
Essere genitori: l’importante ruolo di educatori responsabili
Educare è un compito impegnativo, faticoso ma fondamentale
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Vorrei partire riportando alcuni concetti da non trascurare affatto, del neuropsichiatra infantile Stefano Vicari, neuroscienziato che dirige l’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù”. Nel suo libro, Adolescenti interrotti. Intercettare il disagio prima che sia tardi (Prima Edizione in “Scintille”, marzo 2025), pone un forte accento sul valore dell’Educazione, una educazione che deve proteggere e coltivare la salute mentale di un bambino sia da subito, perché l’adolescente di domani sarà il risultato dell’educazione ricevuta durante l’infanzia, fin dal concepimento.
Il neuropsichiatra scrive una frase emblematica, che simboleggia atteggiamenti e pensieri, convinzioni errate di moltissimi genitori, dietro cui si “proteggono” evitando di prendersi quelle responsabilità, così tanto faticose, ma altrettanto basilari e necessarie, che ogni buon “educatore” dovrebbe assumersi per il bene dei più piccoli, pensando al loro futuro di adolescenti:” «Quando sarà più grane capirà». No, purtroppo non funziona così. un bambino non sa cosa è giusto o sbagliato, non ha il senso del limite. Glielo insegniamo noi, questa responsabilità è di noi adulti. I nostri «no», meglio se espressi con affetto e amore, insegnano al bambino ad autoregolarsi, a gestire le proprie emozioni mentre esse iniziano a prendere forma. Un bambino cresciuto senza regole sarà un adolescente «capriccioso», che vorrà tutto e subito, perché è sempre stato educato così. Ma in tal modo faticherà a gestire la frustrazione di un insuccesso nello sport, a scuola o in famiglia, un passaggio inevitabile perché sappiamo bene che non è possibile soddisfare ogni richiesta e che le sconfitte fanno parte della vita”.
L’educazione parte dalla famiglia: la salute mentale del bambino va tutelata
Immanuel Kant, filosofo tedesco, nella sua opera che si intitola La Pedagogia (Prima edizione Cento Autori, maggio 2020), esprime così la sua definizione di Educazione: “L’uomo è la sola creatura capace di essere educata. Per educazione, in senso largo, s’intende la «cura» […] che richiede la sua infanzia, la «disciplina» che lo fa uomo, infine la sua «istruzione» con la cultura”.
Le regole, insieme alla disciplina e alla cura devono essere alla base, immancabili ed imprescindibili se si vuol ambire ad una efficace e sana educazione; se si vuole tutelare l’equilibrio emotivo, psicoaffettivo del bambino/a e del futuro ragazzo/a che diventerà.
Stefano Vicari ci parla di rabbia e frustrazione, sentimenti che devono essere elaborati e poi gestiti dai bambini con l’aiuto dei loro genitori/educatori, con i loro gli insegnamenti, attraverso i “NO”. Le regole e i limiti, oltre a farli sentire sicuri e protetti da delle guide solide, li renderanno in grado di affrontare, senza troppe difficoltà, i momenti più complicati della vita, della crescita; far comprendere, fin da piccolissimi, che non è tutto dovuto e facile da ottenere, salvaguarderà il benessere mentale futuro.
Il neuropsichiatra, a proposito di regole da far rispettare ai propri figli e della carenza di queste ultime, già dall’infanzia, non si esime dal riportare un esempio chiaro, assolutamente in linea con quello che vediamo accadere nel quotidiano, in un contesto storico caratterizzato dall’ “iperconnessione” e dalla pericolosa dipendenza da smartphone e tablet: S. Vicari racconta come, durante alcune visite nel suo studio, genitori di bambini tra i 2 e i 3 anni, non si facciano mai scrupoli nel “piazzarli” davanti al telefonino con il solo ed unico scopo di “farli stare buoni”; situazioni non dissimili sono osservabili facilmente anche in molti locali e ristoranti. Bambini molto piccoli dipendenti dai dispositivi tecnologici di certo non diventeranno adolescenti consapevoli e responsabili, critici nell’utilizzo futuro dei social media o di qualsiasi altro contenuto si possa trovare o usufruire dal web.
Il delicato passaggio tra infanzia e preadolescenza
Stefano Vicari, nel suo libro già citato in precedenza, spiega anche la differenza tra il periodo dell’infanzia e il passaggio nel mondo della preadolescenza/adolescenza: se durante l’infanzia la vicinanza ai genitori, la loro guida sicura e autorevole, fa sentire il bambino protetto e sereno, nella fase successiva, quando inizia la preadolescenza (11-12 anni, circa), nasce la voglia di indipendenza, ma non senza attraversare fasi altalenanti; infatti, c’è una ricerca di autonomia dalle figure genitoriali, per affermare la propria personalità, ma anche un gran bisogno di sapere che non si è soli e che, nella confusione generale, si può contare ancora sulla cura, il supporto e il contenimento di mamma e papà.
Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta e sua moglie Barbara Tamborini, psicopedagogista, nel loro Bestseller, L’età dello tsunami. Come sopravvivere a un figlio preadolescente (Ed. Aggiornata De Agostini, 2023), rafforzano il concetto espresso da Vicari riguardo all’adolescenza, quella fase della crescita in cui fondamentalmente non si è più piccoli, bambini, ma neanche troppo grandi, ci si trova in una specie di “limbo”, un passaggio assai delicato e non così automatico e netto, che necessita ancora di attenzione e “cura”.
Una falsa credenza da sfatare…
Barbara Tamborini e Alberto Pellai, nel loro Bestseller, sfatano una “credenza” assai diffusa, partendo da quello che molto spesso pensano ed esclamano gran parte dei genitori: “Ormai è grande e sa decidere da solo”. Ma è bene comprendere che gli adolescenti non sono dei “piccoli adulti”, e davanti alle prime richieste di autonomia, “allontanamento”, come le uscite tra amici, è opportuno non dimenticare che il compito educativo di un genitore non è terminato, che limiti e regole vanno sempre suggeriti: l’orario di rientro a casa, il divieto di fumo e alcool, molto di più se si è di fronte ad un minorenne (fase preadolescenziale); sarà più semplice farsi ascoltare dal ragazzo/a, se è stato insegnato il senso del limite sin dalla tenera età. In merito a ciò, gli autori affermano con la competenza che li contraddistingue:” […] dare orari precisi per il rientro a casa non significa togliere autonomia, bensì fornire con chiarezza aspettative educative, regole e limiti utili a mantenere entro confini protetti le esplorazioni che a questa età si fanno quando ci si trova fuori, lontano da mamma e papà”.

Roberta Favorito
Laureata in Lettere, Specializzazione in Scienze Pedagogiche
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