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Attorno all’essere vecchio

Riflessioni psicoanalitiche sulla vecchiaia

Photo by Simon Godfrey on Unsplash.com


Per la psicoanalisi, la Vecchiaia è un pane squisito, perché in essa si trovano le involuzioni di tutte le istanze.  È un po’ “vediamo come è andata a finire”.

Prendiamola un po’ alla larga.  D’altronde la psicoanalisi questo fa di mestiere.

E dai piani alti alle cantine più buie, anche per la teorizzazione e la pratica della Vecchiaia è così, anzi ancor di più visto che con essa si tirano un po’ le somme.

Comunque la si voglia chiamare, anzianità, senescenza, senilità o altro ancora, la vecchiaia è il tramonto del proprio arcobaleno.

Vecchiaia è quando “…. il giorno cadeva, il vecchio parlava e piano piangeva: con l’ anima assente, con gli occhi bagnati, seguiva il ricordo di miti passati” canta Guccini.

Quel tramonto e quel giorno che cadeva sono parole che racchiudono le emozioni che ognuno porta con sé davanti all’ineluttabilità del Tempo sovrano, il quale impone che il governo delle sue conseguenza debba fare i conti con le possibilità e probabilità passate accettate o rifiutate e con il modo in cui si stia al momento del dunque.

Restringimento dell’anima, nostalgia, rimorsi, rimpianti, soddisfazione, saggezza?Dipende  da se stessi e dagli altri perché  la vecchiaia è sì un fatto affettivo intimo  e  personale ma è anche politico, etico e culturale.


Il pensiero comune

Se nel pensiero comune si ritiene che essere vecchi significhi lasciar andare il di più, l’obbligo di, le tempeste, l’incanto delle sirene, si può anche pensare che diventare anziani sia una fortuna, perché vuol dire che la vita è stata attraversata nella presenza dell’esserci, nella sanità o nella follia, nel benessere o nel malessere e dunque nascere ha avuto senso, il proprio.

Nonostante tutto.

Nel “nonostante tutto” la  psicologia nelle sue varie strutture e la psicoanalisi in particolare ci mettono del loro su come ciò che resta dopo il non-c’è-più delle altre età costituisca per ognuno un momento cruciale.


L’ora del vivere diviene l’ora del morire (E. Borgogna)

Andarsene o aspettare?

Potrebbe sembrare una banalità, ma non lo è.

Andarsene significa fare da sé perché la vita è propria e non è poco, aspettare significa non scegliere e far decidere all’altro (alla Nera Signora di Vecchioni) e altrettanto non è poco.

In entrambi i casi si gioca una pulsione. Saffo si buttò giù dalla rupe per fare da sé e per non darla vinta al male della brutta vecchiaia.


Erotismo, desiderio, va in scena la propria morte

Essere Soggetto-in-vecchiaia è un desiderio goduto perché è godimento di ritorno proveniente dalla dimensione erotica che esiste tra la vita e la morte.

Quell’ultimo istante tra il tira e molla di “io me ne vado, fatti vostri”, tanto per ironizzare, ma non troppo.

L’erotismo sta, appunto, nella messa in scena della propria morte. Quello dell’ultimo canto del cigno quando decade l’illusione dell’immortalità.

Nell’osservazione clinica è evidente che la questione libidica è sempre implicata e che sia godimento vitale o mortifero in ogni caso c’è il godimento del sintomo.

Ad esempio, un godimento mortifero è prodotto dall’assenza del Fantasma del Desiderio visto che se non c’è fantasma non ci può essere desiderio. Nel senso che per desiderare occorre che ci sia una mancanza e questa mancanza deve essere immaginata, pensata in fantasia; deve esserci il fantasma del non-c’è che si concretizza in desiderio di quel qualcosa o di quel qualcuno.


Vecchiaia desiderante?

Sì, lo è, ma di desideri non più investiti in maniera libidica proprio per il motivo che senza la messa in scena del desiderio non può esserci erotismo e, dunque, senza la spinta erotica si possono avere speranze ma non desideri.

Nella speranza non è necessario l’investimento libidico, nel desiderio sì. Il godimento sta in ciò che si definisce pace dei sensi, che è sintomo nel modo in cui la si accoglie.


L’involuzione psichica

Se la depressione è l’esito del deprimersi, che a sua volta significa coartazione e nella configurazione psicoanalitica vuol dire accartocciarsi su se stessi, anche l’involuzione psichica è un sintomo, nel senso che quel che resta della libido è indirizzato non più verso oggetti esterni sessuali o sessualizzati ma verso se stessi, ossia in modo egoico, ed è sublimato in qualcosa di soddisfacente, cosa che è aspetto trasformativo di valore, perché altrimenti potrebbe essere ravvisato il sintomo di un nichilismo obbligato dalla riduzione libidica.


Perdita  della funzione paterna

A proposito ancora di investimenti libidici, l’anziano – proprio perché anziano – non è più un Padre psicoanalitico, quindi la funzione di sollecitare il “figlio” a creare dentro di sé il vuoto indispensabile per desiderare – senza il quale si mistifica l’esaudimento del desiderio in soddisfacimento del bisogno -ecco, questo non c’è più.

La perdita di questa funzione influisce, ad esempio, sull’intima sofferenza per non sapere se e cosa lasciare in eredità di sé e, se così è, vuol dire che anche la sofferenza e il dolore hanno una loro valenza erotica, se non altro nel godimento del lamento.


La questione dell’eredità

La storia dell’eredità non è emotivamente e psichicamente cosa da poco perché si può lasciare qualcosa a qualcuno solo se si è regolato il conto con i lutti, altrimenti si trattiene e non si lascia.

