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Il Teatro dell’Oppresso

Il teatro come uno strumento di cambiamento

Image by Chase Yi on Unsplash.com


Quando pensiamo al teatro, di solito ci vengono in mente un palco, degli attori e un pubblico che osserva in silenzio.

Ne esiste però uno che rompe questa separazione e trasforma gli spettatori in partecipanti attivi. Si tratta del Teatro dell’Oppresso (in brasiliano Teatro do Oprimido, o TdO), un tipo di rappresentazione che è molto più di una pratica artistica: è infatti uno strumento educativo, sociale e politico.

Il Teatro dell’Oppresso nasce negli anni Sessanta a opera del drammaturgo e regista brasiliano Augusto Boal. Ispirandosi alle idee di Paulo Freire e al suo trattato La pedagogia degli Oppressi, Boal era convinto che il teatro potesse aiutare le persone a riconoscere le forme di oppressione della vita quotidiana e a immaginare dei modi per liberarsene.

L’idea di fondo è che tutti possono fare teatro. Non sono necessarie competenze tecniche, palcoscenici o copioni complessi. Bastano un corpo, una voce (e non sempre) e la disponibilità a mettersi in gioco.

Come spiegato nell’articolo Il teatro come cura per la nostra psiche dell’autrice Athena Libanore, ci sono molti modi in cui il teatro può avere un impatto sulla nostra vita. Nel caso del Teatro dell’Oppresso, non c’è una separazione tra attore e spettatore: lo “spett-attore” non si limita a osservare la scena, ma può decidere di interromperla, di sostituirsi a un personaggio e di provare a cambiare il corso degli eventi.

Quando il Teatro dell’Oppresso, nato in Brasile in un contesto legato alle lotte operaie e contadine, arrivò in Europa, si adattò a una società dove gli oppressori erano meno visibili, ma comunque presenti e capaci di influenzare la vita delle persone in maniera importante.

L’oppressione, infatti, non riguarda solo situazioni estreme o evidenti. Ne esistono tante altre legate alla vita di tutti i giorni: relazioni di potere sul lavoro, discriminazioni di genere, razzismo, esclusione sociale, violenza psicologica, bullismo.


Rappresentare l’oppressione in tutte le sue forme

Quando Boal si trasferì in Europa, nel 1979, e gli vennero proposti degli stage per mostrare le dinamiche oppressive tipiche del mondo occidentale, il regista all’inizio si rifiutò, chiedendosi dove fosse esattamente il problema. “Dove sono i poliziotti?” “Dove sono gli oppressori?”, si chiedeva.

Poi si rese conto che anche in Europa le persone erano oppresse, pur se in modo diverso rispetto a come questo avveniva nel suo paese di origine.

Si cominciò così a rappresentare l’oppressione come qualcosa che è in grado di agire nei gesti, nelle parole, nei silenzi. Non sempre c’è un “cattivo” evidente. A volte, infatti, l’oppressore non è nemmeno una persona: spesso ci sono ruoli, abitudini, sistemi che si ripetono da molto tempo e che, senza che se ne abbia consapevolezza, alla fine finiscono per essere dannosi.

Il teatro diventa allora uno spazio protetto in cui rendere evidenti queste dinamiche e decidere se e come intervenire.

Nel tempo, il Teatro dell’Oppresso si è articolato in diverse tecniche. Tra le più diffuse:

  • Teatro Forum: viene rappresentata una scena di oppressione con un finale negativo. Il pubblico può interromperla e proporre alternative, entrando fisicamente in scena per provare nuove azioni.
  • Teatro Immagine: si lavora con il corpo e le posture, creando immagini statiche che rappresentano una situazione o un’emozione. È particolarmente utile quando le parole non bastano o non sono accessibili a tutti.
  • Teatro Invisibile: le scene vengono rappresentate in spazi pubblici senza che il pubblico sappia di assistere a uno spettacolo. L’obiettivo è quello di stimolare una riflessione spontanea nelle persone coinvolte.
  • Arco dell’Oppressione: si tratta di un percorso più lungo, che esplora le cause profonde dell’oppressione e i passaggi che permettono a una persona di passare da una situazione di disagio a una di maggiore consapevolezza.

Un teatro ancora attuale e che non dà risposte definitive

Una delle caratteristiche più interessanti del Teatro dell’Oppresso è che non offre soluzioni preconfezionate. Non dice cosa è giusto e cosa no, non fornisce verità assolute. Al contrario, mostra quanto la realtà possa essere complessa, lasciando a chi partecipa alla rappresentazione la possibilità di scegliere la strada che di volta in volta reputa migliore.

Le alternative proposte durante una sessione possono funzionare oppure no. A volte aprono la strada a proposte ancora più efficaci, altre mettono in evidenza ostacoli prima invisibili. Un approccio di questo tipo mostra quanto anche il fallimento sia significativo, perché aiuta a comprendere meglio la realtà e a impegnarsi attivamente nel trovare delle soluzioni che possono rivelarsi vincenti.

In questo senso, il Teatro dell’Oppresso non è un teatro “educativo” nel senso tradizionale del termine. È una pratica che permette di allenare il pensiero critico e di incoraggiare un’azione consapevole.

A distanza di decenni dalla sua nascita, il Teatro dell’Oppresso è ancora utilizzato in scuole, università, carceri, centri sociali, contesti terapeutici e comunitari. Grazie a questo tipo di rappresentazione, infatti, si riesce a lavorare in maniera proficua in contesti anche particolarmente complessi, caratterizzati da difficoltà relazionali, abusi, tossicodipendenze.

Il Teatro dell’Oppresso è uno strumento che favorisce in modo semplice e immediato la conoscenza di sé e il coraggio di affrontare situazioni di disagio, sia di tipo individuale che collettivo. Il ribaltamento dei ruoli che questo tipo di rappresentazione presuppone ha infatti un significato profondo: se sono in grado di intervenire in una scena teatrale, allora forse potrei riuscire a farlo anche nella realtà, di qualsiasi tipo essa sia.

In un’epoca in cui ci troviamo spesso a essere spettatori passivi di problemi complessi, il Teatro dell’Oppresso offre quindi uno spazio per immaginare il cambiamento e per allenarsi a renderlo possibile.


Giulia Adamo Autrice presso La Mente Pensante
Giulia Adamo
Autrice
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