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Come affrontare un fallimento?

Image by Morgan Basham on Unsplash.com


Quanto contano e influiscono nella vita quotidiana le nostre aspettative e quelle degli altri? In particolar modo quelle delle persone che abbiamo vicino e che, probabilmente, ci amano profondamente (o anche no) e che possono essere più o meno giudicanti. Quanto è difficile resistere davanti ai colpi bassi della vita, agli esami che non vanno come desideravamo, a un colloquio di lavoro andato male o a un licenziamento imprevisto? Quando ci sentiamo di aver deluso tutti e, soprattutto, noi stessi? E quando poi arrivano quei periodi in cui non ne va bene una, si inanellano fallimenti uno dopo l’altro tanto che, a un certo punto, il groppo in gola è così grosso che non si riesce neanche più a parlarne per paura di deludere troppo? Per paura di leggere negli occhi dell’altro quello che, in fondo, stiamo pensando anche noi, cioè che non ce la stiamo facendo a raggiungere i nostri obiettivi e che abbiamo paura di non riuscire a farcela mai. E quando il silenzio e le bugie non fanno altro che aumentare questa disperazione e questo senso di sconforto, come se ne esce?

Qui il problema è capire cosa ci ferisce di più: quello che pensiamo noi o quello che pensano gli altri? È la consapevolezza che gli altri penseranno che siamo dei falliti che ci fa sentire così male? O siamo noi i giudici più rigidi e, quindi, basta la nostra opinione su noi stessi per buttarci giù in un baratro di disperazione? Che poi, anche se è questa seconda opzione che vi sembra la più adatta alla vostra situazione, spesso essa deriva comunque da pregressi di aspettative elevate da parte  degli altri nei vostri confronti che vi hanno convinto che voi valete solo se eccellete in tutto, solo se non fallite mai.

E, purtroppo, per una serie di motivi, a volte dipendenti da noi e a volte no (o, molto più spesso, da un mix delle due), nella vita si fallisce e si sbaglia e si valutano male le conseguenze ed è inevitabile che succeda almeno una volta, ma anche cento, anche mille. E questo deve farci capire che abbiamo fatto, o che dentro di noi, c’è qualcosa di sbagliato? Che non siamo stati abbastanza attenti, abbastanza concentrati, abbastanza determinati, abbastanza forti? Che non ci siamo impegnati abbastanza?

No, questo serve a capire che siamo umani e serve a crescere. A volte un fallimento apre una porta verso una nuova strada più adatta a noi, a volte no, ma l’importante è sapersi rialzare. Analizzare i motivi di ciò che è successo (possibilmente non scivolando nel narcisismo dove è sempre tutta colpa degli altri, perché ci può far sentire meglio per qualche minuto, ma a lungo andare non aiuta), essere critici con noi stessi e, allo stesso tempo, indulgenti.


Cogliere il fallimento come un’opportunità

Lo so, già il titolo di questo paragrafo vi starà facendo irritare… ma quale opportunità direte voi? È facile parlare così in generale, ma la mia vita sta andando in pezzi. È probabile che, a volte, sia proprio così, che questa sia la percezione e magari la nostra percezione è molto vicina alla realtà dei fatti. È vero anche che fustigarsi, svalutarsi oppure, peggio, rinchiudersi in un mondo di bugie per non far sapere a nessuno come stanno le cose, sicuramente non aiuterà a migliorare la situazione. Davanti a un fallimento, sia piccolo che grande, ci si può prendere un limitato periodo di lutto in cui rimuginare, lamentarsi di sé o del mondo, angosciarsi, magari piangere o urlare e spaccare tutto in una camera della rabbia (non in casa vostra, mi raccomando, altrimenti dopo l’angoscia aumenta!); questa finestra di tempo, che possiamo dedicare al rilascio di tutta la frustrazione e la negatività, però, deve durare un tot, altrimenti si scivola in qualcos’altro di più profondo, pericoloso e meno funzionale.

La seconda fase (e non dico che sia semplice) è rimboccarsi le maniche. Analizzare cosa è andato bene e cosa è andato storto, darsi i giusti meriti e farsi le giuste critiche, capire anche se all’esterno ci sono state motivazioni indipendenti da noi (giuste o sbagliate che siano) e riflettere su cosa possiamo imparare da quello che ci è successo. Può essere utile anche soffermarsi a pensare se l’obiettivo che ci siamo prefissati sia poi davvero quello che vogliamo raggiungere; perché, a proposito di aspettative, a volte potrebbe succedere che la famiglia, gli amici, i partner ci indirizzino verso una strada che, a un certo punto, sentiamo come nostra, ma che magari nel profondo non lo è. Questo potrebbe portarci anche a mettere in atto un autosabotaggio senza esserne nemmeno consapevoli.

A volte è possibile riuscire (a mente fredda e dopo aver urlato nel cuscino per due ore) a fare questo processo da soli, altre volte è d’aiuto parlare con le persone che abbiamo vicino per avere altri punti di vista e non sentirci soli, altre può essere necessario un aiuto esterno di un esperto che ci guidi nel ricostruire questa rete intricatissima fatta di aspirazioni, aspettative, motivazione, impegno e relazioni.

L’importante, comunque, è non abbandonarsi allo sconforto, chiedere aiuto, non aver timore di deludere gli altri (cerchiamo di non farci travolgere nemmeno dalla nostra delusione) e avere un locus of control interno, cioè non dare la colpa esclusivamente al mondo esterno per quello che ci succede perché, se in un primo momento questo può farci sentire meglio e deresponsabilizzati, in seguito porta anche a un non mettersi in discussione e, quindi, a sentirsi in balia degli eventi e degli altri. Se non lavoriamo su noi stessi e su quello che possiamo fare per migliorare le cose, possiamo sentirci “innocenti” perché non è mai colpa nostra, (ma sarà sempre di un professore, di un datore di lavoro, del governo e così via) ma, allo stesso tempo, siamo trascinati da questa corrente senza prendere mai in mano il timone della nostra vita. Quindi sentiamoci responsabili dei nostri risultati e dei nostri fallimenti, senza, però, sentirci colpevoli.


Dott.ssa Maristella Occhionero Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Maristella Occhionero
Psicologa dell’età evolutiva e degli adulti
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