
Relazioni che curano e relazioni che feriscono
Impariamo a distinguerle
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Ci sono incontri che lasciano segni di luce. E altri che, silenziosamente, ci spezzano dentro. In un mondo che ci educa a “stare in relazione” ma raramente ci insegna come riconoscere la qualità di un legame, diventa fondamentale fermarsi a riflettere su cosa ci cura e cosa ci ferisce.
Ogni essere umano è plasmato dalle relazioni. Fin dalla nascita, il nostro cervello si sviluppa in risposta all’ambiente affettivo. Le relazioni non sono un accessorio della psiche: sono il suo nutrimento, la sua scuola, il suo specchio.
Ma non tutte le relazioni ci fanno bene. Alcune ci insegnano a fiorire, altre ci spingono a rinchiuderci, a dubitare di noi stessi, a ripetere copioni dolorosi. Imparare a distinguere ciò che cura da ciò che ferisce è un atto di consapevolezza e maturità interiore.
Le relazioni umane si giocano tra due polarità fondamentali: il bisogno di legame e quello di autonomia. L’attaccamento – la tendenza biologica a cercare la vicinanza di figure protettive – ci accompagna fin dall’infanzia. Allo stesso tempo, sentiamo un richiamo profondo all’individuazione, alla libertà di esprimerci come esseri unici e differenziati.
Quando il bisogno di legame diventa dipendenza e l’autonomia si trasforma in chiusura, le relazioni smettono di nutrire. Non siamo più in contatto col nostro centro, ma agiamo da una subpersonalità ferita: il Bambino che ha bisogno d’approvazione, il Perfezionista che teme di non valere, il Salvatore che si annulla per essere amato.
A quel punto, la relazione diventa un palco dove si recita un copione antico. Non un luogo di cura, ma un labirinto che ci tiene prigionieri.
Le relazioni che feriscono: segni sottili, effetti profondi
Non sempre una relazione che fa male si presenta come tale. Può essere sottile, ambivalente, fatta di attenzioni alternate a ritiri improvvisi, di affetto mescolato al senso di colpa. Si tratta di legami in cui ci si sente visti solo a tratti, amati a condizione di nascondere parti di sé.
In questi rapporti si può finire col sentirsi perennemente in difetto, quasi mai a proprio agio. Si comincia a trattenere ciò che si pensa per paura della reazione dell’altro. A volte si esce da un incontro con la sensazione di essere svuotati, come se l’energia venisse risucchiata. Oppure ci si sente confusi, disorientati, incapaci di capire cosa si prova davvero.
In altre situazioni, si sviluppa una tensione continua: un’ansia di confermare il proprio valore, di tenere vivo il legame a qualsiasi costo. La relazione diventa un campo minato dove ogni passo va calcolato.
Non sempre chi ferisce lo fa con intenzione. Spesso, entrambe le persone coinvolte agiscono spinte dalle proprie ferite, reiterando dinamiche apprese in contesti familiari disfunzionali. Judith Herman descrive bene questa situazione parlando di “lealtà verso chi ci fa soffrire” (Herman, 2015): si rimane intrappolati in legami che ricalcano la ferita originaria, nella speranza inconscia di poterla finalmente riparare.
Le relazioni che curano: presenza e sicurezza
Al contrario, ci sono relazioni che curano semplicemente perché non ci costringono a essere diversi da come siamo. Non sono relazioni perfette, ma sane. Non ci proteggono dalla sofferenza, ma ci accompagnano ad attraversarla con uno sguardo gentile e stabile.
Ci si sente al sicuro con l’altro. Si può mostrare fragilità, raccontare paure, esprimere un limite senza temere di essere rifiutati. La comunicazione è autentica, non condizionata da aspettative implicite o maschere da mantenere. Le emozioni, anche quando intense, non travolgono: diventano condivisibili, contenibili.
Una relazione che cura permette di rimanere centrati anche in presenza dell’altro. C’è uno spazio reciproco in cui ciascuno può respirare, senza la sensazione di doversi difendere o adeguare. Si cresce insieme, non ci si frena a vicenda.
Dan Siegel ha evidenziato come la sintonizzazione empatica sia una forza trasformativa per il cervello e per il cuore (Siegel, 2020). La relazione – intesa come incontro autentico e ripetuto – diventa esperienza neurobiologica di riparazione.
Le relazioni significative non sono solo fonte di conforto, ma anche strumenti di trasformazione. Aiutano a scoprire parti nuove di sé, a mettersi in gioco, a rompere antichi automatismi. Sono come specchi delicati che ci riflettono con rispetto, restituendoci la possibilità di crescere senza rinnegare ciò che siamo stati.
