
Il coraggio di ascoltare
Dove nasce ogni autentica possibilità di incontro
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“Non mi sento ascoltato.”
Quante volte, nella vita, abbiamo pronunciato questa frase?
La diciamo nelle relazioni di coppia, tra genitori e figli, sul lavoro, con gli amici. A volte persino nello studio dello psicologo. Eppure esiste una domanda ancora più difficile, che raramente ci poniamo:
“Io mi sto davvero ascoltando?”
Viviamo in un tempo in cui le parole si moltiplicano, ma l’ascolto sembra assottigliarsi. Rispondiamo mentre l’altro sta ancora parlando. Pensiamo già a cosa dire, invece di lasciarci raggiungere da ciò che stiamo sentendo. Anche con noi stessi facciamo qualcosa di simile: corriamo, organizziamo, risolviamo, ma raramente ci fermiamo ad ascoltare ciò che il corpo, le emozioni e il silenzio stanno cercando di raccontarci.
Forse ascoltare è una delle forme di coraggio più sottovalutate del nostro tempo. Perché ascoltare davvero significa rinunciare, almeno per un momento, ad avere subito una risposta. Significa restare presenti, tollerare il dubbio, accogliere ciò che emerge senza cercare immediatamente di cambiarlo.
In psicologia l’ascolto è molto più di una tecnica. È il luogo in cui nasce la relazione, cresce la consapevolezza e, talvolta, prende forma il cambiamento.
Significa concedere ad una domanda il tempo di rivelarsi invece di trovare subito una risposta.
Ascoltare l’altro
Ogni persona desidera essere compresa prima ancora che aiutata.
Ascoltare sembra un gesto semplice. In fondo impariamo a farlo fin da bambini: ci insegnano a non interrompere, a prestare attenzione, a guardare chi parla. Eppure ascoltare davvero è molto diverso dal sentire delle parole. Significa sospendere, almeno per un momento, il bisogno di interpretare, di consigliare, di trovare una soluzione. Significa concedere all’altro lo spazio necessario perché possa raccontarsi senza sentirsi giudicato.
Nella pratica clinica questo rappresenta il cuore della relazione terapeutica. Carl Rogers, uno dei padri della psicologia umanistica, descriveva l’ascolto empatico come la capacità di entrare nel mondo dell’altro “come se” fosse il proprio, senza mai perdere la consapevolezza che appartiene a un’altra persona (Rogers, 1957). È un equilibrio delicato: essere presenti senza invadere, comprendere senza interpretare troppo in fretta.
Ma questa riflessione va ben oltre il setting terapeutico. Quante conversazioni quotidiane diventano una gara a chi parla di più? Quante volte ascoltiamo solo il tempo necessario per preparare la nostra risposta? In una società che premia la velocità e l’opinione immediata, l’ascolto autentico è quasi un atto rivoluzionario.
Essere ascoltati produce effetti profondi anche sul nostro sistema nervoso. Sentirsi accolti riduce l’attivazione difensiva, aumenta il senso di sicurezza e favorisce l’apertura emotiva (Porges, 2011). Non è solo una sensazione: è una risposta neurobiologica. Per questo motivo l’ascolto può diventare il primo gesto di cura. Prima ancora delle parole giuste, delle tecniche o delle interpretazioni, c’è una presenza che comunica: “Puoi essere qui così come sei.”
Forse il dono più grande che possiamo fare a qualcuno non è offrirgli subito una risposta. È offrirgli il tempo necessario perché trovi la propria.
Ascoltare se stessi
La voce più difficile da ascoltare è spesso quella che vive dentro di noi.
Se ascoltare gli altri richiede presenza, ascoltare se stessi richiede coraggio. È molto più semplice riempire le giornate di impegni, notifiche e rumore che fermarsi qualche istante a domandarsi: Come sto davvero? Non “cosa devo fare”, non “cosa dovrei essere”, ma cosa sto vivendo in questo momento?
L’ascolto di sé non coincide con l’introspezione continua né con l’analisi ossessiva dei propri pensieri. Significa sviluppare quella che le neuroscienze chiamano consapevolezza interocettiva, ovvero la capacità di percepire ciò che accade all’interno del nostro corpo: il ritmo del respiro, il battito cardiaco, la tensione muscolare, la sensazione di apertura o chiusura che accompagna un’emozione (Craig, 2002). Il corpo, in questo senso, diventa una bussola.
