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Chi sono io? Una fiaba per scoprirlo

I musicanti di Brema e il coraggio di essere se stessi

Image by Giorgio Trovato on Unsplash.com


Spesso pensiamo che per valere qualcosa dobbiamo essere perfetti, forti, impeccabili. E se invece fossero proprio le nostre imperfezioni a renderci unici? In questo articolo – che prende avvio da una fiaba antica e arriva a toccare una domanda profondamente attuale, chi sono io? – esploriamo il potere narrativo (e umano) dell’imperfezione. Perché le storie, quando sono autentiche, non parlano di eroi infallibili. Parlano di noi.


Atto I – In cammino

C’era una volta un asino vecchio e stanco che per anni aveva servito con fedeltà il suo padrone ma, ora che non era più utile, sentì che quest’ultimo intendeva sbarazzarsene. L’asino, intuendo il suo destino, decise di fuggire. Voleva andare a Brema e magari, là, diventare musicante.

Lungo la strada, l’asino incontrò un vecchio cane, un gatto anziano e un gallo stanco. Anche loro erano stati messi da parte, giudicati ormai inutili, scartati dai padroni che un tempo li avevano accolti. Eppure, ciascuno a modo suo, era ancora aggrappato alla vita. Così decisero di unirsi e partire insieme verso Brema, per diventare musicanti.

Già in questo primo tratto di storia qualcosa si fa chiaro, una verità che si svela piano lungo la strada: non è mai troppo tardi per cambiare direzione. E, forse, non dovremmo mai lasciare che siano gli altri a decidere per noi, nemmeno quando si tratta di chi abbiamo avuto accanto con fiducia per tutta una vita. I quattro avanzano fianco a fianco, con zampe stanche, denti consumati e piume arruffate. Nel loro incedere fragile e ostinato c’è qualcosa che ci tocca da vicino: non è la forza che ci definisce, ma ciò che abbiamo perso; non è la gloria che ci rende veri, ma le crepe che ci attraversano.

I protagonisti di questa fiaba – strana, come tutte le fiabe – non sono eroi. Sono creature scartate, vulnerabili, ciascuna con una storia di fallimento sulle spalle. Ed è sorprendente scoprire che proprio in quella fragilità nasce il primo legame. È lì, nel punto più esposto, che comincia a costruirsi un senso.

Ed ecco allora la prima lezione per chi scrive: in ogni buona storia è il punto debole che attira la luce. Le imperfezioni sono mappe interiori. Raccontano chi siamo stati, cosa abbiamo creduto, come abbiamo amato. Un personaggio perfetto ci respinge; uno imperfetto ci attira. Perché? Perché siamo tutti imperfetti.

Eppure, nella vita come nella scrittura, facciamo fatica a guardare le nostre crepe. Vederle richiede coraggio. Perché significa ammettere che la nostra stessa visione del mondo è limitata, fragile, incompleta. Ma è lì, proprio lì, che la narrazione inizia davvero.

L’asino e i suoi compagni non sanno cosa troveranno ma vanno avanti. E questa partenza incerta, questa fuga che diventa cammino, è già una forma di riscatto.

(Fine primo atto. Una domanda resta sospesa: cosa accade quando il desiderio di riscatto e l’imperfezione incontrano il mondo reale?) 


Atto II – In equilibrio

L’asino, il cane, il gatto e il gallo camminano a lungo. Il sole tramonta, e la notte – come spesso accade nelle fiabe e nella vita – porta con sé, oltre al buio, anche l’attesa di una luce. Una finestra accesa nel cuore del bosco: è una casa, una promessa. I quattro si avvicinano col cuore colmo di speranza. Forse, finalmente, un po’ di riposo.

Ma quella casa non è il rifugio che sembra. Al suo interno ci sono dei briganti: uomini rapaci, avidi, senza scrupoli. Non molto diversi, in fondo, dai padroni senza gratitudine che i nostri protagonisti si sono lasciati alle spalle. E allora i quattro esitano. Potrebbero proseguire, cercare di raggiungere Brema. Ma la verità è che sono stanchi, affamati, vecchi. E Brema è ancora lontana. Non hanno forze da eroi né piani spettacolari. Hanno solo ciò che sono. Eppure, proprio lì, nel limite delle proprie possibilità, nasce l’azione.

Architettano un piano semplice e un po’ folle: si dispongono uno sull’altro: l’asino in basso, poi il cane, il gatto, infine il gallo. Così, come una torre vivente, intonano un concerto sgangherato di versi e rumori, talmente caotico e grottesco da sembrare… soprannaturale! I briganti, presi dal panico, credono che la casa sia infestata da spiriti. E, incredibile ma vero, fuggono nel bosco senza voltarsi indietro.

