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Suggestione, contagio emotivo e perdita dell’identità individuale

Quando la “folla” prende il sopravvento sull’individuo

Image by Carson Arias on Unsplash.com


Nel campo della psicologia sociale, comprendere la differenza tra comportamento individuale e comportamento collettivo non è solo un esercizio teorico, ma una necessità cruciale per chi desidera cogliere le dinamiche profonde che muovono le masse, soprattutto nei tempi di crisi, incertezza o trasformazione culturale.

La logica che muove i comportamenti collettivi si discosta radicalmente da quella individuale, e le intuizioni di Gustave Le Bon nel suo celebre saggio “Psicologia delle folle”  (1895 ) offrono una lente sorprendentemente attuale per osservare questi fenomeni.

In esso Le Bon analiazza come l’individuo, all’interno di una folla, perda la propria identità cosciente e venga trascinato da un insieme di suggestioni, emozioni condivise e impulsi primitivi, fino a diventare parte di un organismo collettivo che pensa e agisce come un solo corpo. I tratti razionali, critici e responsabili che possono caratterizzare la sua personalità si dissolvono, lasciando spazio a comportamenti impulsivi, suggestionabili e regressivi.

La folla, semplicemente, non pensa: reagisce. Non valuta: aderisce. Non ragiona: crede.

Le folle non conoscono né il dubbio né l’incertezza e si pongono sempre agli estremi. I loro sentimenti sono sempre eccessivi.

Nell’ ambito del counseling, siamo soliti esplorare con l’individuo la sua complessità emotiva e favorire la sua capacità di scelta consapevole. Ma questa complessità si annulla quando l’individuo si fonde in un contesto collettivo dove viene meno il contatto con il proprio sentire profondo, con la capacità di discernimento, e prende il sopravvento una fusione che annulla la soggettività.

Questo processo è una vera e propria regressione della coscienza individuale a uno stadio più arcaico e istintuale: l’individuo immerso si lascia trascinare da una forza collettiva che diventa predominante sul pensiero individuale.

Si tratta di una condizione in cui l’individuo perde il senso di responsabilità personale, spostandolo all’esterno. All’interno di un contesto collettivo, infatti, la persona tende a percepirsi come anonima, meno esposta al giudizio e quindi più libera di agire in modi che, da sola, non oserebbe considerare.

In questa dinamica, la responsabilità delle proprie azioni viene inconsciamente attribuita all’insieme, riducendo il senso critico individuale e facilitando comportamenti altrimenti inibiti.

In questa condizione regressiva le folle, secondo Le Bon, non sono solo influenzabili ma affamate di essere guidate. Quando l’individuo si sente smarrito nella moltitudine, cerca una figura forte che dia senso, direzione, sicurezza ma il leader efficace in questo contesto non è quello razionale, argomentativo e riflessivo.

Ciò che funziona è il carisma, la presenza ipnotica, l’uso di poche parole d’ordine, semplici, cariche di emotività, ripetute ossessivamente. Termini come “popolo”, “verità”, “tradimento”, “onore”, diventano slogan più che concetti, e la loro forza non sta nella chiarezza ma nella capacità evocativa.

Parole non argomentate, ma capaci di accedere al livello primitivo dell’inconscio collettivo. È il linguaggio dell’arcaico che fa presa: non quello della logica, ma quello dell’emozione.

In questo senso, l’opera del leader si muove su un piano manipolativo profondo, alimentato dalla ripetizione, dalla semplificazione e da una retorica polarizzante che divide il mondo in buoni e cattivi, in giusto e sbagliato, in noi e loro.

La folla risponde a questa semplificazione con entusiasmo, perché è proprio la complessità della realtà a risultare insostenibile per una psiche collettiva che ha abbandonato ogni funzione critica.

Così, la polarizzazione prende il sopravvento e apre la strada a dinamiche distruttive: la folla tende alla violenza, alla giustizia sommaria, alla punizione.

Privata della propria coscienza individuale, la massa opera come un organismo unico, dominato da reazioni emotive incontrollate.

La suggestione collettiva, descritta da Le Bon, agisce come un contagio: un gesto, una parola, uno sguardo bastano per attivare un’escalation emozionale.

Nel counseling, conosciamo bene quanto le emozioni siano contagiose e come l’identità personale si possa rafforzare solo attraverso la consapevolezza dei propri confini.

Nella folla, invece, i confini si dissolvono: la paura di uno diventa la paura di tutti, l’odio si moltiplica. Tutto si amplifica in modo incontrollabile. In questo scenario, il lavoro del counselor assume una funzione etica fondamentale: promuovere consapevolezza, radicamento, pensiero critico.


Le folle non abitano più le piazze

Ma oggi le folle, di cui parlava Le Bon,  non sono più soltanto fisiche, radunate nelle piazze o nei cortei: oggi si muovono, si formano e si sciolgono nei territori digitali, in particolare sui social network. Ma i meccanismi che le governano restano gli stessi.

Anche nello spazio virtuale assistiamo a una semplificazione estrema del pensiero, alla diffusione di slogan efficaci ma superficiali, alla polarizzazione delle opinioni.

Il contagio emotivo si propaga con rapidità, alimentato da immagini forti, frasi brevi, emozioni condivise. Si forma una sorta di mente collettiva in cui la riflessione critica cede spesso il passo all’istinto e all’identificazione di gruppo.

In questo scenario emergono nuove figure carismatiche, influencer, leader d’opinione, comunicatori abili, capaci di mobilitare grandi numeri di persone con poche parole, purché cariche di pathos.

Le loro affermazioni non devono essere necessariamente fondate o complesse: è sufficiente che tocchino corde emotive, che offrano risposte semplici a problemi complessi, che identifichino un nemico e offrano un senso di appartenenza.

Il populismo, in tutte le sue declinazioni, sfrutta a pieno queste dinamiche. Alimenta paure diffuse, costruisce narrazioni divisive, si propone come unica voce autentica in un mondo percepito come confuso e minaccioso.

In questo contesto, la logica cede spesso il passo all’emozione, e il bisogno di appartenenza prevale sul desiderio di verità.

La verità, come scrisse Le Bon, non interessa alle folle:

Dinanzi all’evidenza che la contraddice, si rifiutano di ammetterla. Preferiscono deificare l’errore, se esso le seduce.


Counseling e prevenzione: educare alla consapevolezza

Il counseling  può rappresentare uno spazio di resistenza, un laboratorio per lo sviluppo di coscienze critiche, capaci di riconoscere questi meccanismi. L’identità, l’autonomia di pensiero, la capacità di sentire in modo autentico sono risorse preziose per non essere travolti dalla folla.

Mi trovo spesso a lavorare con persone che si sentono perse, smarrite, confuse. Ed è proprio in questi momenti che l’adesione a visioni collettive forti può sembrare una soluzione.

Ma è una soluzione illusoria, che comporta la rinuncia alla propria unicità. Il compito del counseling è quello di accompagnare la persona a ritrovare il proprio centro, a distinguere le proprie emozioni da quelle indotte, a non farsi travolgere, a comprendere se le proprie convinzioni sono autentiche o nascono da un bisogno di ‘appartenenza’.

Educare all’ascolto interiore è una forma di prevenzione, un antidoto contro la manipolazione perchè riconoscere di essere influenzabili è il primo passo verso la libertà.


Bibliografia

La psicologia delle folle – Gustave Le Bon


Raffaella Lione Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Raffaella Lione
Counselor Relazionale
Bio | Articoli | Video Intervista AIIP Aprile 2024
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