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Adolescence: la serie che dà voce al disagio giovanile

Relazioni e solitudini nell’età del cambiamento

Image by Jimmy Kovacic on Unsplash.com


Negli ultimi anni l’adolescenza si sta configurando come una fase di vita particolarmente delicata, caratterizzata da una crescente complessità emotiva e relazionale. I ragazzi si trovano spesso a dover gestire un intreccio di emozioni intense, pressioni sociali, aspettative familiari e il confronto quotidiano con modelli esterni che possono risultare difficili da integrare nella propria identità in costruzione.

In questo contesto Adolescence, la serie britannica di Netflix, sta facendo discutere proprio perché riesce a portare alla luce, con cruda autenticità, i problemi profondi che tanti adolescenti vivono ogni giorno:  il disagio interiore, le difficoltà relazionali, il senso di solitudine e quel vuoto spesso incolmabile lasciato dagli adulti di riferimento, a volte troppo assenti o inconsapevoli.

La forza di questa serie risiede proprio nel suo coraggio: affronta tematiche scomode, dolorose e reali, senza edulcorarle, mettendo lo spettatore di fronte a realtà spesso ignorate o sottovalutate. Adolescence ha il grande merito di aver portato allo scoperto un problema che, prima o poi, doveva emergere con tutta la sua forza: il grido silenzioso di una generazione in difficoltà, che chiede ascolto, comprensione e presenza.

È un invito rivolto a genitori, educatori e adulti in generale a riconoscere l’importanza di uno sguardo attento e partecipe verso il mondo emotivo dei più giovani, assumendosi la responsabilità affettiva di essere presenti in modo autentico e consapevole nel loro percorso di crescita.

La questione centrale che emerge dalla serie non è semplicemente l’impatto di Internet, dei social media o del cyberbullismo, ma il fatto che, per tutta la narrazione, non vi sia un adulto significativo accanto ai protagonisti. Questo dettaglio, apparentemente marginale, è invece fondamentale: mostra il mondo interiore dei ragazzi come un territorio lasciato a loro stessi, dove le emozioni restano inespresse, incomprese e, spesso, pericolosamente represse.

L’assenza di figure adulte nella vita dei giovani non è soltanto una questione educativa ma un problema emotivo e psicologico. Il vuoto lasciato dagli adulti non riguarda solo la loro presenza fisica, ma soprattutto la loro disponibilità emotiva. Ciò che emerge sempre più chiaramente è che i ragazzi non hanno punti di riferimento solidi a cui affidare le proprie incertezze, le loro paure e i loro sogni.

Quando un giovane si sente invisibile agli occhi degli adulti sviluppa un senso di solitudine che può trasformarsi in una sofferenza silenziosa. La mancata connessione emotiva con le figure di riferimento, porta i ragazzi a cercare risposte altrove.

Il loro bisogno di essere visti, ascoltati e compresi è vitale e quando manca una presenza adulta capace di accogliere e dare significato alle loro emozioni, i giovani finiscono per affidarsi ai loro coetanei, ai social o forum online, rischiando di imbattersi in modalità relazionali distorte o potenzialmente pericolose.


Il fenomeno degli Incel e il bisogno di appartenenza

Altro aspetto citato nella serie e da tenere in grande considerazione è il fenomeno degli incel

(involuntary celibate – celibi involontari), uno dei fenomeni più allarmanti emersi negli ultimi anni e che coinvolge prevalentemente adolescenti e giovani adulti che, incapaci di costruire relazioni affettive e sessuali, covano rancore nei confronti delle donne, sviluppando una visione misogina e spesso violenta del mondo. Internet diventa il loro rifugio e il loro campo di battaglia, un luogo dove alimentano frustrazione, odio e isolamento.

Non si tratta soltanto di una questione comportamentale o ideologica: ciò che spesso si nasconde dietro atteggiamenti di chiusura, rabbia o idealizzazione della violenza è un bisogno inascoltato, un’identità frammentata che fatica a trovare spazio e riconoscimento.

Dietro un incel spesso si nasconde una grande insicurezza, senso di inadeguatezza e una fortissima paura del rifiuto. La rabbia diventa il canale privilegiato attraverso cui esprimere un dolore che non ha trovato spazio altrove.

In molti ragazzi osservo la difficoltà a collocarsi in una visione equilibrata di sé come uomini. Da un lato si sentono attratti o spinti  verso modelli di mascolinità “alfa”, dominanti, sicuri, a tratti aggressivi; dall’altro temono di finire etichettati come deboli o maschi “beta”, vivendo questa fragilità come una colpa.

