
Il ruolo attivo dello psicologo nelle malattie croniche
Ancora sui fondamenti della Psico-Neuro-Somatica Integrativa (PNSI).
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Abbiamo descritto più volte diversi pilastri fondanti la Psiconeurosomatica Integrativa. Proviamo a ripeterli.
Il primo è che qualsiasi atto mentale conscio o inconscio è sempre correlato a modificazioni biologiche, consce o inconsce, su diversi livelli. Ad oggi conosciamo i livelli neurologico, endocrino, immunitario ed epigenetico, ma con l’avanzare delle nostre scoperte capiremo ancora meglio la fisiologia umana.
Il secondo è che molte malattie o disturbi posso essere volontariamente o meno creati dalla mente e dall’atteggiamento umano. E’ facile comprendere che se un soggetto fuma tre pacchetti di sigarette al giorno abbia una probabilità maggiore di sviluppare diverse patologie come il tumore ai polmoni ad esempio, è molto meno facile capire e immaginare se e come un soggetto depresso possa o meno sviluppare ad esempio patologie oncologiche. Le evidenze cliniche e sperimentali ci dicono infatti che la mente umana ci risulta bravissima a creare direttamente alcune patologie o a spalancare la porta a determinati disturbi, mentre – contrariamente a chi insiste con atteggiamenti psicosomatici da new age – diverse patologie, allo stato attuale delle conoscenze, non mostrano una relazione causale diretta con specifici atteggiamenti mentali, e purtroppo ci si ammala per cause sconosciute e nonostante tutti gli accorgimenti volontari o anche la presa di coscienza di dinamiche mentali “pericolose”. Ci sono certe malattie che sono inevitabili, e sinceramente la mente umana risulta proprio non c’entrare nulla.
Abbiamo però compreso che, se è vero che ci si ammala nonostante tutto, e se è vero che la mente può creare delle malattie organiche, allora in linea teorica, anche se non ne è stata la causa diretta o la causa scatenante, con determinante tecniche o un percorso psicologico appropriato, allora può anche guarirle o partecipare alla gestione delle patologie, aumentando le proprie difese contro di esse.
Ultimo, ma non ultimo, ci stiamo accorgendo che la Psiconeurosomatica Integrativa potrebbe benissimo piazzarsi come ponte tra la medicina e la psicologia, punto di contatto tra entrambe le discipline e unendo competenze dei due campi psicologico e organico.
Approfondiamo
Nella gestione delle malattie croniche, il ruolo dello psicologo è stato a lungo confinato a una funzione di supporto emotivo, finalizzata principalmente alla riduzione di ansia, depressione o disagio psicologico reattivo ad una patologia organica. Sebbene tale funzione resti essenziale, le acquisizioni delle neuroscienze, della psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), della psicologia della salute, della psicofisiologia e di tante altre discipline che riguardano il rapporto mente-corpo, indicano oggi con chiarezza che l’intervento psicologico può e deve assumere un ruolo molto più profondo e attivo, incidendo sui processi di regolazione biologica coinvolti nella malattia.
Negli ultimi decenni è emersa infatti una crescente evidenza del fatto che, in condizioni di cronicità, i sistemi di regolazione mente-corpo rappresentino un fattore determinante nel modulare l’andamento clinico, la percezione dei sintomi e la qualità della vita. In questo senso, il compito dello psicologo non è soltanto quello di alleviare la sofferenza emotiva, ma anche di favorire l’attivazione di processi di autoregolazione psicobiologica, soprattutto nei contesti in cui le terapie organiche raggiungono un plateau di efficacia. Motivo per cui, dove la medicina organica nulla più può, allora come uomini di scienza abbiamo il dovere di chiederci cosa invece può far la nostra mente con i suoi meccanismi di feedback sul corpo e da dove possiamo partire.
Numerosi studi documentano miglioramenti clinici inattesi, recuperi funzionali superiori alle previsioni prognostiche o remissioni parziali se non totali non completamente spiegabili sulla base dei soli interventi farmacologici o anche chirurgici. In una prospettiva scientifica rigorosa, tali fenomeni non possono e non devono essere attribuiti al “caso” e liquidati, ma ci richiedono un’analisi dei fattori psicologici, comportamentali e neurobiologici che possono aver contribuito a tali esiti. Comprendere se e come il paziente abbia attivato risorse cognitive, emotive, immaginative o relazionali che abbiano indotto resilienza, miglioramenti inattesi o addirittura guarigioni, diventa dunque un nostro dovere clinico e scientifico.
La Psico-Neuro-Somatica Integrativa (PNSI) si colloca in questo scenario come paradigma clinico integrato. Essa non si propone chiaramente di sostituire la medicina convenzionale, ma di affiancarla, valorizzando le capacità della mente di modulare sistemi fisiologici complessi attraverso interventi psicologici strutturati. L’obiettivo non è semplicemente “far fronte” alla malattia o “accompagnare” il paziente nella sua sofferenza, ma quando ritenuto possibile promuovere un recupero funzionale, un miglior controllo dei sintomi, un miglioramento stabile della qualità della vita, e ipoteticamente molto altro, sino a tutto quello che si può raccogliere.