I quattro entrano. Mangiano. Si scaldano. Ridono piano. E per una notte – almeno per una notte – si sentono al sicuro.

Questo è il punto in cui la fiaba si apre alla riflessione. I protagonisti non tornano giovani, forti o invincibili. Restano esattamente ciò che sono. Eppure riescono a fare qualcosa di inatteso: affrontano l’imprevisto con quello che hanno. Nient’altro.

Ed è proprio qui che si nasconde una seconda, delicata lezione, per chi scrive e per chi vive: non è l’epicità delle avventure a renderle memorabili, ma chi le attraversa. E come.

Quando leggiamo, non ci innamoriamo delle trame straordinarie, ma dei personaggi imperfetti che ci somigliano. Ci chiediamo: come farà proprio lui, con la sua voce incerta, i suoi limiti e i suoi sogni, a cavarsela?

È in questo sguardo che la narrazione diventa specchio. Le storie parlano a noi, e di noi. Attraverso i personaggi impariamo a riconoscere le nostre zone d’ombra, a sentire empatia per quelle parti che nella vita reale spesso nascondiamo.

Un buon personaggio non è colui che trionfa, ma chi cambia. Chi attraversa il mondo esterno e, insieme, affronta i propri demoni interiori. È in questo doppio viaggio che si rivela il cuore di ogni vera narrazione.

Come i musicanti, anche noi possiamo scoprire che non serve essere perfetti per avere un posto nel mondo. A volte, basta riconoscere la propria voce, affiancarla a quella degli altri, e cercare insieme un’armonia. Anche se stonata. Anche se fragile.

(Fine secondo atto. Ma ora che la casa è conquistata… che si fa? Che ne è di chi siamo diventati?) 


Atto III – Essere, finalmente

La casa ora è silenziosa. I briganti sono fuggiti, e i musicanti, sazi e stanchi, si sistemano per la notte. Ognuno trova il suo posto: l’asino nel letamaio, il cane dietro la porta, il gatto sulla cenere, il gallo sulla trave. Non hanno bisogno di diventare altro, non aspirano più a Brema, non cercano più conferme. Sono semplicemente loro stessi, e – per la prima volta – questo basta. Forse è questa la vera conquista: uno spazio nel mondo in cui la propria unicità ha valore. Dove non si ha più paura di mostrarsi per ciò che si è. E allora, come non vedere in questa scena quieta e discreta l’ultima – e forse più preziosa – lezione della fiaba? Alla fine, in un modo tutto loro, lo sono diventati, quei musicanti. Hanno suonato insieme, senza spartito, senza prove, e quella strana melodia – stonata, disordinata, improvvisata – ha cambiato le cose. Magari non come si aspettavano. Magari non per chi credevano. Ma sì: lo sono diventati davvero.

Eppure, invece di coltivare questa irripetibilità, troppo spesso cerchiamo di assomigliare a qualcun altro, fosse anche al nostro vecchio io.

L’unicità non è un vezzo. È una responsabilità. Riconoscerla, lavorarla, offrirla al mondo è forse il compito più alto della nostra esistenza. Scrivere – e vivere – significa proprio questo: trovare la nostra voce e affinarla. Imparare a vedere ciò che ci rende differenti e farne dono. Entrare in relazione. Come i musicanti di Brema, che solo insieme riescono a cantare una nuova melodia.

Forse anche noi, come loro, possiamo usare le nostre fratture per costruire, senza nasconderci. Possiamo imparare a dire: Questa è la mia voce. Questo è il mio posto.

Perché in ogni storia che vale la pena raccontare, la domanda resta sempre la stessa: Chi sono io, davvero?

E la risposta non si trova nell’ottenimento della perfezione, ma nel viaggio. Nelle paure affrontate. Nei legami costruiti. In ciò che, giorno dopo giorno, ci rende umani. Unici. Irripetibili.

Ed ecco anche la terza lezione di scrittura che questa fiaba ci lascia in dono: i personaggi non cambiano nonostante le loro imperfezioni, ma grazie a esse. È la crepa che permette l’evoluzione. Senza quella, resterebbero immobili. Senza conflitto interiore, non ci sarebbe storia.


Dott.ssa Valentina Alfarano Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Valentina Alfarano
Coach Letterario, Editor, Insegnante di scrittura creativa
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