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La vera natura del lavoro

Primo Maggio: è veramente un giorno da festeggiare? [Parte 2]

Image by alex kotliarskyi on Unsplash.com


Nella conclusione della prima parte di questo articolo avevo preannunciato che avrei esposto la visione mia e di pensatori ben più illustri di me sulla “vera natura del labor”.

Per iniziare ad esporre la mia visione mi sono immaginato come potrebbe essere considerata questa nostra organizzazione del lavoro vista dall’esterno…


L’alieno

Poniamo ora il caso che un extraterrestre giunga sulla Terra ed abbia come compito quello di stilare un rapporto su come vivono gli esseri umani.

Fra le varie stranezze ed incongruenze che riscontrerebbe mi immagino che potrebbe scrivere anche qualcosa di simile:

“Il tempo degli umani è scandito da ferree regole perché hanno diviso il tempo in 7 segmenti temporali ognuno dei quali suddiviso a sua volta in 24 segmenti temporali più piccoli. Durante questi 5 segmenti temporali la maggior parte degli esseri umani è occupata nello stare all’interno di edifici di fronte a dei computer obsoleti, o in centri di vendita di prodotti vari. I più sfortunati poi effettuano sempre gli stessi movimenti in locali pieni di macchinari che producono rumori assordanti ed a volte anche olezzi insopportabili.

Anche i piccoli umani sono chiusi all’interno di edifici chiusi di fronte ad un umano grande che non si capisce bene cosa stia a fare li: se se a cercare di incoraggiarli ad esprimere le loro creatività o al contrario a cercare di appiattirle e renderle insulse… A prima vista sembra questa seconda opzione.

Poi ci sono alcuni pochi “fortunati” che anziché stare al chiuso si spostano da un punto ad un altro di quei luoghi cementificati, chi portandosi appresso cartelle piene di fogli di carta, chi pacchi, imballaggi e cose varie, ma anch’essi sono chiusi per la maggior parte del tempo all’interno di scatole metalliche con le ruote dove dal loro interno urlano parole incomprensibili agli occupanti delle altre scatolette, tutte ferme, non si sa per quale motivo, in mezzo a delle vie mal costruite con materiale nero.

Quando questi esseri riescono ad uscire dai loro edifici e dalle loro scatolette di metallo il sole è già calato e rientrano in altri edifici. Hanno giusto il tempo di mangiare qualcosa, mettersi davanti ad uno schermo unidirezionale o davanti agli stessi computer che hanno appena lasciato che li istruisce sui loro gusti, su cosa pensare e come agire e poi vanno a dormire per rialzarsi allo spuntare del sole e ricominciare tutto daccapo come prima e ripetere nuovamente le stesse azioni.

Poi negli ultimi 2 dei 5 segmenti temporali la maggior parte di questi edifici sono chiusi e la maggior parte di queste scatolette con le ruote non si spostano più all’interno degli agglomerati di cemento ma tutti insieme (e quindi molto lentamente) si spostano verso altri agglomerati di cemento situati questa volta vicino al mare o alle montagne. Poi terminati questi 2 segmenti diversi si torna a fare le stesse cose e gli stessi movimenti del segmento 1″.


La vera natura del labor

Raccontata in questo modo non sembra un bel vivere ma di fatto è esattamente come viviamo. Per me, (ma come vedremo altri pensatori ben più importanti di me la pensavano allo stesso modo) il labor corrisponde ad un carcere morbido, con libere uscite al sabato e alla domenica e nei periodi di Pasqua, Natale e durante l’estate.

Il famoso antropologo, psichiatra ed epistemologo Gregory Bateson condusse un’interessante ricerca sugli Iatmul, una popolazione della Nuova Guinea. Egli si concentrò sul rito Naven che si svolgeva in un determinato periodo dell’anno che sommariamente consisteva in uno scambio di ruoli sessuali manifestato “teatralmente” durante il rito. in tal modo, in quel periodo dell’anno, ed all’interno di un contesto rituale ben circoscritto, i rapporti di potere complementari venivano così invertiti (Bateson 1958).

Questo rito aveva così la funzione di attenuare lo stress legato alle posizioni subalterne nella gerarchia delle relazioni all’interno del clan. Anche il carnevale odierno, attraverso i travestimenti, gli scherzi, lo sfogo eccessivo e soprattutto l’annullamento delle distanze fra fra classi agiate e quelle indigenti, nacque con la stessa funzione di contenimento sociale delle tensioni insite nelle relazioni di potere di classe.