Non è un caso che molte pratiche contemplative, dallo yoga alla meditazione, inizino proprio dal respiro. Non perché respirare risolva ogni problema, ma perché rappresenta uno dei modi più semplici per tornare nel momento presente. Anche la psicologia contemporanea riconosce sempre più il valore di questo ascolto incarnato: comprendere un’emozione significa anche imparare a riconoscere come essa si manifesta nel corpo.
Ascoltarsi richiede inoltre una qualità che spesso dimentichiamo: la gentilezza. Molte persone credono di conoscersi bene, ma in realtà trascorrono gran parte del tempo a giudicarsi. “Sono troppo sensibile”, “non dovrei essere così ansioso”, “devo reagire”. Questo non è ascolto. È un dialogo interiore che rischia di allontanarci ancora di più da ciò che stiamo vivendo.
L’ascolto autentico, invece, sospende il giudizio. Non elimina il dolore, ma gli offre uno spazio. E spesso è proprio in quello spazio che iniziano a nascere comprensione, regolazione e cambiamento.
Ascoltare ciò che il corpo racconta
Il corpo parla continuamente. La domanda è: siamo ancora capaci di ascoltarlo?
Il corpo non utilizza parole, ma possiede un linguaggio sorprendentemente ricco. Comunica attraverso il respiro, la postura, il tono della voce, il movimento, la qualità del sonno, la tensione muscolare, la stanchezza, il bisogno di vicinanza o di distanza. Molti di questi segnali emergono prima ancora che la mente riesca a comprenderli.
Negli ultimi anni neuroscienze e psicologia hanno mostrato come il corpo partecipi attivamente alla regolazione delle emozioni e alla costruzione dell’esperienza cosciente (Damasio, 1994; Siegel, 2012). Le emozioni non abitano soltanto nei pensieri: modificano il battito cardiaco, la respirazione, il sistema digestivo, il tono muscolare. Il corpo non è il semplice contenitore della nostra vita emotiva. Ne è uno dei principali protagonisti.
Ascoltare il corpo significa riconoscere che corpo e mente dialogano continuamente e che, accanto alla dimensione biologica della malattia, esiste sempre anche una dimensione soggettiva: quella della storia, del vissuto, delle emozioni, delle relazioni e del significato che quella persona attribuisce a ciò che sta vivendo. Un dolore, una tensione persistente, un senso di affaticamento o un disturbo ricorrente non sono soltanto eventi biologici. Sono esperienze vissute da una persona concreta e viva e la domanda diventa: che posto occupa questo sintomo nella mia vita? Cosa sta modificando? Cosa mi impedisce? Cosa mi costringe a vedere o a cambiare?
Come abbiamo approfondito nell’articolo dedicato al corpo nel setting psicologico, imparare ad ascoltare questi segnali significa recuperare un dialogo spesso interrotto. Il corpo ci restituisce quel sintomo che apre ad una domanda e lì nasce la possibilità di cambiare e trasformare.
Ascoltare il silenzio
Ci sono silenzi che allontanano. E silenzi che finalmente permettono di incontrarsi.
Viviamo circondati da suoni. La televisione resta accesa mentre cuciniamo, il telefono ci accompagna in ogni momento della giornata, la musica riempie gli spazi vuoti, le notifiche interrompono continuamente il filo dei nostri pensieri. Eppure il silenzio non è semplicemente assenza di rumore. È uno spazio in cui qualcosa può finalmente emergere.
Nel setting psicologico il silenzio possiede un valore particolare. Non è un’interruzione della relazione, ma spesso uno dei momenti più intensi dell’incontro. Può essere il tempo necessario perché un’emozione trovi le parole, perché un ricordo affiori, perché una persona entri realmente in contatto con ciò che sente. Riempire subito ogni pausa significa, talvolta, impedire a quel processo di compiersi (Stern, 2004).
Lo stesso accade in altri contesti:
· nella musica: le pause non interrompono la melodia, le danno significato e senza silenzio, anche il suono perderebbe profondità;
· nella meditazione: il silenzio profondo diventa uno spazio di totale rigenerazione, un’apertura all’ascolto più sottile, liberi da distrazioni; Yogi Bhajan, riferimento mondiale del Kundalini Yoga, ci insegna a riconoscere il silenzio naturale che emerge quando smettiamo di seguire i pensieri e iniziamo ad ascoltare;
· nella relazione con l’altro: il silenzio non interrompe il dialogo, ma gli permette di respirare, offrendo all’altro il tempo di ritrovare le proprie parole e la libertà di sentirsi accolto, senza il timore di essere subito interpretato o corretto.
