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Educazione a Roma: la lezione di Quintiliano

Famiglia, scuola e gioco per formare il buon cittadino

Image by Manuela Martinez on Unsplash.com


Nell’Antica Roma era fondamentale l’educazione dei giovani e, pur avvenendo nelle mura domestiche spesso, essa era finalizzata a preparare l’individuo alla collettività, alla res publica; pertanto, la formazione mirava più che a impartire nozioni, a creare la persona. Se il sistema educativo romano, a differenza della Grecia, dove le scuole pubbliche si diffusero prima, rimase a lungo privato, fu comunque incentrato su obiettivi molto simili a quelli che oggi vengono promossi.


La famiglia al centro dell’educazione

Nei primi anni di vita il bambino romano veniva educato soprattutto all’interno della propria casa. Un ruolo essenziale spettava alla madre, cui veniva affidato essendo una società patriarcale un ruolo sostanzialmente di “cura”, ma questo si allargava fino a farla diventare il principale punto di riferimento per la formazione morale e linguistica del bambino: la madre gli insegnava a comportarsi in modo corretto e gli forniva i primi valori di base. Successivamente diventava sempre più importante la figura del padre, che doveva trasmettere il mos maiorum, letteralmente “il costume degli antenati”, quindi i comportamenti considerati corretti dagli antenati, le tradizioni, i valori tipicamente romani. L’educazione doveva quindi sviluppare disciplina, rispetto delle leggi, senso del dovere e disponibilità a partecipare alla vita della comunità.

Nelle famiglie più ricche il bambino poteva inoltre essere affidato a precettori specifici. Poteva trattarsi di un litterator, generalmente uno schiavo, spesso di origine greca, che insegnava a leggere e a scrivere. C’era poi il paedagogus, che contribuiva alla formazione del carattere del bambino: lo sorvegliava e gli insegnava come comportarsi, oltre a impartire delle nozioni. I romani avevano già in embrione la concezione di “life long learning”, ovvero ritenevano che l’essere umano fosse in continua formazione. Attualmente non si può attribuire loro il concetto moderno di formazione continua, nato in un contesto sociale completamente diverso, ma certamente l’educazione non era limitata all’adolescenza. Con il tempo, la formazione dell’individuo, iniziata fin dai primi anni di vita proprio attraverso la famiglia, divenne sempre di più concepita come continua nelle fasi della vita: se prima ti forma l’educazione, poi è la stessa vita pubblica a formarti in quanto il tuo ruolo nel mondo è fondamentale come Cittadino.


Quintiliano e l’educazione del futuro oratore

Su questo argomento assume particolare importanza il pensiero di Quintiliano, autore dell’Institutio oratoria. La sua opera rappresenta uno dei più importanti testi dell’antichità dedicati all’educazione e alla formazione dell’oratore. Quintiliano è il primo docente “pubblico”, inteso come stipendiato dallo Stato. Nel I secolo d.C., l’Imperatore Vespasiano istituì a Roma una cattedra pubblica di retorica e assegnò a Quintiliano un salario statale di 100.000 sesterzi all’anno. Quintiliano fu quindi il primo professore di retorica a ricevere ufficialmente uno stipendio dall’erario imperiale. L’autore romano crede che l’educazione debba avvenire fin dalla nascita e che debba avere come obiettivo la formazione di una persona completa. Il futuro oratore non deve essere soltanto bravo a parlare, ma deve possedere anche qualità morali. Inoltre, Quintiliano crede nell’ambizione e nella fiducia nelle capacità del bambino come base per l’educazione, specie quella familiare.

“Igitur, nato filio, pater spem de illo primum quam optimam capiat” (Dunque, nato il figlio, il padre concepisca innanzitutto per lui la speranza migliore possibile)

Questa frase esprime un principio fondamentale del pensiero di Quintiliano: non bisogna considerare il bambino incapace o destinato necessariamente a ottenere risultati modesti. Al contrario, bisogna credere nelle sue possibilità e impegnarsi per svilupparle.

