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Adolescenti e adulti a scuola [Parte 3]

La faticosa conquista della “posizione” adulta

Image by Scott Webb on Unsplash.com


Tempo dell’adolescenza, tempo della scuola: il ritorno dell’esame “di maturità”.

Nelle società industriali avanzate è ormai prassi consolidata che il processo di educazione-formazione-istruzione non sia più affidato ai singoli gruppi sociali o alle singole realtà familiari più o meno allargate, ma sia affidato ad una “istituzione” appositamente creata, la scuola, appunto. Tutto il periodo dell’adolescenza è scandito, per la stragrande maggioranza degli adolescenti, dal suono della campanella della scuola. In queste società, in gran parte, tempo della scuola ed età adolescenziale sono sovrapponibili.

Non può sorprendere, perciò, che l’attuale Ministro dell’Istruzione e del Merito abbia deciso di tornare a chiamare “esame di maturità”, ossia “esame di passaggio all’età adulta”, quell’esame che segna la fine del secondo ciclo di istruzione Per chi non prosegue gli studi, l’esame di maturità dovrebbe segnare la fine del tempo dell’adolescenza. Per restare nella metafora, il “per chi suona la campanella” non vale più dopo aver superato l’esame!

Ora, non entro nel merito se questo esame possa davvero certificare la “maturità” degli studenti che lo sosterranno. Del resto, come già scrivevo nel precedente articolo, è particolarmente difficile oggi (anche per gli adulti che fanno i ministri o insegnano) definire “che cos’è la maturità” e/o quando si è maturi. Per comprendere più a fondo alcune delle dinamiche psicologiche ed esistenziali che si intrecciano all’interno dell’istituzione scolastica, come è mia abitudine, cominciamo a chiarire i termini che entrano in gioco.


Scuola – Istituzione

La scuola, oggi, è un’istituzione. Il termine istituzione deriva da istituire, che vuol dire “stabilire un ordine, fondare, regolare”: può essere usato per indicare sia apparati sia gruppi organizzati che perseguono uno scopo specifico in maniera sistematica, seguendo regole e procedure specifiche e determinate (nelle istituzioni pubbliche, tutto questo è definito per legge)

L’etimo del termine scuola, invece, rimanda alla parola greca scholè, al verbo scholazein, oziare (il latino otium), ossia avere tempo libero dal lavoro manuale e/o servile per dedicarsi ad attività intellettuali, di ricreazione mentale o di studio (non a caso, nel medioevo, le discipline oggetto di insegnamento nelle scuole abbaziali o vescovili e poi nelle Universitates venivano definite “arti liberali”). Solo in un secondo momento la parola scuola verrà usata per indicare il “luogo” in cui maestri ed allievi si riunivano per dedicarsi alle attività intellettuali, alle scienze e alle arti. All’interno delle “scuole”, la relazione tra adolescente e adulto viene ad assumere la forma del rapporto tra allievo e maestro, tra discente e docente.


Ammaestrare

Da qualche anno, e con qualche vezzo, mi piace indicare l’obiettivo, lo scopo, perseguito dall’istituzione scolastica (e da ciascuno dei soggetti che vi operano) con il verbo “ammaestrare”. Nel lessico comune tale verbo è stato svalutato, perché usato solo per la sua accezione secondaria (“Addestrare animali, renderli abili a eseguire in pubblico esercizî di destrezza”). In realtà, ammaestrare significa propriamente e prioritariamente “far diventare maestro”, rendere qualcuno padrone della disciplina e/o della tecnica che gli viene impartita. Triste quel maestro che ha solo allievi, sentenziava Nietzsche; gli autentici maestri, come insegnava Kant, preparano non allievi, ma “futuri maestri”, persone autonome e padrone delle discipline e delle tecniche loro insegnate.

