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Creatività: una competenza per sentirsi liberi

Riscrivere se stessi oltre le storie che ci definiscono

Image by averie woodard on Unsplash.com


Quando si parla di creatività si pensa alle discipline artistiche come l’arte, la musica, la danza. Ci vengono subito in mente gli artisti che riescono a creare cose straordinarie che ci lasciano a bocca aperta. In realtà questo è solo uno stereotipo diffuso, in quanto la creatività è una dimensione che ha molte sfaccettature e, soprattutto, non è esclusivo appannaggio di alcune persone, ma piuttosto rappresenta una risorsa che abbiamo dentro tutti, almeno come potenziale intrinseco che talvolta rimane per sempre inespresso. La creatività può essere allenata e sviluppata e, per essere “alimentata”, bisogna imparare a lascarsi andare, bisogna entrare in un flusso, liberandosi di rigidità e di percorsi precostituiti.

La creatività è, inoltre, una risorsa utile al cambiamento interiore, in quanto ci permette di trasformare la nostra vita, la nostra visione di noi stessi, degli altri e del mondo. Da questo punto di vista, ci sono approcci psicoterapeutici, come quello postmoderno costruttivista della terapia narrativa, che si basano proprio sul cambiare la propria storia personale per aprirla verso nuovi orizzonti. La creatività ci permette di riscrivere la nostra storia per esprimere le nostre risorse potenziali, ci permette di allontanarci da una visione rigida e “congelata” di noi stessi per arrivare ad esprimere sempre di più il nostro nucleo autentico, la nostra vera anima, andando al di là ed oltre la “maschera identitaria” che ci siamo costruiti nel tempo.


La creatività come competenza trasversale

La creatività è una competenza strategica e trasversale, indispensabile per navigare la complessità e l’incertezza dell’attuale società. Questa importante soft skill rappresenta il risultato dell’interazione tra elementi cognitivi ed affettivi ed è un processo in due fasi:

  • una fase generativa (di intuizione), in cui vengono prodotte una serie di potenziali soluzioni ad un problema;
  • una fase esplorativa o valutativa (di analisi), in cui vengono vagliate le diverse opzioni e poi viene selezionata quella migliore.

Pertanto, la creatività è il risultato di processi complementari come deduzione e intuizione, ragione e immaginazione, emozione e riflessione, pensiero divergente e pensiero convergente e, per emergere, ha bisogno di stati emotivi positivi quali felicità ed euforia (State of Mind, 2026).

Esistono numerose tecniche per stimolare e allenare la creatività: il brainstorming, il pensiero laterale, la contaminazione tra discipline diverse, l’attività fisica, momenti di “focus dispersivo” (Scatter Focus Mode: Bailey, 2020), quando la mente è libera di vagare mentre si compiono attività a basso sforzo cognitivo (ad esempio: fare una passeggiata), il contatto con la natura, la mindfulness, il gioco e un’attitudine all’apertura mentale e alla curiosità.

Il pensiero creativo segue un processo strutturato in quattro fasi (Wallas, 1926):

  1. Preparazione: raccolta di informazioni, analisi del problema e delle possibili soluzioni guidata dalla curiosità;
  2. Incubazione: periodo in cui il problema viene lasciato da parte e la mente elabora le informazioni a livello inconscio, mentre è impegnata in altre attività, permettendo di lasciare spazio all’intuizione;
  3. Illuminazione (Insight): improvvisa spontanea apparizione della soluzione o dell’idea, spesso inaspettata, perché avviene in momenti di relax in cui l’attenzione non è focalizzata;
  4. Verifica: la fase finale in cui l’idea viene valutata, perfezionata e applicata concretamente.

La dimensione neurobiologica della creatività

Dal punto di vista neurobiologico, la creatività è un fenomeno naturale complesso che emerge dall’interazione dinamica di diverse aree e circuiti cerebrali quali:

  • la corteccia prefrontale, che si occupa della pianificazione, della presa di decisioni e della sintesi di informazioni complesse;
  • il sistema limbico, legato alle emozioni, che interagisce con i processi cognitivi per dare vita all’atto creativo;
  • le strutture sottocorticali (quali talamo, ippocampo, corpo striato, cervelletto e corpo calloso) che partecipano attivamente al processo di elaborazione e associazione di idee.

Sembra inoltre che i due emisferi collaborino nel processo creativo:

  • l’emisfero sinistro ci permette di gestire facilmente le situazioni che già conosciamo (situazioni di “familiarità cognitiva”), utilizzando regole e schemi di ragionamento già acquisiti in passato;
  • l’emisfero destro interviene di fronte a situazioni inedite (situazioni di “novità cognitiva”) e nella generazione di intuizioni originali.

Si è riscontrato che individui altamente creativi mostrano una grande flessibilità e una maggiore capacità di passare rapidamente da una modalità di pensiero analitica ad una divergente, e che i processi creativi sono strettamente legati alla neuroplasticità cerebrale, ovvero alla capacità del cervello di creare nuove connessioni neurali in risposta all’esperienza. Allenare la creatività, pertanto, può potenziare la “riserva cognitiva”, aiutando il cervello a far fronte ai danni legati all’invecchiamento o a patologie degenerative. Infine, come suddetto, un ambiente ricco di stimoli, l’esercizio fisico e persino il contatto con la natura si sono dimostrati fondamentali per migliorare il pensiero creativo, aumentando l’ossigenazione e l’attività cerebrale.