La Psiconeuroendocrinoimmunologia, uno dei modelli di riferimento
La PNEI rappresenta oggi uno dei modelli scientifici ad oggi più solidi per comprendere l’unità funzionale dell’organismo umano. Essa descrive le interazioni bidirezionali tra processi psicologici, sistema nervoso centrale e periferico, sistema endocrino e sistema immunitario, dimostrando che tali sistemi condividono mediatori comuni – neurotrasmettitori, ormoni, citochine e neuropeptidi – e si influenzano reciprocamente (Bottaccioli).
In questo quadro, emozioni croniche, stress prolungato e stili cognitivi disfunzionali non sono meri epifenomeni psicologici, ma fattori biologicamente attivi, in grado di modulare l’infiammazione, la risposta immunitaria e i meccanismi di adattamento allo stress. I lavori di McEwen ad esempio hanno chiarito come l’attivazione cronica dei mediatori dello stress produca effetti allostatici dannosi, contribuendo alla vulnerabilità somatica e alla progressione di numerose patologie croniche.
La PNEI fornisce dunque una base fisiologica solida per comprendere come un intervento psicologico mirato possa avere effetti misurabili sul decorso della malattia.
Plasticità neurale e regolazione top-down
Un secondo pilastro teorico della PNSI è rappresentato dalla plasticità neurale. Il cervello umano non è un sistema statico, ma un organo dinamico che si riorganizza continuamente in funzione dell’esperienza, dell’apprendimento e delle pratiche mentali intenzionali.
Tecniche quali la meditazione, l’ipnosi e l’imaginazione guidata possono essere comprese come strumenti di regolazione top-down, capaci di influenzare reti neurali coinvolte nella percezione del dolore, nella risposta allo stress e nella regolazione emotiva. In questo contesto, il termine ideoplasia viene utilizzato come costrutto descrittivo per indicare l’effetto delle rappresentazioni mentali sui processi neuroplastici, in coerenza con i modelli contemporanei di predictive coding e di regolazione cerebrale dell’esperienza corporea.
Le ricerche di Davidson e McEwen hanno mostrato come specifiche esperienze mentali e relazionali possano modulare circuiti neurali implicati nella resilienza, nella regolazione emotiva e nella risposta allo stress, con ricadute potenzialmente rilevanti sul piano somatico. Questo ci porta riflettere su queste esperienze come modulatrici (o chissà, forse anche riparatrici?) in patologie neurologiche anche molto gravi e considerate ad oggi incurabili.
Meditazione e sistemi immunitari e infiammatori
Uno degli utilizzi delle tecniche di meditazione nei millenni è stato l’obiettivo della guarigione fisica. Questo concetto sembra stato “dimenticato” nella società moderna, essendo troppo spesso la meditazione non compresa, interpretata e trasmessa molto spesso come una pratica di rilassamento, antistress, oppure come una pratica commerciale, svalutandola e ponendola in difetto relativamente alle sue possibilità terapeutiche.
Fortunatamente, da un po’ di tempo, attraverso un numero crescente di studi, si stanno indagando gli effetti delle pratiche meditative sui sistemi di regolazione biologica. Revisioni sistematiche di trial controllati randomizzati indicano che la meditazione, intesa come pratica intenzionale di regolazione dell’attenzione e dello stato di coscienza, è associata a modificazioni di marcatori infiammatori, a cambiamenti nella risposta immunitaria cellulo-mediata, effetti su indicatori di invecchiamento biologico e diverse altre caratteristiche (Black et al.).
Tali risultati suggeriscono che pratiche mentali strutturate possono influenzare processi fisiologici rilevanti per patologie croniche infiammatorie, oncologiche e autoimmuni. Dal punto di vista clinico, è tuttavia fondamentale sottolineare che la standardizzazione delle tecniche, necessaria alla ricerca sperimentale, può risultare limitante nell’applicazione individuale. In ambito clinico, infatti, l’efficacia della meditazione dipende in larga misura dalla sua adattabilità alle caratteristiche psicologiche, corporee e relazionali del paziente. Contrariamente a un approccio esclusivamente statistico basato su medie gruppali, se si conoscono le tecniche di meditazione, è implicito che sfuggano a standardizzazioni e grandi numeri ma rispondono invece a enormi variabilità individuali.
Interventi psicologici e malattie croniche
Le evidenze più robuste a favore del ruolo attivo dello psicologo provengono dagli studi sugli interventi psicologici integrati. Una recente meta-analisi su oltre 5.000 pazienti con malattie croniche – tra cui dolore persistente, cancro, artrite e patologie cardiovascolari – ha dimostrato che programmi di terapia cognitivo-comportamentale, inclusi quelli erogati tramite strumenti digitali, producono benefici significativi non solo sul piano psicologico, ma anche sul disagio fisico e sulla funzionalità (Tao et al.).
