
Sia fatta la tua volontà
La resa attiva per l’abbandono del controllo
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Ho sempre avuto con la fede e il cristianesimo un rapporto piuttosto controverso: portata per natura alla liturgia e alla ritualità, affascinata dal simbolismo e dal misticismo ma refrattaria alle gerarchie e alle chiusure ideologiche, ho sperimentato a ondate conflitti con la mia educazione cattolica.
Da quando pratico e insegno yoga ho riscoperto una fede che non ha niente a che fare con la religione, ma con la spiritualità e il Cristo della mia educazione d’infanzia è diventato, per me, la summa culturalmente più vicina, tra molti insegnamenti davvero simili che ho rintracciato in altre religioni e devozioni.
Ragionando sul lasciar andare, non ho potuto che osservare come, a dispetto di quanto la società sembri suggerire quotidianamente, tutti i principali testi sacri parlino di resa. Affidarsi a dio, di cui siamo dirette scintille ed emanazioni. È una resa sì – e parrebbe una sconfitta – ma è attiva, perché consapevole, scelta, desiderata, vivificata dalla fede.
Questo invito alla resa attraversa culture e fedi:
Cristianesimo → “Sia fatta la tua volontà” (fiducia, obbedienza).
Ebraismo → Salmo 143:10 “Insegnami a fare la tua volontà” (discepolato, alleanza).
Islam → “In shā’ Allāh” (se Dio vuole)
Induismo → “Abbandonati a me” (Bhagavad Gītā 18.66), Ishvara-pranidhana (resa devota).
Nella nostra quotidianità occidentale, però, il principio sembra quasi controintuitivo.
Siamo stati educati (direttamente o indirettamente) a credere che tenere duro sia una virtù: perseveranza, determinazione, resistenza sono qualità che ammiriamo.
Ma cosa succede quando quel “tenere” diventa gabbia?
“Lasciare andare” non è lo stesso che “arrendersi” o “cedere”.
Non vuol dire diventare passivi, ma liberarsi da ciò che trattiene — siano pensieri, aspettative, rancori, attaccamenti materiali o emotivi — per poter vivere in modo più leggero, autentico, meno dominato dalla paura del passato o dall’ansia del controllo.
Il Non-attachment / distacco è un tema comune in psicologia (e nelle tradizioni religiose/filosofiche). Legarsi troppo a oggetti esterni, identità rigide, performance, ricordi può generare ansia, senso di fallimento, peso continuo.
Studi fenomenologici descrivono “lasciare andare” come un processo dinamico: non un taglio netto, ma una danza tra il trattenere e il rilasciare. Il soggetto può oscillare, cadere, risalire.
Va poi considerato il concetto di seconda forma di controllo: non il controllo diretto su tutto, ma la capacità di controllare come reagiamo, cosa tratteniamo dentro, come ci rapportiamo al cambiamento. Lasciare andare è accettare che non tutto è sotto il nostro potere.
In tradizioni come il buddismo, l’induismo o lo stoicismo, il distacco (non-attachment) è centrale: la sofferenza (dukkha) nasce dall’attaccamento, dal dolore per ciò che perdiamo o non possiamo controllare.
Il concetto sanscrito Upeksha (o Upekkha in pali), per esempio, indica equanimità, non attaccamento, uno sguardo paritario verso tutto ciò che accade, senza identificarsi con l’evento.
In spiritualità contemporanea si parla molto di surrender (resa), di accettazione radicale della realtà così com’è, incluso il dolore, senza pretese che sia altrimenti. Questo non toglie la volontà di migliorare, ma libera le energie da lotte interiori inutili.
È importante chiarire cosa non è “lasciare andare”:
Non è negazione: il passato, le ferite, le relazioni non spariscono; ma possiamo smettere di essere governati da esse.
Non è apatia o indifferenza: lasciar andare non toglie il valore delle cose; semmai cambia il modo in cui le portiamo dentro.
Non è rinuncia a responsabilità: qualcuno potrebbe temere che “mollare” significhi non prendersi cura, non amare più, non lottare. Invece, lasciare andare è anche riconoscere i limiti del controllo personale e scegliere come investire le proprie energie.
Lasciare andare è una forma di liberazione: dalla paura, dal bisogno di approvazione, dall’identità fatta di ruoli, doveri, aspettative altrui. È vincere – se non si riesce, ironicamente, a lasciare andare questa dicotomia vittoria/resa – non contro qualcosa, ma per qualcosa: per sé, per vivere più leggermente, con più presenza, con più spazio al respiro. Nella pratica tutto questo non si raggiunge in un click. Come tutti i cambiamenti è necessaria attenzione, autoregolazione, accettazione di sé e una certa disciplina. Piano piano, partendo da piccole cose, auguro a me e a voi, di lasciare andare. Di lasciarvi andare.

Marialuisa Ferraro
Insegnante di yoga, chitarrista, docente di musica
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