Oltre la soglia della coscienza: le radici invisibili della creatività

Il processo creativo si determina spesso a livello non cosciente, o, più specificatamente, in quello che viene definito inconscio cognitivo. Infatti, mentre la parte cosciente delle mente può gestire solo una quantità limitata di informazioni, l’inconscio cognitivo può elaborare simultaneamente numerosi elementi, facilitando la nascita di connessioni inaspettate che emergono poi alla coscienza come improvvise illuminazioni o insight (Gentile, 2021).

Approfondendo, può essere interessante riprendere quanto concettualizzato da Jung (1954), che ha collegato la creatività all’Ombra, il lato oscuro e inconscio della nostra personalità, dove risiedono gli aspetti che rifiutiamo di noi stessi, i talenti non sviluppati e gli impulsi primitivi. Questa parte “non riconosciuta” di noi comprende anche delle qualità che Jung chiama “ombra luminosa”. La necessità di conformarci e adattarci alle richieste e alle aspettative familiari, sociali e culturali per sopravvivere ed essere accettati, evitando il giudizio negativo degli altri, ci porta a rifiutare questi aspetti di noi e ad indossare una “maschera sociale”. Secondo Jung, la creatività nasce dalla presa di consapevolezza e dall’integrazione di questa parte oscura di noi, ossia dal confronto con i propri limiti, con i propri fallimenti e con le proprie mancanze. Solo questa integrazione ci permette di liberare le nostre potenzialità creative e di attingere alla nostra forza vitale.


Usare la creatività per ristrutturare la propria narrazione limitante

La creatività è una risorsa importante anche per il cambiamento interiore in un percorso psicoterapeutico verso il benessere, perché consente di trasformare e ristrutturare storie di vita limitanti.

In particolare, la terapia narrativa (un approccio psicoterapeutico postmoderno e costruttivista: White & Epston, 1990; Bruner, 2002; Demetrio, 1996; Parry, 1997) si fonda sull’assunto che strutturiamo la nostra esistenza e la nostra identità sulla base di una storia che impariamo a raccontare a noi stessi per dare senso alla nostra vita; questa storia che ci raccontiamo organizza le nostre esperienze nel tempo, fornendoci coerenza e identità. Tuttavia, essendo costruita a partire da messaggi ricevuti dall’ambiente familiare e sociale, in alcuni casi, può risultare limitante e dare origine a problematiche, diventando una “gabbia identitaria”.

Questo significa che la trama di vita che ci raccontiamo e che raccontiamo agli altri non è una verità oggettiva, ma piuttosto la nostra visione di noi stessi, degli altri e del mondo. Basta scorrere un diario personale scritto nel tempo, per accorgersi di quanto la narrazione della propria vita si modifichi pagina dopo pagina, anno dopo anno.

Inoltre, secondo questo approccio narrativo, ogni persona ha al suo interno “molteplici sé” che le permettono di creare molteplici narrazioni possibili. Questo significa che, se la narrazione che ha costruito è limitante e frutto di messaggi genitoriali negativi e opprimenti, l’individuo, insieme al terapeuta, ha la possibilità de-costruirla per poi co-costruire storie che offrono maggiore libertà e speranza, per co-creare nuovi significati, enfatizzando le proprie risorse e potenzialità. Da questo punto di vista, il passato stesso può essere ri-costruito in modo da acquisire significati diversi.

Tre sono gli step da compiere in terapia per creare una nuova narrazione di sé:

  1. De-costruzione: smantellamento di una vecchia storia o di un senso di sé limitante, creando una distanza che permette di osservare il problema con uno “sguardo nuovo”;
  2. Creazione: costruzione di una nuova storia con un nuovo senso di sé e nuove possibilità;
  3. Reintegrazione: inserimento di questo nuovo sé nell’insieme totale delle proprie esperienze per rendere solido e operativo il cambiamento. Si tratta di fare in modo che la nuova narrazione non sia solo un “pensiero passeggero”, ma una nuova struttura cognitiva che dia coerenza alla propria storia, permettendo al passato di essere “ricolorato” e riletto alla luce del presente (Allen & Allen, 1995, 1997).

Il terapeuta ha il compito di:

  • co-costruire e co-creare con il cliente nuove storie possibili;
  • convalidare il cambiamento, testimoniando e validando la nuova narrazione.

È quindi nell’interazione tra cliente/narratore e terapeuta/ascoltatore che possono emergere nuove narrazioni, attraverso il dialogo (Masci, 2001).


Andare oltre la propria storia per essere veramente se stessi

La capacità di creare continuamente nuove storie su di noi, sugli altri e sulla vita ci permette di esprimere veramente e pienamente noi stessi. Crescere in maniera consapevole in autenticità, infatti, implica il perseguire la libertà di non identificarsi totalmente con la propria storia: l’identità più autentica è fluida e nasce dall’abbandonare ogni rigida narrazione che costruiamo su di noi. Una storia che ci definisce e blocca qualsiasi altra opzione possibile, infatti, finisce per far rimanere inespresse le nostre risorse e per bloccare le nostre molteplici opportunità.

