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Ricominciamo a fare le torte di fango

Sporcarsi di terra è educativo

Image by Jenna Stensland on Unsplash.com


Oggi spesso i bambini sono lasciati da soli.

Soli davanti ad uno smartphone, ad un tablet, ad un personal computer.

I genitori hanno la responsabilità della sicurezza dei propri figli, ma a volte se ne dimenticano…

Certo, è comodo e veloce abbandonarli davanti ad un cartone animato di Peppa Pig sul tablet, mentre noi a nostra volta seguiamo magari gli ultimi gossip sui social (sigh!) o ci dedichiamo ad altro. Fermiamoci a ragionare sui rischi correlati ad un atteggiamento di questo tipo: alienarsi dalla realtà, essere adescati da malintenzionati sono i più comuni (e non nascondiamoci dietro l’alibi del “parental control” per favore…). Attenzione: non sono solo spauracchi studiati ad hoc da chi non accetta gli aspetti positivi che possono correlarsi all’uso di dispositivi elettronici, sono rischi reali.

Uno studio del 2023 dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza in collaborazione con l’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma ha osservato come “l’utilizzo precoce e prolungato di dispositivi elettronici, come lo smartphone, possa comportare gravi conseguenze”, quali:

  • Riduzione del movimento con conseguente aumento del rischio di obesità
  • Disturbi del sonno
  • Difficoltà di apprendimento
  • Effetti negativi sull’attenzione
  • Isolamento e riduzione del rapporto tra pari
  • Incremento dell’impulsività
  • Minor capacità di autocontrollo

Gli stessi rischi non scompaiono, ma si riducono sopra i dodici anni di età, momento in cui lo sviluppo cerebrale si sta completando. È questa la motivazione che ha portato negli anni a consigliare di non esporre prima di tale età i bambini all’uso di questi strumenti, ma purtroppo sempre più spesso già durante le scuole elementari (e ahimè anche prima…) molti bambini hanno sostituito i giochi fisici con le macchinine e le bambole con quelli elettronici.

Che tristezza…


Questioni di isolamento

Ricordo con precisione la prima volta in cui ho visto un tablet nelle mani di una bambina davvero molto piccola. Torno indietro con la memoria a oltre tredici anni fa. Ero in vacanza con mio marito in un bell’agriturismo nel cuneese, ci eravamo concessi un weekend lungo lontani dai ritmi frenetici della vita quotidiana. A cena avevamo scelto di restare nella struttura che ci ospitava; ad un certo punto è arrivato un gruppo di adulti, una decina circa, con al seguito una bimba che hanno sistemato sul seggiolone (avrà avuto non più di due-tre anni). Appena seduti a tavola le hanno messo davanti un tablet con qualche gioco installato…e si sono goduti la serata. La bambina è stata totalmente ignorata…e lei ha ignorato loro.


Era come se non esistesse

Appena la piccola ha dato segno di essersi stancata del giochino la madre l’ha tolta dal seggiolone, l’ha riposta nel passeggino (il tutto senza comunicare in alcun modo con lei) sul quale ha messo un telo col quale le copriva totalmente la vista dell’ambiente circostante. Immagino si sia addormentata rapidamente, perché non l’ho più sentita. Ancora oggi mi viene la pelle d’oca al sol pensiero. Come può crescere un bambino con questi presupposti? Che tipo di socialità potrà mai sviluppare?

Isolamento: cerchiamo questo termine nel vocabolario Oxford Language che lo descrive come: “esclusione da rapporti o contatti con l’ambiente circostante, per lo più motivata da ragioni di sicurezza o incompatibilità“.

Solitamente c’è quindi una causa, un motivo che spinge ad isolare o ad essere isolato (l’epidemia da Covid-19 ne è un esempio ancora vivido nella nostra memoria), ma quale sarebbe stata la causa nell’esempio che vi ho narrato? L’egoismo della famiglia? La sua incapacità di relazionarsi con la figlia? Non ho una risposta ovviamente, ma mi auguro fortemente che questa pericolosa deriva, iniziata già parecchi anni fa e oggi molto evidente, sia in qualche modo arginata…rischiamo che la comunicazione, il confronto siano completamente dimenticati.


Le torte di fango e le pietraie di formaggio

Da bambina facevo le torte di fango. Con le mani nere di terra prendevo un piccolo innaffiatoio e davo sfogo alla mia creatività. Ogni volta gli ingredienti del mio dolce cambiavano: a volte erano dei fiori, altri delle piccole pietre, altre ancora delle foglie dalle forme più disparate, che spesso usavo anche per decorare la prelibatezza. Quando rientravo in casa forse non avevo un centimetro di pelle pulita, ma vedere i miei genitori che stavano al gioco e fingevano di assaggiare la leccornia decantando ogni volta nuovi sapori…beh, era bello davvero. Una bella doccia ed ero pronta per la cena!

Una menzione particolare nei miei giochi di infanzia la meritano anche le pietraie di formaggio. D’estate spesso andavo in vacanza in montagna in campeggio con amici. Nelle vicinanze c’era un alpeggio che vendeva il formaggio e mia cugina ed io ci siamo inventate un simpatico gioco con le pietre utilizzate per tenere ferme le pareti esterne delle tende in cui dormivamo. Non erano pietre…per noi erano tanti diversi tipi di formaggio: a volte io ero la “bergera” che vendeva, altre la cliente che acquistava. Passavamo ore ad intrattenerci con giochi come questi, che ricordo ancora con un sorriso sulle labbra.