Quintiliano critica infatti coloro che sostengono che soltanto pochi bambini possiedano capacità sufficienti per studiare. Afferma: Falsa enim est querela, paucissimis hominibus vim percipiendi esse concessam (È infatti falsa la lamentela secondo cui a pochissimi uomini sarebbe stata concessa la capacità di apprendere).

Se oggi parliamo di diversità di stili cognitivi, Quintiliano aveva intuito che le capacità possono essere diverse, ma l’educazione e l’impegno possono fare una grande differenza.


L’importanza dei primi anni e del gioco

Per Quintiliano, proprio perché il bambino impara fin dai primi anni, bisogna prestare molta attenzione alle persone che lo circondano. Ruolo fondamentale assume la nutrice, poi i genitori e i pedagoghi. La nutrice, per esempio, deve parlare correttamente, perché le prime parole ascoltate dal bambino contribuiscono alla formazione della sua lingua. Quintiliano considera quindi fondamentale la correttezza linguistica già nell’ambiente domestico. Come accade per l’oratore, non basta saper parlare bene, ma anche avere saldi principi morali. Ecco perché secondo l’autore, poiché il bambino non è ancora in grado di distinguere completamente giusto e sbagliato, è importante l’exemplum (esempio) di chi lo circonda. Per evitare che lo sviluppo morale del bambino non sia del tutto coerente, si oppone inoltre a un’educazione basata sulla paura. L’adulto deve essere autorevole, ma anche paziente e comprensivo. Il maestro deve conoscere le caratteristiche dei propri alunni e cercare di valorizzarne le capacità.

Uno degli aspetti più interessanti e moderni della pedagogia di Quintiliano riguarda poi il gioco. Quest’ultimo consente di apprendere in maniera piacevole e va alternato allo studio più intenso e metodico, in quanto uno studio troppo rigido che non rispetti l’età dell’alunno rischia di non valorizzarne le capacità e di diminuire la sua curiosità e partecipazione. Lo studio, che già dalla sua etimologia significa non solo impegno, ma anche passione (dal latino “studium”), non deve essere concepito così come un mero obbligo, ma anche come interesse. Per questo, il maestro stesso deve essere un esempio di correttezza morale ma non di eccessiva severità.


Un modello ancora attuale

L’educazione romana aveva una dimensione sociale e politica. Formare un giovane significava prepararlo a diventare un membro attivo della comunità. Questo valeva soprattutto per il futuro oratore, destinato a utilizzare la parola nella vita pubblica. Per Quintiliano, però, un buon oratore non può essere semplicemente una persona capace di convincere gli altri. Deve essere anche un uomo moralmente corretto. Per questo la correttezza morale del docente assume per lui un elemento così essenziale. Conoscere la lingua, la letteratura, la storia e avere delle conoscenze conta, ma è importante soprattutto comportarsi come cittadini responsabili, distinguere il bene dal male, agire con coscienza.

Il pensiero di Quintiliano presenta quindi numerosi elementi che possono essere considerati ancora attuali. L’educazione romana, grazie all’importanza dell’ambiente familiare e della formazione del cittadino, attribuisce grande valore ai primi anni dell’infanzia, considera essenziale la qualità della scuola come destinata a formare l’intera persona, non soltanto la sua memoria o le sue conoscenze. Il suo ideale è quello di un individuo colto, capace di esprimersi bene, ma anche onesto e responsabile. La pedagogia di Quintiliano dimostra che insegnare non significa semplicemente riempire la mente di nozioni, ma aiutare una persona a sviluppare le proprie capacità, il proprio carattere e il proprio senso del dovere. In questo senso, la lezione di Quintiliano supera i confini dell’antica Roma e conserva ancora oggi una sorprendente attualità.


Prof.ssa Silvia Argento Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Prof.ssa Silvia Argento
Docente e scrittrice
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