Per esemplificare, se racconto a me stesso e agli altri che “sono una persona pigra, che ama stare sola, con uno sguardo pessimista verso il futuro e che riceve dagli altri sempre delle fregature”, e mi identifico con questa visione di me stesso, farò andare la mia vita in questa direzione, una direzione di isolamento e solitudine. Se, invece, imparo a creare un’altra narrazione su di me, una narrazione alternativa, ad esempio “sono in grado di prendere l’iniziativa e creare delle situazioni di interazione vera e autentica con gli altri; posso riuscire ad ottenere ciò che desidero e sono fiducioso in me stesso e negli altri”, la mia prospettiva di vita cambierà radicalmente: con questa visione rinnovata di me, degli altri e della vita, posso direzionare il mio destino in maniera completamente diversa.

Per trovare benessere e serenità bisogna riconoscere che, sebbene la nostra storia ci fornisca una necessaria “facciata sociale”, la nostra essenza risiede nella capacità di lasciare andare questa falsa identità (Fischer, 2010). Questo implica sospendere qualsiasi giudizio e valutazione su di noi per permettere al processo creativo di fluire senza ostacoli e renderci liberi in uno stato di pura presenza, dove l’autenticità non è condizionata dai ruoli sociali (Berzin, 1995).

Questo è anche l’insegnamento del Buddha, secondo cui non esiste un’identità fissa e assoluta (GATE, 2026), non esiste un “io” immutabile e permanente che abita il nostro corpo: questo è soltanto qualcosa di illusorio a cui la persona si attacca. Il nostro “io”, piuttosto, cambia continuamente, istante dopo istante, e noi non siamo mai gli stessi, siamo un flusso in costante trasformazione. Con le pratiche meditative è possibile imparare a stare in contatto con il presente e con questo continuo modificarsi dell’esperienza del nostro essere.

In questa prospettiva, la creatività non è soltanto la capacità di generare nuove idee o riscrivere la propria storia, ma anche la possibilità di non identificarsi completamente con essa. Le narrazioni che costruiamo ci orientano, ma non ci definiscono in modo assoluto.

È nello spazio tra una storia e l’altra, nel momento in cui smettiamo di aderire rigidamente a ciò che pensiamo di essere, che può emergere una dimensione più autentica e profonda del sé. Così, la creatività diventa non solo un atto di costruzione, ma anche un atto di libertà: la libertà di essere, oltre ogni definizione.


Bibliografia

Allen, J.R. & Allen, B.A. (1995). Narrative theory, redecision therapy, and postmodernism, Transactional Analysis Journal, 25, 327-334.
Allen, J.R. & Allen, B.A. (1997). A new type of Transactional Analysis and one version of script work with a constructionist sensibility, Transactional Analysis Journal, 27(2), 89-98.
Bailey, C. (2020). Hyperfocus: how to work less to achieve more. Londra: Pan Macmillan.
Berzin, A. (1995). Identificare il falso “io” (C. Mascarello, Trad.), Trascrizione di un seminario, Berlino, Germania da https://studybuddhism.com (consultato in data 06/04/2026).
Bruner, J. (2002). La fabbrica delle storie. Diritto, letteratura, vita. Roma-Bari: Laterza.
Demetrio, D. (1996). Raccontarsi. L’autobiografia come cura di Sé. Milano: Cortina
Fischer, N. (2010). Tornare a casa. Un commento zen all’Odissea. Torino: Edizioni La Parola.
GATE. Che cosa sono i tre segni dell’esistenza? da https://gategate.it/1-2-4-i-tre-segni-dellesistenza (consultato in data 07/04/2026).
Gentile, A. (A cura di) (2021). La creatività: Atti del Convegno di Studi Interdisciplinari (Roma, 29–30 maggio 2019). Università degli Studi Guglielmo Marconi, Dipartimento di Scienze Umane.
Jung, C.G. (1954). Psicologia della figura del Riccone, in Opere (vol. 9). Milano: Bollati Boringhieri.
Masci, M. G. (2001). Il costruttivismo: “Un ponte verso il futuro dell’Analisi Transazionale”, Rivista Italiana di Analisi Transazionale e Metodologie Psicoterapeutiche, 3(40, 7-23.
Parry, A. (1997). Why we tell stories: the narrative construction of reality, Transactional Analysis Journal, 27(2), 118-127.
State of Mind. Creatività: Come possiamo definire la creatività? È davvero una dote innata o tutti possiamo essere creativi? Come si può stimolare il processo creativo? da https://www.stateofmind.it/creativita (consultato il 01/04/2026).
Wallas, G. (1926). The art of thought. London: Jonathan Cape.
White, M. & Epston, D. (1990). Narrative means to therapeutic ends. New York: W. W. Norton & Company.


Dott.ssa Claudia Cioffi Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Claudia Cioffi
Psicologa e Psicoterapeuta Analitico Transazionale
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