In termini più squisitamente psicologici: compito della scuola, come di ogni altra istituzione che “fa crescere” giovani uomini (ivi comprese la famiglia, ma anche le varie “scuole sportive” ecc.), è quello di portare a maturazione giovani adulti, ossia renderli “maggiorenni”: il minorenne è colui che, per definizione, non può ancora esercitare autonomamente i propri diritti, ma è “sotto tutela” (e non è un caso che l’esame di maturità viene pressoché a coincidere con la maggiore età giuridica).

Tutte le istituzioni educatrici non possono non porsi l’obiettivo della emancipazione, ossia di far uscire dal bisogno di tutela i soggetti loro affidati: li devono rendere autonomi, perché critici e consapevoli. E questo spiega perché tutte le istituzioni educative sono progettate con una scadenza che segna il termine di “fine attività”.


La magistralità è ministero

Se nella parola “maestro” risuona l’avverbio latino “magis” (di più) – e dunque il maestro pretende una superiorità “direttiva” nel rapporto con l’adolescente discente, in forza della maggior padronanza della disciplina o della tecnica che insegna, nonché del suo essere “adulto” (o presunto tale) -, in realtà nella sua azione (come in quella di ogni educatore) si configura una autentica ministerialità: nella parola “ministero” risuona l’avverbio latino minus (di meno). In effetti, il ministro è colui che “si fa meno”, ossia “si mette a servizio” dello scopo che gli è stato affidato, che per lui diventa il suo officium: il suo compito, il suo dovere. Il docente, che lavora in quella istituzione che è la scuola, ha come proprio officium, dovere, quello di rendere i propri allievi autonomi, padroni della disciplina e di sé (padroni di sé = non bisognosi di tutela, maggiorenni, adulti).

Il maestro “dipende” dall’allievo.

Rimando al successivo articolo l’analisi delle dinamiche relazionali sotto il profilo psicologico ed esistenziale. Qui chiudo con un ultimo approfondimento sul rapporto docente-discente.

Chi ammaestra è docente, l’ammaestrando è discente.

Docente è sostantivo costruito sul participio presente (ossia indicante l’agente) del verbo latino doceo, che condivide sia con il greco sia con le altre lingue indoeuropee la radice “de(i)k”, dalla quale derivano i verbi dell’indicare, dell’insegnare, del dire: l’insegnante sarebbe allora qualcuno che indica dicendo. Va fatto notare, inoltre, che in latino il verbo docere viene costruito per lo più con l’accusativo della persona cui si insegna e l’ablativo della cosa insegnata: docere aliquem (de) aliqua re; ciò sta a significare che i latini intendevano l’insegnare come un far diventare maestro qualcuno intorno a qualche argomento, a qualche contenuto di sapere. Questo è ulteriormente rafforzato dall’etimo di discente: il latino disco risale alla medesima radice indoeuropea di doceo; ciò sta ad indicare che i verbi sono correlativi, non si dà l’uno senza l’altro; disco, però, in latino, si costruisce con l’accusativo della cosa e l’ablativo di colui (o di ciò) da cui si apprende: disco aliquid ab/ex aliquo: apprendo qualcosa da qualcuno. Ciò starebbe a significare che ciò su cui si esercita l’ammaestramento è il contenuto di sapere o l’abilità desiderata dal discente che, pertanto, chiede (a qualcuno che ritiene esperto) di “essere ammaestrato” su ciò.

Detto altrimenti: è la domanda di sapere di colui che vuole apprendere che legittima l’azione dell’insegnare da parte del docente. Se il discente non riconosce la “magistralità” (che è l’autorevolezza) del docente, l’insegnamento autentico non si realizza. Un docente non riconosciuto come tale dai suoi allievi potrà anche “istruire”, ma non riuscirà a formare e ad e-ducare: non sarà mai “maestro” (ma su ciò tornerò).

Su questi ultimi aspetti mi permetto di rinviare ad un mio saggio più ampio disponibile in rete.

 


Prof. Piergiorgio Sensi Autore presso La Mente Pensante Magazine
Prof. Piergiorgio Sensi
Docente di Scuola Secondaria e Universitario
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Prof. Piergiorgio Sensi Email LinkedIn

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