strutturati. Siamo sinceri, signori.
Conoscersi è affar serio, e come diceva Carl Rogers:
Il curioso paradosso è che, quando mi accetto per come sono, allora posso cambiare”
Siate sensibili, senza esagerare (!).
Buon lavoro.
Grazie ai Radiohead, che ti fanno sentire come se qualcuno al mondo fosse sempre più triste di te, e a tutti quelli che alle feste, con gesto rivoluzionario, ogni tanto, rimangono seduti e non ballano.

Stefania Ghelli
Educatrice
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