In questa tensione, alcuni scelgono il ritiro: si chiudono, si isolano, fino quasi a scomparire dalla vita sociale. Altri, invece, cercano una forma di affermazione in spazi alternativi, spesso online, dove trovano comunità che alimentano visioni estreme e talvolta distruttive.

Troppo spesso, inoltre, si incontrano ragazzi che, pur non definendosi incel, esprimono un forte senso di inadeguatezza. Ragazzi profondamente sensibili, bloccati dalla paura del giudizio, incapaci di sostenere lo sguardo dell’altro nei momenti di confronto con i pari. Sono coloro che magari trovano rifugio nel mondo digitale, dove l’anonimato permette di esprimere emozioni represse e rabbie mai elaborate.

Quello che emerge è una profonda disperazione che non riesce a tradursi in parole, in relazione, in comunicazione. E quando il dolore non trova vie per essere riconosciuto può esplodere trasformandosi in atti di violenza verso sé stessi o verso gli altri.


Accogliere e comprendere le emozioni per evolvere

Il cuore del problema risiede nella difficoltà per questi ragazzi di entrare in contatto con le proprie emozioni e di sentirsi legittimati a provarle.

Sin dalla prima infanzia, molte persone crescono all’interno di contesti familiari e culturali in cui l’espressione delle emozioni non viene valorizzata, ma anzi, spesso viene scoraggiata. Frasi come “Non piangere, non è successo niente”, “Non ti arrabbiare per queste sciocchezze” o “Fatti valere’  sono solo alcuni esempi di messaggi che, anche se detti in buona fede, insegnano ai bambini a reprimere ciò che sentono, invece di imparare a riconoscerlo e ad accoglierlo.

Nel tempo, questi messaggi diventano vere e proprie convinzioni interiorizzate: l’idea che alcune emozioni siano “giuste” e altre “sbagliate”, che esprimerle possa essere un segno di debolezza o che sia necessario adattarsi alle aspettative altrui per essere accettati e amati. Questo condizionamento può portare a una disconnessione profonda dal proprio mondo emotivo, rendendo difficile riconoscere e comunicare ciò che si prova davvero.

Questa dinamica porta molti ragazzi a sviluppare un rapporto conflittuale con il proprio mondo interiore. Anziché imparare a riconoscere e gestire le emozioni, le reprimono, convinti che sia la strategia migliore per affrontare le sfide della vita.

Ma le emozioni non svaniscono solo perché le ignoriamo. Al contrario rimangono presenti, si trasformano, si radicalizzano diventando potenzialmente molto pericolose. Come la paura non espressa che può tramutarsi in ansia cronica, o una rabbia troppo a lungo trattenuta che può degenerare e sfociare in sfoghi rabbiosi incontrollati, o una tristezza negata che può condurre a stati depressivi.

Esplorare il mondo delle emozioni significa entrare in contatto profondo con ciò che proviamo, accogliendo ogni sensazione senza giudicarla, ma piuttosto cercando di comprenderne il significato. Le emozioni non sono mai casuali: ciascuna porta con sé un messaggio prezioso.

La paura ci segnala un possibile pericolo e ci invita alla prudenza; la tristezza ci spinge a fermarci, a prenderci cura di ciò che dentro di noi ha bisogno di essere ascoltato; la rabbia ci avverte che un nostro confine è stato oltrepassato; la gioia, invece, ci indica che stiamo vivendo in sintonia con i nostri valori, desideri e bisogni più autentici.

Sarebbe fondamentale insegnare ai giovani che provare paura, sentirsi soli o non all’altezza non è una vergogna. È una parte naturale della crescita. Creare spazi di ascolto, di accettazione, di dialogo sincero con gli adulti potrebbe fare la differenza.

Gli adolescenti hanno bisogno di figure che li aiutino a decifrare il proprio mondo interiore, che diano nome alle loro emozioni e che le validino, anziché minimizzarle o ignorarle.

Insegnare loro che ogni emozione è legittima e, che saperle gestire è una competenza che si può apprendere, significa fornire strumenti preziosi per la loro crescita e il loro benessere emotivo.

P.S. Un grazie speciale a mio figlio, con cui ho la fortuna di condividere conversazioni profonde e stimolanti su diversi argomenti. E’ stato proprio durante uno di questi confronti, parlando insieme della serie televisiva, che mi ha aiutata cogliere sfumature importanti sulla genesi del fenomeno incel. Il suo punto di vista ha acceso in me nuove riflessioni e ha ispirato la scrittura di questo articolo.


Raffaella Lione Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Raffaella Lione
Counselor Relazionale
Bio | Articoli | Video Intervista AIIP Aprile 2024
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