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La saggezza del dubbio

Image by Md Mahdi on Unsplash.com

Nel 1951 usciva la prima edizione originale di quello che in italiano conosciamo come La saggezza del dubbio. Il sottotitolo era potente: “A Message for an Age of Anxiety” – un messaggio per l’età dell’angoscia. L’espressione età dell’angoscia, per gli storici, rimanda al periodo dell’Impero Romano che va da Commodo a Diocleziano: decenni di instabilità politica, crisi economica, frammentazione del potere, ma soprattutto di profonda incertezza spirituale. I culti tradizionali vacillavano, le religioni misteriche proliferavano, il bisogno di salvezza individuale cresceva. Suona famigliare? Forse fin troppo.

Watts scriveva nel secondo dopoguerra, ma oggi, nel pieno della digitalizzazione, dell’uso smodato dell’intelligenza artificiale, delle fake news che impongono un compulsivo fact-checking, di guerre dietro l’angolo, di razzismo e violenze di genere dilaganti, di una iperconnessione a cui fa da contraltare una profonda solitudine individuale, quel sottotitolo sembra scritto per noi.

Il testo è oscuro, sia chiaro fin da subito. Del resto è di dubbio che si parla.

Uno dei concetti più noti del libro è la legge dello sforzo contrario: più cerchiamo di afferrare qualcosa, più essa ci sfugge. Cerchiamo sicurezza, stabilità, certezza, convinti che ne deriverà una felicità stabile e duratura, ma finiamo nella frustrazione e nello smarrimento di senso e di scopo.

Vogliamo essere spontanei? Fingiamo sicurezza in noi stessi e leggerezza.
Vogliamo dormire? Ci imponiamo di dormire.
Vogliamo non avere paura? Combattiamo la paura.
Vogliamo denaro per goderci una bella casa e del tempo libero di qualità? Lavoriamo fino a non avere più tempo e trasformiamo la casa in un dormitorio.
Vogliamo sfuggire alla morte? Cerchiamo di dare un senso alla vita, riempiendoci di stimoli, di viaggi, di esplorazioni, di input. Possibilmente postando tutto sui social, inseguendo gli orari giusti dell’algoritmo per ottenere qualche visualizzazione in più che sancisca la riuscita del nostro sforzo.

Il risultato è paradossale: l’ansia aumenta.

L’esaltazione dell’individuo nella società capitalistica ha esacerbato questo sentire: per Watts l’errore di fondo è la convinzione che esista un “io” separato che può dominare l’esperienza come un comandante su una nave. Propone, invece, una visione per cui l’ego non è nient’altro che una costruzione linguistica e culturale. Non è un’entità solida, ma un processo, una narrazione condivisa, una sorta di allucinazione collettiva: una convenzione utile, certo, ma scambiata per realtà ultima.

Qui il dialogo con il buddhismo è evidente. L’idea di anattā – il non-sé – attraversa tutto il testo. “Camminate sempre sul fermo suolo della non oggettività delle cose”, diceva Milarepa. Non una nichilistica negazione del mondo, ma riconoscimento della sua natura relazionale, dinamica, impermanente. Nulla è cosa in sé, tutto è unione, tutto è processo. Non c’è tragedia in questo, se non per chi pretende stabilità e controllo.

Nella lettura che offre Watts, diventa più tollerabile anche il vero incubo dell’io, la morte, che l’autore descrive come la paura dell’ego per la dissoluzione di se stesso: se non c’è un centro isolato da difendere, la morte cambia radicalmente significato, divenendo parte di un flusso di cui non si può fare altro che pratica.

È accettando di espirare che mi posso permettere un’altra inspirazione.

Se questo ragionamento vale per quello che comunemente chiamiamo individuo, si può estendere anche per le identità collettive: nazioni, confini, appartenenze assolute di matrice religiosa e ideologica. Così come, quando si irrigidisce, l’ego teme di dissolversi nella morte, allo stesso modo l’identità collettiva irrigidita teme di perdere purezza, controllo, centralità.
Il dubbio allora diventa politico: non per relativizzare la sofferenza o negare la realtà dei conflitti, ma per interrogare le narrazioni che li sostengono. Significa riconoscere che ciò che chiamiamo “noi” è sempre più fluido di quanto vorremmo.
Il dubbio non è più soltanto una crisi privata, ma una frattura pubblica. È la domanda che attraversa le piazze per Gaza e la Palestina, le mobilitazioni contro politiche migratorie disumane negli Stati Uniti, le proteste contro sistemi di controllo sempre più invasivi e lesivi dei diritti civili: “È davvero così che devono andare le cose?”.

Il punto non è sostituire una certezza con un’altra, una cultura del controllo con una cultura del sospetto, bensì riconoscere che la realtà non è un oggetto da possedere perché è inafferrabile in quanto impermanente e mutevole.

Watts non offre un programma politico, né propone ideologie alternative. C’è, nel testo, qualcosa di più sottile e, forse, più sovversivo, che ha radici antiche nelle filosofie orientali e nello yoga: la dissoluzione dell’illusione di separazione.
Quando comprendiamo che non siamo un io isolato in lotta contro il mondo, ma il mondo stesso che accade, anche la responsabilità cambia forma. Non possiamo più rifugiarci dietro l’idea che qualcuno dovrebbe fare qualcosa, perché riconosciamo che siamo già dentro quel qualcosa e siamo già quel qualcuno. Non è più l’eroismo dell’individuo contro il sistema, ma il riconoscimento che il sistema siamo noi, nelle nostre paure e nelle nostre aperture, nelle contrazioni e nelle dilatazioni.

Nel flusso dell’inspirazione e dell’espirazione si sciolgono le tensioni e si lascia l’energia libera di scorrere. Nella saggezza che il dubbio ci regala, l’angoscia forse non si scioglie, ma smette di essere padrona.

Buona lettura!
Marialuisa Ferraro

La saggezza del dubbio

Valutazione
Valutazione 4.5 su 5

Autore: Alan W. Watts
Editore: Ubaldini
Genere: Letteratura
Anno: 26 novembre 1981
Lingua: Italiano
Pagine: 124
ISBN: 978-8834006764

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