Alcuni di voi staranno pensando: va bene, ma i tempi cambiano, queste cose non si fanno più…ora ci sono le playstation, ci sono i cellulari…

Corretto. I tempi cambiano.

A mio parere, però, nel passaggio, salvo alcune eccezioni, ci siamo persi qualcosa di importante. Abbiamo smesso di comunicare, di parlarci, di giocare davvero insieme.

Non sto proponendo di fare un grande falò con tutti gli strumenti elettronici e tornare ai “bei vecchi tempi”. Non scherziamo, non è affatto ciò che intendo, ma…integrarli? Qualche torta di fango tra una partita “alla play” e l’altra si potrebbe fare…e credo che tutti ne trarremmo grandi benefici.

Qualcuno potrebbe obiettare: “abitiamo in un condominio in città, non è possibile!”…Vi rispondo “e allora sfruttiamo i giochi di società e invitiamo gli amici dei nostri bambini per una bella merenda insieme, con tanti giochi di gruppo annessi!”


Conoscere e riconoscere le fonti: il valore del confronto

Penso di aver già chiarito che con le mie affermazioni e riflessioni non voglio demonizzare né l’uso dello smartphone in senso stretto né il progresso che sta avanzando ad una velocità strabiliante.

È un dato di fatto.

Le tecnologie di oggi e di domani esistono, negarne l’esistenza significa solamente avere le classiche “fette di salame davanti agli occhi”.

Credo che il nuovo che avanza vada affrontato un po’ come il vicino di banco che inizialmente ci sta antipatico o il collega con cui fatichiamo a relazionarci: occorre imparare a conoscersi.

Come fare?

Studiando, leggendo, confrontando, confutando quante più informazioni possibili, le più discordanti tra loro che riusciamo a trovare sull’argomento.

Ho sempre pensato che leggere una sola fonte ci renda poco obiettivi: meglio confrontare i punti di vista, sforzarci di leggere anche le visioni che a primo impatto proprio non sentiamo come nostre…perché solo da una pluralità di fonti si può sperare di avvicinarsi a qualcosa se non di vero almeno di verosimile.


Valore aggiunto nei prodotti multimediali: gli usi didattici

Ben venticinque anni fa mi sono laureata in Scienze dell’Educazione: la mia tesi intendeva mettere in luce il rapporto tra gioco e apprendimento, andando a ricercare ed analizzare gli aspetti ludici nei prodotti multimediali per la didattica.

Che vi posso dire…mi sono divertita un sacco! Ho “dovuto” giocare molto, con video interattivi davvero interessanti, gli stessi che hanno poi posto le basi di quella che oggi conosciamo come la “Gamification” (il linguaggio LOGO fu creato dall’informatico Seymour Papert a fine anni ’60 e ancora oggi è utilizzato per spiegare in modo semplice – e giocando! – alcuni concetti della programmazione – per approfondimenti potete leggere https://www.weturtle.org/dettaglio-articolo/22/logo-il-linguaggio-della-tartaruga.html ).

Essendo noi, chi più chi meno, attratti dal gioco, quale metodo migliore delle infinite metafore legate al gioco per agevolare l’apprendimento? 25 anni fa non esistevano ancora i telefoni cellulari, o comunque non come li conosciamo oggi (pensate che la prima telefonata “mobile” risale al 1973 e fu l’ex presidente della Motorola Martin Cooper ad effettuarla). Le playstation stavano iniziando a far capolino…insomma, erano ancora lontani i tempi in cui questi strumenti avrebbero letteralmente spopolato…e forse non si immaginava che sarebbe successo così profondamente e in fretta!

Ma ormai siamo in ballo…quindi impariamo a ballare!


Graduale convivenza

Hai preso un cinque in matematica? Bene! Via il cellulare per una settimana!”.

Quante volte abbiamo detto affermazioni come questa?

Non nego di essere caduta anche io nel tranello…ma col tempo sto capendo che la proibizione non fa che acuire il desiderio…Privare totalmente gli adolescenti di questo strumento oggi equivale ad aumentare quell’isolamento di cui ho parlato all’inizio di questo articolo…è il gatto che si morde la coda, non pensate?

Stabiliamo con i nostri figli regole chiare e condivise: identificare anche solo periodi limitati in cui il cellulare diventi no-limits, proporre alternative di svago, responsabilizzarli… Lo smartphone non è un nemico: è uno strumento che se usato in eccesso può creare gravi danni, ma usato con moderazione può diventare un prezioso alleato.

Un aspetto su cui personalmente siamo stati intransigenti come genitori è stato rimandare ai dodici anni l’acquisto del primo cellulare, come anche il divieto di utilizzarli mentre si è seduti a tavola.

Iniziamo da piccoli passi… il resto pian piano verrà da sé.

Vi lascio con questa citazione che ci scalda un po’ il cuore:

Il mio paese sono quattro baracche e un gran fango, ma lo attraversa lo stradone principale dove giocavo da bambino. – Cesare Pavese


Simona Battistella Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Simona Battistella
HR Manager | Trainer
Bio | Articoli | AIIP Dicembre 2023
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