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Quando gli altri diventano il nostro metro di misura

Risultati, giudizi, aspettative e approvazione uno specchio attraverso cui un atleta impara a guardarsi

Image by Avi Shah on Unsplash.com – 


Nello sport essere valutati è inevitabile. C’è un allenatore che decide chi gioca, un risultato che stabilisce chi ha vinto, una classifica che ordina le prestazioni, un pubblico che applaude o critica, compagni e avversari con cui ci confrontiamo continuamente. Finché tutto questo rimane un’informazione sulla prestazione, fa parte del gioco. La difficoltà nasce quando ciò che accade all’esterno comincia a determinare anche il modo in cui ci sentiamo rispetto a noi stessi.

Può succedere quasi senza accorgersene. Se gioco, mi sento importante; se rimango in panchina, inizio a dubitare di me. Se ricevo un complimento, la fiducia cresce; se arriva una critica, sembra crollare. Se vinco, penso di essere forte; se perdo, mi chiedo se lo sono mai stato davvero.

A quel punto non stiamo più soltanto reagendo agli eventi. Stiamo chiedendo agli eventi di dirci chi siamo.


Il bisogno di approvazione non è una debolezza

Essere riconosciuti dagli altri è un bisogno umano. Fin da piccoli costruiamo una parte dell’immagine che abbiamo di noi anche attraverso lo sguardo delle persone significative: genitori, insegnanti, allenatori, amici. Nello sport questo meccanismo può diventare ancora più evidente perché la valutazione è continua e spesso molto visibile.

Il problema non è quindi desiderare un complimento, essere felici per una convocazione o rimanere delusi quando qualcuno non riconosce il nostro impegno. Sarebbe poco realistico pensare di diventare completamente impermeabili al giudizio esterno.

La questione è quanto potere gli concediamo.

Se il riconoscimento degli altri contribuisce alla nostra soddisfazione, può essere positivo. Se diventa invece la condizione necessaria per sentirci adeguati, il nostro equilibrio comincia a dipendere da qualcosa che non possiamo governare completamente.


Un’autostima legata alle condizioni

In psicologia si parla anche di autostima contingente quando la percezione del proprio valore tende a dipendere fortemente dal raggiungimento di determinate condizioni. Posso sentirmi valido se vinco, se ottengo l’approvazione dell’allenatore, se vengo convocato o se riesco a raggiungere uno standard che considero necessario.

Il rischio è evidente: quelle condizioni possono cambiare.

Un atleta può essere titolare per mesi e ritrovarsi improvvisamente in panchina. Può attraversare un periodo di risultati negativi, subire un infortunio o incontrare un avversario migliore. Può cambiare allenatore e ricevere valutazioni completamente differenti senza essere diventato, nel frattempo, una persona diversa.

Quando il proprio valore è costruito prevalentemente su queste conferme, ogni cambiamento esterno può essere percepito come una minaccia interna.

Non è più soltanto “oggi non gioco”. Può diventare “non sono abbastanza importante”.

Non è più “l’allenatore ha scelto un’altra persona”. Può trasformarsi in “forse non valgo quanto pensavo”.


Il paradosso della ricerca di conferme

Più abbiamo bisogno di una conferma esterna per sentirci sicuri, più rischiamo di diventare sensibili a ogni segnale che potrebbe metterla in discussione.

Un’espressione dell’allenatore, una sostituzione, un commento ricevuto dopo la partita o persino un mancato complimento possono assumere un significato enorme. Si inizia a interpretare continuamente ciò che accade, cercando indizi che confermino o smentiscano il proprio valore.

Questo meccanismo può interferire anche con la prestazione. Se una parte dell’attenzione è impegnata a capire come sto venendo giudicato, ne rimane meno per il compito che devo svolgere.

L’atleta può iniziare a giocare per evitare di sbagliare, invece che per esprimere ciò che sa fare. Può diventare più prudente, più rigido oppure eccessivamente concentrato sul risultato finale. In altre parole, proprio il bisogno di sentirsi sicuri attraverso l’approvazione degli altri può rendere più difficile sentirsi davvero liberi nella prestazione.


Quando il confronto diventa identità

Anche il confronto con gli altri ha un ruolo importante. Nello sport è naturale osservare chi gioca nel nostro ruolo, chi ottiene risultati migliori o chi riceve maggiore attenzione. Il confronto può persino essere utile quando diventa uno stimolo per comprendere dove possiamo crescere.

Diventa più problematico quando smette di riguardare ciò che facciamo e comincia a riguardare ciò che siamo.

“Lei sta giocando meglio di me” è un’osservazione sulla prestazione. “Lei vale più di me” è già qualcosa di diverso.

Il primo pensiero può aprire una domanda: cosa posso imparare? Il secondo rischia di trasformare il confronto in una graduatoria personale nella quale il valore di qualcuno aumenta soltanto se quello di qualcun altro diminuisce.

In un contesto come quello attuale, inoltre, il confronto non termina più necessariamente quando finisce l’allenamento. Social network, statistiche, fotografie e racconti delle prestazioni degli altri possono continuare a entrare nella giornata dell’atleta, mostrando quasi sempre il risultato e molto meno il percorso che lo ha preceduto.


Costruire un riferimento anche interno

L’alternativa non consiste nell’ignorare ciò che accade fuori da noi. Un atleta deve ascoltare l’allenatore, confrontarsi con i risultati e accettare che le sue prestazioni vengano valutate. L’obiettivo è evitare che questi elementi diventino l’unica fonte dalla quale ricavare una valutazione di sé.

Significa sviluppare progressivamente anche un criterio interno.

Posso chiedermi se sto rispettando gli impegni presi, se il mio atteggiamento è coerente con l’atleta che voglio essere, se sto lavorando sulle mie difficoltà, se sto imparando qualcosa da ciò che mi accade. Sono domande diverse da “Gli altri sono soddisfatti di me?” perché non eliminano il giudizio esterno, ma gli impediscono di occupare tutto lo spazio.

Può essere utile, ad esempio, fermarsi dopo una gara e distinguere tre livelli: ciò che è successo, ciò che gli altri hanno pensato e ciò che io penso di me. Spesso vengono confusi, ma non sono la stessa cosa.

Una mancata convocazione è un fatto. L’opinione dell’allenatore è una valutazione. La conclusione “non valgo abbastanza” è invece un significato che siamo noi ad aggiungere.

Riconoscere questa differenza non cancella la delusione, ma permette di non trasformarla automaticamente in un giudizio sulla propria persona.


Avere un centro che non cambia a ogni risultato

Probabilmente nessun atleta riuscirà mai a essere completamente indipendente da ciò che avviene intorno a lui, e forse non sarebbe nemmeno desiderabile. Lo sport è relazione, confronto, feedback, appartenenza e competizione.

La maturità psicologica non consiste nel non avere bisogno degli altri, ma nel non consegnare interamente agli altri la definizione di sé.

Un risultato può rendermi felice. Una critica può farmi riflettere. Una panchina può ferirmi. Una mancata convocazione può farmi arrabbiare. Tutto questo è umano.

Ma nessuno di questi eventi, preso singolarmente, dovrebbe avere il potere di stabilire quanto valgo.

Forse la domanda più importante non è allora “Che cosa pensano di me?”, ma “Quanto di ciò che penso di me dipende continuamente da quello che succede fuori?”

Perché quando la risposta diventa “quasi tutto”, il problema non riguarda più soltanto la prestazione sportiva. Riguarda il posto dal quale abbiamo imparato a guardare noi stessi.


Dott.ssa Veronica Trapletti Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Veronica Trapletti
Mental Coach Sportivo
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