Carol Gilligan ha mostrato come l’identità, in particolare femminile, si costruisca spesso nella relazione, mentre quella maschile tende a valorizzare l’individuazione (Gilligan, 1982). In realtà, tutti abbiamo bisogno di entrambe le dimensioni: connessione e differenziazione.
Le relazioni più evolutive sono quelle in cui possiamo trasformarci, pur rimanendo riconoscibili a noi stessi. In psicoterapia, è proprio questa qualità relazionale a favorire la guarigione. Irvin Yalom lo ricorda con chiarezza: “È la relazione a guarire, non la tecnica” (Yalom, 2017).
Perché restiamo in relazioni che ci feriscono?
Non è raro sapere, nel profondo, che una relazione non ci fa bene, e tuttavia rimanerci dentro. Questo accade per diversi motivi, che spesso si intrecciano.
Talvolta, ciò che ci fa soffrire ci appare familiare. Il dolore, se vissuto fin da piccoli, può diventare una zona di “sicurezza emotiva”. In altre occasioni, si resta nella speranza che l’altro cambi, che finalmente ci dia ciò che non ci ha mai dato. È il sogno di una riparazione che non arriva mai.
C’è poi la paura della solitudine, del vuoto che potrebbe spalancarsi una volta usciti da quel legame. E infine, c’è un’identificazione profonda con la ferita: la convinzione, spesso implicita, di non meritare di meglio.
Pia Mellody ha parlato in questo senso di “amore tossico”, ovvero di legami in cui i confini personali sono così fragili da confondere l’abuso con l’intensità emotiva (Mellody et al., 2003). L’altro diventa indispensabile, e il legame, pur doloroso, pare impossibile da sciogliere.
Come fare allora a distinguere tra una relazione che cura e una che ferisce? Un criterio tanto semplice quanto rivelatore è porsi questa domanda: “Come mi sento, davvero, dopo aver trascorso del tempo con questa persona?”
Se ci si sente più confusi, svuotati, ansiosi, inadeguati, forse qualcosa non sta funzionando. Se al contrario ci si sente più lucidi, centrati, presenti a sé stessi, è probabile che ci si trovi in una relazione nutriente.
Non si tratta di classificare le relazioni in “buone” e “cattive”, ma di diventare consapevoli di come risuonano in noi. Non sempre si può cambiare subito una dinamica, ma si può cominciare a vederla. E questo è già un atto di guarigione.
Curare sé stessi per riconoscere ciò che cura
C’è un aspetto ancora più profondo da considerare: possiamo riconoscere ciò che ci cura solo se abbiamo cominciato a prenderci cura di noi stessi. Se non abbiamo mai sperimentato un amore sano, potremmo non saperlo riconoscere. Potremmo confondere la passione con la possessività, l’attenzione con il controllo, l’intimità con la fusione.
È per questo che il lavoro su di sé è imprescindibile. Più impariamo ad ascoltare i nostri bisogni, a rispettare i nostri limiti, a dire di sì e di no con chiarezza, più sapremo scegliere relazioni che ci rispettano.
Scegliere relazioni sane non significa cercare la perfezione, ma imparare a fidarsi di ciò che si sente. Riconoscere ciò che nutre. E proteggere ciò che è vivo in noi.
Viviamo in un tempo che ci dà strumenti tecnologici, ma ci lascia spesso analfabeti dal punto di vista emotivo e relazionale. Serve una nuova educazione, che ci insegni a leggere i segnali del corpo nelle relazioni, a chiedere senza vergogna, ad accettare la distanza senza viverla come abbandono.
Dobbiamo reimparare il linguaggio della presenza. Imparare a distinguere tra il bisogno che afferra e l’amore che accompagna. Tra chi ci chiede di spegnerci e chi ci aiuta ad accenderci.
In fondo, è tutto lì: nell’energia che sentiamo fiorire o spegnersi quando siamo in relazione con qualcuno.
Distinguere tra ciò che cura e ciò che ferisce non è un esercizio mentale. È un gesto di amore. Verso di sé, innanzitutto. E poi verso l’altro, che non viene più visto come un mezzo per riempire i nostri vuoti, ma come un compagno di cammino.
Scegliere relazioni nutrienti è possibile. Significa riconoscere il proprio valore, coltivare la propria integrità e offrire all’altro non il proprio sacrificio, ma la propria presenza.
In quel tipo di incontro – profondo, rispettoso, autentico – accade qualcosa di straordinario: le ferite smettono di governare il presente e diventano parte di una storia più ampia. Una storia di trasformazione, di consapevolezza, di vita.

Dott.ssa Lorena Ruberi
Psicologa e Counsellor Umanistica
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