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Rinascere è il vero atto di libertà

Nella pancia della vita

Image by Giuseppe Patriarchi on Pexels.com


Al tramonto le ultime luci rincorrono le ombre tra queste colonne di sabbia gialla che guardando il deserto sfidano il tempo, il cimitero dei brahamini di Jaisalmer. – Ninad

Sono nel mezzo del deserto seduto su un terrazzo nella città di Jaisalmer, la citta’ d’oro, l’ultima città indiana in Rajastan al confine col Pakistan. Un gruppo di donne e bambini, si affollano davanti all’ ingresso dell’ospedale, immersi nella polvere, colori infiniti che si muovono ritmicamente senza un vero obbiettivo inseguendo camici, un tempo forse bianchi, mentre voci indistinte raccontano in una melodia incomprensibile la sofferenza portata.

Da tutto questo prendo lo spunto per questo articolo. Essere placenta.

Il bisogno esistenziale che c’è in ogni forma vivente, sicuramente mammifera, assolutamente certa nell’essere umano, di sentirsi curati, accuditi, sostenuti, sentirsi parte, riconosciuti in qualcosa che dia una sensazione di appartenenza. Questo bisogno, che io chiamo emozione primaria, è insito nei nostri geni, si manifesta nella madre, si innesca nel  bambino permettendo loro di regolare insieme il proprio ritmo, di sincronizzarsi, di creare un battito comune. La natura ha fornito ad entrambi tutta una serie di accorgimenti perché questo processo possa accadere, comprese trasformazioni chimiche ed ormonali. Sin dal concepimento e poi sicuramente nei mesi dopo la nascita, l’intelligenza si manifesterà attraverso il corpo, regolando i bisogni primari, le emozioni, i desideri. Come la madre si percepirà in questa veste, la sua storia, la storia  del padre, il nido costruito, le  persone intorno, tutto contribuirà a costruire quella placenta fisica e psicologica,  dove il piccolo o la piccola cominceranno a. sentirsi nella vita al sicuro, al caldo, visti, oppure trascurati, ignorati, lasciati in disparte. Si costruiranno profonde memorie, sensazioni di tranquillità ed armonia e sicurezza, come anche di disagio, vuoto  ed insicurezza  che accompagneranno nell’affrontare la vita. Questo flusso di informazioni che passa attraverso il  corpo gettano le basi, le fondamenta, per la costruzione del proprio io saranno determinati per la formazione del mondo psicologico dell’individuo.

Ginevra è un medico internista di una città’ del nord Italia, ha sempre voluto diventare madre, ma non adesso, non ora che é stata finalmente scelta per un progetto internazionale. Era il suo sogno, ma questa gravidanza l’avrebbe inchiodata per sempre. Così era entrata nel mio studio. Ci sono voluti alcuni incontri per comprendere che Ginevra stava ricalcando il copione delle donne della sua famiglia, cominciato tempo prima quando la nonna, a soli 17 anni in tempo di guerra, si era innamorata di un soldato, che non sarebbe più tornato, lasciandola ragazza madre nel 1942. Ginevra era cresciuta con un madre, nata da quell’incontro, che le aveva inculcato da sempre che prima di tutto veniva lei, la sua libertà, la carriera, la sua autonomia. Non c’era spazio tra di loro per troppe effusioni, troppo rischioso, doloroso, credere al cuore creava solo grandi tragedie. Questo era il vissuto delle sue donne, cuore e libertà non camminavano insieme.

Oltre ciò che conosco abita l’orizzonte e lì mi incammino. – Ninad

La placenta è il luogo necessario, non importa come si crea, la scopriamo dentro la famiglia e la sua storia, amplificata attraverso il luogo in cui nasciamo, con tutte le sue peculiari caratteristiche,  diverse e specifiche nei suoi condizionamenti e possibilità. La ricerchiamo attraverso gli amici, il posto di lavoro, le relazioni che costruiamo, figli, la casa comprata, la squadra del cuore, la macchina oppure uno sport.

Sono sempre rimasto incuriosito di come le persone che viaggiano anche in posti lontani, cerchino sempre dei punti di riferimento a cui tornare, un albergo, un luogo, un ristorante, una caffetteria, un parco, per ritrovare senza veramente saperlo familiarità .

Nascere non basta bisogna avere il coraggio di rinascere.

Quante volte ho sentito questa frase, non capendola, finché dopo anni ho compreso il suo significato.

