
La percezione di libertà è la stessa libertà
Con intervista al monaco buddhista Ven. Seiun
Image by Mohamed Nohassi on Unsplash.com
In questo articolo tratterò un concetto che in qualità di nomade digitale mi sta particolarmente a cuore: la libertà. È da tempo che desidero affrontare questa tematica, vagamente già sfiorata in altri articoli come Buddhismo Vipassana: come raggiungere il nirvana in soli 7 giorni, Il Risveglio della Coscienza e La paura ti limita, ma mai veramente approfondita. La motivazione a redigere un articolo dove il concetto di libertà la fa da protagonista mi venne qualche giorno fa, quando mi imbattei in un articolo di giornale riguardo a un recente progetto di Seiun, monaco buddhista e caro amico. In seguito alla lettura gli chiesi di partecipare alla stesura del mio articolo, e cortesemente mi diede la sua disponibilità a rispondere ad alcune domande riguardo al concetto di libertà dal suo punto di vista, quello buddhista. Nel corso della lettura incontrerai pensieri miei basati su esperienze personali e alla fine il parere dell’esperto.
La libertà non dipende dalle circostanze esterne
Come accennavo, soprattutto in qualità di nomade digitale, il tema della libertà mi sta particolarmente a cuore. Da qualche mese ho rallentato negli spostamenti, ma per tre anni mi sono continuamente scaraventato in giro per il mondo senza fermarmi. Già nel dicembre 2023 avevo pensato di stabilirmi temporaneamente in un luogo, nello specifico in Thailandia. In quel momento successero una serie di eventi che scatenarono in me un’angoscia costante che non avevo mai esperito prima d’ora. Non andrò nel dettaglio in quanto la natura degli eventi è irrisoria, quello che conta è l’importanza che io attribuivo ai medesimi eventi. Nonostante fossi apparentemente libero di andare e lavorare dove volessi e fare a tutti gli effetti quello che mi pareva, qualcosa dentro di me stava prendendo una piega storta: la mia mente stava diventando una forma di prigione. Non mi ero mai fermato a rifletterci, ma il mio stile di vita — in continuo movimento — denotava che per me in qualche modo questo era sintomo di libertà. Eppure, ora mi ritrovavo con questa angoscia che mi consumava da dentro, nonostante sul piano materiale fossi libero. Oggi sono consapevole che ciò che è successo è servito a farmi comprendere una lezione importantissima: Non importano le circostanze esterne: se sei prigioniero della tua stessa mente, non c’è libertà. La vera libertà è uno stato d’essere.
L’articolo in cui mi sono imbattuto di Seiun parla proprio di questo, il titolo infatti recita «Meditazione buddista in carcere: La libertà è nella propria mente».
Per questo motivo ho deciso di intervistare Seiun (intervista a fine articolo) e di sentire il suo parere a riguardo.
Uno shadow work (lavoro sull’ombra) senza fine
Come per tutti i lavori su sé stessi, la mia strada è ancora lunga. Per redigere questo articolo ho cercato di fare un punto della situazione sul mio shadow work con il concetto di libertà ricercando il termine “libertà” nel mio diario personale. La prima volta che apparse fu nel novembre del 2021, quando pensavo che l’imminente laurea avrebbe sancito l’inizio della mia libertà. Poi il tema si ripresentò nell’estate del 2023, dove venni messo alla prova da una circostanza esterna e iniziai a lavorare sui concetti di paura e libertà. Di nuovo, il concetto si ripresentò a dicembre 2023 (come già accennato) con il suo massimo picco causando stress e ansia.
È una tematica ricorrente, che ogni volta che si presenta nella mia vita è come se illuminasse lati ancora in ombra, costringendomi a lavorare sulla mia percezione di libertà in ambiti diversi: amore, lavoro, società ecc.
Intervista al Ven. Seiun
Che cosa significa essere liberi se la mente è il nostro primo carceriere? Quali sono secondo te, Seiun, le catene più sottili e difficili da vedere? Meditazione e osservazione possono essere una chiave per la libertà interiore? Come la vive un monaco?
Le catene più sottili sono quelle egoiche, ovviamente, che ti portano a trovare bellissime e ricche giustificazioni per difendere le tue azioni. Ma queste azioni che porti avanti sono unicamente indirizzate a te. Le giustifiche possono essere “ne avevo tutto il diritto”, “era l’unica cosa che potevo fare” ecc… Sono catene che avvolgono, che avvolgono totalmente, e diventano il tuo abito — o meglio, ti abbracciano. Queste sono le catene più pericolose perché in realtà sono subdole; non si fanno percepire facilmente. Tu vivi in una condizione di autodifesa, di autoprotezione e non te ne accorgi nemmeno; tanto che, in certe occasioni, sei convinto di fare del bene per altri o di prestare attenzione all’altro. Ma se ti soffermi a osservare più dettagliatamente, più in profondità, rischi di scoprire che tutto ciò in realtà è per un tuo interesse personale. Nell’aiutare l’altro tu stai in realtà facendo per l’ennesima volta una cosa che a te fa comodo fare, che tu vuoi fare, e l’altro diventa semplicemente il feticcio che tu utilizzi per giustificarti ancora una volta. Queste sono direi le catene più pericolose, ed è difficile identificarle e quindi discriminarle nei confronti delle azioni salutari, delle azioni non egoiche. La meditazione e l’osservazione attenta e profonda delle proprie dinamiche interiori, ovviamente, sono le due vie maestre per ottenere la vera liberazione interiore, la liberazione mentale. Ovviamente il monaco, prima di tutti, le deve praticare: è l’addetto ai lavori. E poi cerca, per chi lo desidera, di diffonderle anche ad altri. Il problema è che queste pratiche, queste tecniche, richiedono impegno, molto impegno, perché il cambiamento, il vero cambiamento, richiede di abbandonare sempre qualcosa di te. Però quel qualcosa probabilmente fino a quel momento ti ha abbastanza lusingato, ha solleticato molto il tuo ego. Quindi non è facile decidere di abbandonare.

Andrea Ferri
Interprete | Traduttore | Nomade Digitale
Bio | Articoli | Video Intervista AIPP Febbraio 2024
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