Ecco, gli umani della civiltà moderna ogni 5 giorni, uscendo momentaneamente (ed apparentemente) dal peso del labor e dal controllo dei vari capi di turno, compiono un rito connesso anche a livello religioso e si dedicano ai propri interessi…. Propri? (Papadopoulos 2014).


Alcune opinioni illustri

Il filosofo e frate domenicano Tommaso Campanella nel XVI secolo considerava il lavoro come maledizione e nel suo testo basilare, La città del sole, proponeva la riduzione del lavoro a quattro ore. Del resto, come sostiene Rutigliano, fin dall’antichità il mondo classico considerava i lavori più faticosi un destino riservato agli schiavi senza alcuna possibilità di poter “nobilitare l’uomo” (Rutigliano).

Ovviamente parlando del lavoro non si può non citare il filosofo che più di ogni altro ha influenzato la società moderna su tale questione, ovvero Karl Marx. Nel Capitale egli afferma che il regno della libertà inizia là dove finisce la necessità del lavoro indotto da finalità esterne per arrivare anche lui, dopo un lungo discorso, alla conclusione che questa libertà é raggiungibile con una riduzione della giornata lavorativa (K. Marx, Il Capitale, a cura di A. Macchioro e B. Maffi, Torino, UTET, 1974).

Ma l’affermazione di Nietzsche, che ora riporto, è quella che più di ogni altro mi rappresenta. Egli scrive infatti che ogni individuo consuma nel lavoro

“[…] la maggior parte della sua energia nervosa, che viene sottratta alla riflessione, al sogno, all’amore […] e soprattutto a ogni seria forma di progettualità. Nella pratica, lo Stato e la società procedono secondo il principio: “il lavoro è la miglior polizia” (Nietzsche in Rutigliano).

Di fronte a queste opinioni ardite la proposta di diversi anni fa ad opera di Rifondazione Comunista di ridurre a 35 le ore lavorative settimanali appare un po’ sbiadita… Più che altro è proprio sparita dall’agenda di tutti i successivi gruppi politici cosiddetti “progressisti”.


La mia risposta

Dopo questa disamina, e dati i tempi lavorativi sempre più lunghi soprattutto del settore privato, la mia risposta alla domanda posta all’inizio di questo articolo (e forse anche la vostra) è che sicuramente non ci si può rallegrare che la vita di un essere umano debba basarsi sulla fatica e la sofferenza, ovvero sul labor. Come ancora afferma Nietzsche,

Chi non ha due terzi della sua giornata tutti per sé è uno schiavo, non importa come si chiami: mercante, statista, impiegato o erudito. (Nietzsche in Rutigliano).

Tornando al primo articolo della Costituzione, se la vita di un essere umano si deve fondare sul lavoro, in maniera implicita si giustifica la sua ingiustificata lunghezza oraria quotidiana. Ingiustificata perché con la tecnologia attuale il tempo lavorativo umano potrebbe essere ridotto di almeno della metà; ingiustificata perché tutte le ore lavorative in eccesso sono utili solo all’aumento del guadagno del capitale. Naturalmente in molti lavori artigianali la realizzazione di un determinato artefatto necessita di un numero congruo di ore lavorative, così come i professionisti molto spesso non possono rifiutare delle richieste di lavoro per non perdere il giro dei clienti. Ma è anche vero che tutti I lavoratori a partita I.V.A. sono obbligati a lavorare il doppio del necessario perché lo Stato esige da loro almeno il 50% del loro guadagno… Sembra un vero e proprio “pizzo”.

Il lavoro, che dovrebbe essere unicamente un mezzo sostenibile e dignitoso sia per il sostentamento che per il raggiungimento di determinati obiettivi, si è trasformato (ma lo è sempre stato a parte una pausa allegra di 30 anni) un fine in se stesso. Poi la tecnologia, che avrebbe dovuto “salvare” gli esseri umani dal peso del lavoro, è stata utilizzata invece in due modalità opposte: da una parte ha cancellato del tutto la mano d’opera; dall’altra ha relegato I lavoratori di fronte a dei monitor con un surplus di labor primariamente di natura cognitiva.