Nascere è un atto che accade, la natura fa il suo corso, e nel nascere entriamo dentro un utero,fisico, psicologico offerto dai genitori con la loro storia, famiglia, in quello della società, del tempo storico  in cui stiamo camminando. E lì impariamo a costruire con tutte le nostre risorse un io in risposta a ciò che viene offerto, a discernere rispetto a quel peculiare contesto ciò che è giusto o sbagliato, corretto scorretto, appropriato o no, morale o immorale, i valori ed i significati per diventare un altro rappresentate di questa realtà. Ci viene data, e ci costruiamo la nostra peculiare cassetta degli  attrezzi per affrontare la vita. Sembra tutto perfetto fino a quando mi confronto con quell’ esperienza dove la cassetta degli attrezzi non mi basta più, e questo mi porta  a fare una domanda: chi sono io oltre ciò che conosco?

Quando ci facciamo questa domanda? Quando la vita ci propone, ci impone un cambiamento, un salto, un evoluzione a cui apparentemente non sembravamo preparati.

La crisi.

Anitya, impermanenza, cio’ che non cambia mai è il cambiamento stesso. – Buddha

La crisi, maledetta, temuta, esorcizzata, travolge chiunque, colpendo proprio lì dove ognuno di noi ha i suoi punti deboli. Per qualcuno sarà la relazione, una malattia, per altri un lutto, altri ancora il lavoro, prenderà sfaccettature diverse ma ognuno verrà toccato lì dove il dente duole, dove la nostra cassetta degli attrezzi manca di uno o più strumenti . E deve essere proprio lì, perché questo ci costringerà a  scoprire chi siamo oltre quello che abbiamo imparato. Molti di fronte alla crisi si chiudono, dando la colpa a questo o a quello, all’altra persona, alla sfortuna, alla società diventando ancora più sordi al richiamo della vita. Sono le persone  più tristi che incontro, perché hanno rinunciato a rischiare di scoprire cosa c’è dietro la curva conosciuta. Spesso queste persone si presentano come vittime, logorroiche nel raccontare sempre la stessa storia, e quando provi a spostare l’attenzione su un’ altra possibilità si incattiviscono. Sono quelli che hanno deciso di rimanere fedeli alla storia familiare da cui arrivano, senza provare a vedere cosa ci può essere oltre l’orizzonte conosciuto. Lì comprendo, comprendo le loro paure, non le giustifico, c’è sempre un momento in cui abbiamo la possibilità di scegliere un’ altra strada.

Altri si prendono il rischio di vivere, attraversare, sentire emozioni come il dolore, la rabbia, la tristezza, scoprendo un altro modo per incontrarsi e viversi, trovando chiavi di comprensione nuove per abitarsi dentro di sé.

Anna non ha mai detto di no alla sua famiglia, è sempre stata attenta a rispondere alle richieste del padre sostenendo al suo posto, soprattutto quando non c’era, tutte le incombenze pratiche. Mi racconta che ricorda che già a 10 anni andava alla posta a pagare le bollette, quando il padre era in trasferta, la mamma aveva altri due fratelli più piccoli di lei da guardare. Un padre che chiedeva, si appoggiava ma non abbracciava, non scambiava affetto. Anche mentre stava morendo, lei è rimasta lì in disparte non è riuscita a salutarlo, aspettando un suo cenno, un invito che non è mai arrivato. L’unico modo che Anna aveva trovato per far vedere alla famiglia che era solo una bambina era quello di avere delle crisi improvvise, senza un reale motivo apparente, di pianto e rabbia  dove la mamma arrivava a consolarla.  Anna è’ entrata nel mio studio perché stufa di mostrare tutta la sua parte emotiva, all’interno della relazione col suo compagno, solo attraverso o silenzi o  litigate furiose, sempre senza un apparente e reale motivo. Abbiamo attraversato uno spazio, un tempo in terapia con Anna, necessario per ricontattare in modo altro, quella parti emotive di lei, sofferenti perché rimaste silenti, imparando a trovare un modo diverso per condividere, mostrare quei bisogni e desideri rimasti incastrati tra le pieghe della sua storia familiare. Quel silenzio adesso ha scoperto il coraggio per esprimere le parole dell’anima.


Stefano Cotugno Autore presso La Mente Pensante Magazine
Dott. Stefano Cotugno
Psicoterapeuta Sistemico Relazionale
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