Forse abbiamo imparato ad avere paura del silenzio perché ci mette di fronte a noi stessi. Ma proprio lì, dove non possiamo più distrarci, può iniziare un ascolto autentico. Il silenzio non è un vuoto da riempire, ma uno spazio vivo in cui l’ascolto può finalmente accadere.
Ascoltare senza giudicare
Non tutto ciò che sentiamo ha bisogno di essere corretto. Molte cose hanno bisogno, prima di tutto, di essere accolte.
Uno degli ostacoli più grandi all’ascolto è il giudizio. Non appena emerge un’emozione difficile, tendiamo a classificarla: giusta o sbagliata, accettabile o inaccettabile, forte o debole (Goleman, 1995). Così facendo, interrompiamo il dialogo con noi stessi prima ancora che possa iniziare.
L’approccio mindfulness e numerosi modelli psicologici contemporanei ci ricordano invece l’importanza di osservare l’esperienza con curiosità e apertura, senza identificarci completamente con essa (Kabat-Zinn, 1990). Accogliere non significa rassegnarsi né rinunciare al cambiamento. Significa riconoscere la realtà di ciò che stiamo vivendo come primo passo per poterla trasformare.
Quante volte desideriamo che qualcuno accolga il nostro vissuto
senza minimizzarlo o correggerlo immediatamente?
Offrire questo tipo di presenza agli altri richiede di coltivarla prima dentro di noi.
Ora tocca a te: il coraggio inizia da qui!
Abbiamo parlato di ascolto, di corpo, di silenzio, di relazioni. Ma tutto questo rischia di rimanere soltanto una bella teoria se non trova uno spazio nella vita quotidiana. L’ascolto non è un talento riservato a pochi né una qualità immutabile. È una competenza che può essere coltivata giorno dopo giorno attraverso piccoli gesti. Per questo vorrei lasciarti una piccola sfida. Non richiede strumenti particolari, né molto tempo. Richiede soltanto qualche minuto di presenza.
Per un giorno, o magari per una settimana, prova ad ascoltare con maggiore intenzione.
· Ascolta una persona senza interromperla e senza preparare la risposta mentre parla.
· Concediti qualche minuto di silenzio, senza cercare subito qualcosa da fare.
· Fermati tre volte durante la giornata e chiediti semplicemente: “Come sto, davvero?”
· Ascolta il tuo corpo. Dove senti tensione? Dove percepisci leggerezza? Cosa cambia nel tuo respiro?
· Alla sera, domandati: Qual è stata oggi la cosa che ho ascoltato davvero? E quale, invece, ho evitato di ascoltare?
Sono azioni semplici, quasi invisibili. Eppure, ripetute nel tempo, modificano il modo in cui entriamo in relazione con noi stessi e con gli altri.
Oggi non provare ad avere tutte le risposte. Prova, semplicemente, ad ascoltare.
Riferimenti bibliografici
Bhajan, Y. (1998). La mente. edizioni e/o.
Craig, A. D. (2002). How do you feel? Interoception: The sense of the physiological condition of the body. Nature Reviews Neuroscience, 3(8), 655–666. https://doi.org/10.1038/nrn894
Damasio, A. R. (1994). Descartes’ Error: Emotion, Reason, and the Human Brain. New York, NY: G. P. Putnam’s Sons.
Goleman, D. (1995). Emotional Intelligence. New York, NY: Bantam Books.
Kabat-Zinn, J. (1990). Full Catastrophe Living: Using the Wisdom of Your Body and Mind to Face Stress, Pain, and Illness. New York, NY: Delacorte Press.
Porges, S. W. (2011). The Polyvagal Theory: Neurophysiological Foundations of Emotions, Attachment, Communication, and Self-Regulation. New York, NY: W. W. Norton & Company.
Rogers, C. R. (1957). The necessary and sufficient conditions of therapeutic personality change. Journal of Consulting Psychology, 21(2), 95–103. https://doi.org/10.1037/h0045357
Siegel, D. J. (2012). The Developing Mind: How Relationships and the Brain Interact to Shape Who We Are (2nd ed.). New York, NY: Guilford Press.
Stern, D. N. (2004). The Present Moment in Psychotherapy and Everyday Life. New York, NY: W. W. Norton & Company.

Dott.ssa Giulia Bertinetti
Psicologa, Insegnante di Yoga e Meditazione
Bio | Articoli
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