Il lavoro immateriale

All’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, ai primordi dell’introduzione dei personal computer e dei primi cellulari, era sorto un movimento ideologico che in parte rappresentava il braccio intellettuale del movimento studentesco “la pantera”, che andava propagandando l’imminente liberazione dell’uomo dal lavoro grazie alle nuove tecnologie. In particolare sulla rivista “Derive e approdi” si era sviluppato un appassionato dibattito culturale ed intellettuale gravitante attorno al nuovo concetto di “lavoro immateriale”. Io entrai in contatto con questo movimento ma ne presi le distanze dopo un certo periodo di tempo perché la mia era una delle poche voci fuori dal coro che invece intravedevano in questa rivoluzione tecnologica non una semplice liberazione ma anche dei rischi sia per il mondo del lavoro stesso che per la natura delle relazioni sociali.

Infatti anche se dal punto di vista del lavoro le nuove tecnologie teoricamente avrebbero potuto alleggerire il fare umano, perché mai le elites capitaliste avrebbero dovuto diminuire l’orario lavorativo quando con le stesse ore potevano guadagnare il doppio o forse di più? E dal lato delle relazioni intravedevo invece un aumento dell’isolamento e della separazione sociale mediata proprio dalla tecnologia… basta osservare ora un gruppo di adolescenti che pranzano insieme per notare che invece di parlarsi l’uno con l’altro sono tutti isolati sul proprio mobile phone.


Conclusioni

Sempre più individui, anche del “laborioso” Nord Italia, si stanno accorgendo della schiavitù cui sono soggetti. Ricordo ancora quando ancor giovane parlando con i mei amici milanesi del mio desiderio di dedicare al lavoro il minimo indispensabile (a livello di tempo, non di impegno) venivo visto come un pazzo, un fuori di testa, uno scansafatiche, ecc. Chissà ora cosa direbbero…

Ė evidente come rispetto il tema del lavoro si manifestino atteggiamenti ambivalenti, infatti se da una parte si levano diverse insoddisfazioni legate a diversi fattori (lunghezza oraria, remunerazione, rapporti fra colleghi e con i dirigenti, ecc.) dall’altra, quando non lo si ha, lo si cerca disperatamente anche perché con questa struttura sociale senza labor si muore di fame o si vive nell’indigenza.

A livello dell’opinione comune la nulla facenza ed il guadagno facile è connotato negativamente ma di fatto, secondo le stime dell’Agenzia delle Dogane, solamente nel 2020 si sono spesi circa 100 miliardi di euro nelle scommesse ufficiali. Ad essi vanno poi affiancati gli investimenti sul mercato azionario e gli investimenti in criptovalute, che di fatto corrispondono anche loro ad un gioco d’azzardo ed un tentativo di guadagnare senza fare nulla, senza labor. Solo che questi ultimi investimenti, essendo considerati “alta finanza”, sono rispettati al massimo grado, ma in fondo sono pura speculazione e soprattutto guadagno senza labor. Quindi anche i più alti livelli finanziari anelano al guadagno senza lavoro, anche se poi condannano la plebe se desidera lo stesso.

Quindi, più o meno tutti, in maniera esplicita o implicita, condannano il lavoro, anche se molti, ipocritamente tessono le sue lodi.
A conclusione di questa disamina a parer mio sembra evidente che il primo articolo della Costituzione Italiana andrebbe riformulato e come ultima mia riflessione offro qui la mia versione rivista del primo articolo della Costituzione Italiana:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sulla Dignità di ogni essere umano. La sovranità appartiene ad esso e la esercita nelle forme e nei limiti della libertà verso gli altri esseri viventi.


Bibliografia

Bateson G. (1958), Naven, Einaudi, torino 1988.
Marx K., (1867), Il capitale, UTET, Milano 1974.
Papadopoulos I. La teoria generale dei pregiudizi di base, Armando Editore, Roma 2014.
Rutigliano E., “Lavoro: appunti per la metamorfosi di un concetto”, https://doi.org/10.4000/qds.615


Dott. Ivo Papadopoulos Autore presso La Mente Pensante Magazine
Dott. Ivo Papadopoulos
Psicologo Clinico | Sociologo | Funzionario Educativo
Bio | Articoli | Intervista Scrittori Pensanti | AIIP Novembre 2023
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