Un motivo per cadere nel nichilismo originario se l’avidità e  l’avarizia sono consapevoli, nel senso che esse rappresentano il segno di ritorno alla fase anale nel suo aspetto non oblativo.


E non è finita….

C’è lo svuotamento dell’inconscio, ci sono le manifestazioni di un affollato Super-Io, c’è il residuo del narcisismo, l’aggressività del masochismo, l’assenza del Terzo regolatore, la castrazione edipica, la similitudine con il Perturbante.

Anche questo è pane per la psicoanalisi.


Svuotamento della libido

Quando l’interpretazione si dirige alla parte inconscia osserva che lo svuotamento della libido nel tempo rimossa fa sì che essa ritorni sotto forma del ricordo, che è nostalgia per qualcosa che non può più essere, che non ha più tempo. Oppure un triste oblio che lo taciti.

Il modo in cui la vecchiaia manifesta il Super-Io si ritiene imprevedibile in quanto lo accomuna o ad masochismo a volte crudele oppure ad un lassismo permissivo, in ogni caso, fuori tempo. D’altronde a quel punto ha poco da fare come regolatore di se stesso e degli altri. Quello che è, è.

Nella forma masochistica si nota nuovamente il godimento di ritorno, cioè nella rinuncia ad essere sadico per imposizione o ripicca o risarcimento si ritrova il godimento della santificazione.


Il masochismo del super-io

Grande esempio è offerto dagli antichi Greci e Latini e poi Romani che, in nome dell’onore alle tradizioni, si sono dati il suicidio in maniera volutamente cruenta per stabilire eroicamente anche nell’atto della morte la potenza e la grandezza, pertanto uomini ancor più rispettabili. (Seneca non si accontenta della cicuta, come Socrate, e si taglia braccia, gambe e aggiunge pure il bollore dell’acqua; Plinio il Giovane si fa fuori con le esalazioni di un vulcano…..).


Istinto erotico e thanatoico

Per Freud, tra l’istinto erotico – destinato alla costruzione e al godimento della vita – e quello thanatoico – destinato all’annientamento e alla morte – la supremazia è del secondo.

Vince Thánatos perché è  comandato dalla pulsione distruttiva presente e pervasiva in un Super-Io auto diretto in virtù dell’ambìto desiderio del ritorno all’origine, avverso all’istinto di autoconservazione

La vecchiaia che ricerca il ritorno all’origine intriga anch’essa non poco, perché crea sintomi a non finire, partendo dalla resistenza di chi vuole essere lasciato in pace dalla pulsione che la libido nel suo rimasuglio vorrebbe far valere. Costui desidera ritornare ciò che era, cioè inorganico.


Ritorno all’origine

Non è facile da spiegare, lo stesso Freud fu abbastanza confusionario in “Al di là del principio di piacere”(1920). È come se il principio di morte si accoppiasse con quello di vita generando un unico principio, sempre di morte che però si “vitalizza” nel desiderio di non esserci più come materia.

Questo è il ritorno alle origini del passato.

La psicoanalisi è interessata a comprendere quali sintomi questo desiderio di regressione alla forma primigenia possa  far emergere. Niente niente, un abbattimento del narcisismo di affermazione e una esagerazione di esso nella  forma  patologica. E poi, per eccellenza, nichilismo per la perdita o confusione del valore della vita.


Similitudine con il perturbante

Perché la psicoanalisi ritiene che la Vecchiaia  si costituisca sintomo nella similitudine con il perturbante?

Perché ritiene che essa sia responsabile dell’inquietante attualizzazione, appunto in sintomo, del noto e familiare già sistemato attraverso la rimozione e questa inquietudine è lì a spiattellare la vera essenza umana, che è quella dell’aggressività costituzionale.

E qual è il sintomo? L’incertezza, la perdita di orientamento psichico, l’alienazione del reale attraverso il ritorno a quel familiare dal principio di realtà a quello di piacere e, se così fosse, il desiderio di ritornare all’inorganico si fa sentire anche qui. Ed è sintomo anche un eventuale aspetto persecutorio di ritrovare in qualcuno o in qualcosa tracce dell’antico rimosso.


Rievocazione della castrazione edipica

Nell’interpretazione fantasmatica della sessualità, l’interesse è rivolto a quanto la vecchiaia si renda sintomo sia nella rievocazione della castrazione edipica e sia nel decadimento del feticcio.

La castrazione edipica riporta al sintomo dell’esclusione, con la differenza che un tempo era segno positivo di sapersela cavare da soli nella considerazione identitaria, pena la perdita fallica oppure la fissazione invidiosa, mentre in quest’altro tempo è esclusione dal godimento dell’attrazione. Sul secondo piano, è di turno ancora la perdita pulsionale erotica che però fa il paio con il godimento della perdita in sé, se è valida la considerazione che ogni sintomo contenga in sé il godimento.


Il feticcio

Il feticcio si costruisce a partire dalla negazione della castrazione in quanto il fallo è lì da vedere nel suo rappresentante simbolico. In modo traslato, la vecchiaia fa calare il velo dell’illusione, ossia non esistono più illusioni. Si perde la possibilità di simbolizzazione e di astrazione, cosa che rende alquanto difficile la trasposizione di transfert riferita a chiunque, perché si perde la possibilità della proiezione nell’altro fuori da sé.


Piccola conclusione

La vecchiaia rende difficile stare dentro di sé e fuori da sé, però se si ha la possibilità di viverla bene è una gran bella cosa.


Dott.ssa Grazia Aloi autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa grazia aloi
Psicoanalista | psicoterapeuta | sessuologa
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