Componenti quindi quali la ristrutturazione cognitiva, la psicoeducazione e le pratiche di regolazione mentale risultano associate a una riduzione del distress corporeo, confermando che la modulazione dei processi mentali può incidere sull’esperienza somatica della malattia.
Modulazione degli assi dello stress
Uno dei principali meccanismi attraverso cui l’intervento psicologico può incidere sulla malattia riguarda la regolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e del sistema nervoso autonomo. Tecniche di meditazione, ipnosi e autoregolazione favoriscono una riduzione dell’iperattivazione simpatica e un incremento del tono parasimpatico, con conseguente modulazione della secrezione di cortisolo e delle risposte infiammatorie (McEwen; Tracey).
Percezione del dolore e controllo centrale
Il dolore cronico è oggi compreso come un fenomeno complesso, in cui i meccanismi centrali giocano un ruolo cruciale. Studi di neuroimaging hanno mostrato che interventi psicologici mirati possono influenzare le reti cerebrali coinvolte nella nocicezione e nell’elaborazione affettiva del dolore, contribuendo a una riduzione dell’intensità percepita e a un miglioramento della tolleranza funzionale (Apkarian et al.).
Nel contesto della PNSI, osservazioni cliniche maturate in decenni di pratica suggeriscono che interventi centrati sulla regolazione emotiva, sulla consapevolezza corporea e sull’immaginazione guidata possano associarsi a notevoli miglioramenti funzionali e sintomatici in pazienti con le più svariate patologie, tenendo conto dello stretto legame a doppio senso tra mente e corpo. Ciò ad esempio è molto evidente in sindromi con dolore cronico e fibromialgia.
Tali osservazioni indicano la necessità di identificare con maggiore precisione i meccanismi psicobiologici sottostanti, al fine di comprendere come possano essere attivati – anche in modo indiretto – processi che contrastano la malattia e favoriscono un miglior adattamento alla cronicità o alla remissione.
Aderenza terapeutica e comportamenti di salute
Un ulteriore contributo fondamentale dello psicologo riguarda la promozione della self-efficacy e dei comportamenti di salute. Un paziente che sviluppa una maggiore consapevolezza e un senso di partecipazione attiva alla cura mostra generalmente una migliore aderenza ai trattamenti medici e una maggiore capacità di gestire la cronicità della malattia.
Integrazione con la medicina convenzionale
Come più volte ripetuto, la PNSI si colloca esplicitamente in una prospettiva di complementarietà, non di alternativa. Nei contesti in cui la medicina raggiunge un plateau terapeutico – come ad esempio nel dolore refrattario, nella fatigue oncologica o nei sintomi residui post-ictus, o in moltissime altre patologie – l’intervento psicologico integrato può offrire strumenti aggiuntivi per migliorare l’adattamento, la qualità della vita e, in alcuni casi, favorire remissioni cliniche e funzionali.
In questa prospettiva, lo psicologo collabora attivamente con il medico, contribuendo a costruire un contesto terapeutico più ampio e coerente, in cui i trattamenti biologici siano sostenuti da interventi mirati sui sistemi di regolazione mente-corpo.
Limiti e direzioni future
Nonostante i progressi, la ricerca sull’integrazione mente-corpo presenta ancora limiti significativi, soprattutto dovuti alla mancata comprensione del funzionamento mentale e di adeguate tecniche psicosomatiche. Sono necessari studi randomizzati di ampia scala, con follow-up prolungati e l’utilizzo di biomarcatori oggettivi, al fine di chiarire l’efficacia e i meccanismi degli interventi psicologici integrati. Parallelamente, piuttosto che protocolli standardizzati, ricordiamo però che è auspicabile lo sviluppo di protocolli flessibili, adattati alle caratteristiche del singolo paziente e alle specifiche patologie croniche.
La Psico-Neuro-Somatica Integrativa propone dunque una visione della cura in cui lo psicologo non è più soltanto un accompagnatore del paziente cronico, ma un attore terapeutico consapevole, capace di intervenire sui sistemi di regolazione psicobiologica al fine di far sì che il paziente possa ottenere il miglior risultato possibile. Le evidenze neuroscientifiche e PNEI indicano (o forse meglio, ci ricordano) che la mente, adeguatamente allenata, può contribuire in modo significativo al controllo dei sintomi, al recupero funzionale e al miglioramento della qualità della vita, ponendoci davanti al diritto di chiederci : “sino a dove possono arrivare le capacità della mente umana nella guarigione delle malattie fisiche ed organiche”?
In un’epoca in cui le malattie croniche rappresentano una delle principali sfide sanitarie, integrare sistematicamente gli interventi psicologici nei percorsi di cura non è più una scelta opzionale, ma una necessità fondata sulla scienza. Nessuna promessa, solo scienza, ricerca e applicazione.
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Dott. Alessandro Mahony
Psicologo
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