
La crisi dell’empatia e la sfida dell’ascolto nel mondo contemporaneo
Come Disclosure Day interroga le nostre relazioni
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L’uscita nelle sale dell’ultima pellicola di Steven Spielberg, “Disclosure Day”, offre lo spunto per un’analisi sociologica e psicologica precisa. Il presente articolo esamina come il contatto con la forma di vita aliena diventi metafora della crisi comunicativa contemporanea, proponendo un superamento della paura del diverso attraverso l’ascolto e la riscoperta della nostra unicità all’interno della trama relazionale.
Il canone spielberghiano
Anzitutto si assiste ad una riproposizione classica, non tanto del tema fantascientifico in sé, quanto piuttosto della modalità di trattazione di un nucleo canonico della letteratura e del cinema: la forma di vita aliena che – attraverso le più svariate vicissitudini – entra in contatto con la specie umana.
Se le ultime produzioni cinematografiche – specialmente hollywoodiane – avevano approcciato tale realtà tramite forme differenti, distopiche o marcatamente innovative, il regista americano compie una scelta in controtendenza: Spielberg ripropone infatti canovacci narrativi classici, che richiamano le atmosfere protettive e al contempo epiche delle sue prime opere.
Quanto effettivamente cambia e si evolve in quest’opera riguarda la profonda sottolineatura dell’interazione tra forme di vita senzienti e coscienti apparentemente lontane: in particolare, della sostanza intima di quell’interazione.
La crisi dell’empatia
Partendo idealmente dalla conclusione della pellicola – il drammatico ed impeccabile “Listen” pronunciato da una come sempre magistrale Emily Blunt – emerge chiaramente l’attribuzione alla volontà aliena di una sensibilità squisitamente rogersiana. Carl Rogers indicava nell’ascolto autentico la chiave per la crescita dell’individuo: nella trattazione di Spielberg, questa visione si rivela in maniera lampante attraverso la contrapposizione tra due “mondi”.
Da un lato troviamo una forma di vita – quella aliena – che si dimostra ancora profondamente interessata al contatto, alla comprensione reciproca e all’interazione autentica; dall’altro si staglia la forma di vita umana, che sembra invece aver smarrito l’appiglio a due degli elementi chiave che dovrebbero contraddistinguerla in quanto specie eminentemente sociale: l’ascolto dell’altro e l’empatia.
Nel macrocontesto di una crisi geopolitica globale, che tanto sembra nascere dalle tracce profonde che la realtà contemporanea sta imprimendo nel terreno di fronte a sé, la pellicola pone con forza l’attenzione sulla necessità di un ritorno ad un ascolto reale ed efficace. Solo una comunicazione autentica può consentire la creazione di un ponte stabile tra coloro che si riconoscono come simili e coloro che all’apparenza sembrano non esserlo.
Il richiamo all’ascolto da parte della forma di vita aliena sancisce l’urgenza di ristabilire legami e connessioni capaci di conciliare differenze e alterità. Questo deve avvenire all’interno di un quadro relazionale e sociale che inverta la tendenza individualistica – drammaticamente attuale – alla mera preservazione del proprio interesse. Le dinamiche conflittuali del mondo contemporaneo si devono in gran parte alla radicata difficoltà, da parte di individui e gruppi, di integrare ed accogliere prospettive diverse dalle proprie.
In questo senso la paura dell’alieno, del diverso, dell’estraneo, sfocia – nella pellicola come nella vita quotidiana – in due comportamenti antitetici ma parimenti disfunzionali: la volontà di sopraffazione, perfettamente rappresentata dall’agenzia governativa che risponde alla scoperta con la forza, la militarizzazione e il tentativo di controllo egemonico; la volontà di celare l’esistenza dell’altro, incarnata dalla figura della giovane ex novizia che tenta di nascondere la rivelazione per non destabilizzare le proprie certezze.
Risulta particolarmente interessante soffermarsi su come quest’ultimo personaggio faccia esperienza profonda della rivelazione aliena: in lei si genera un senso di smarrimento totale legato alla potenziale messa in discussione del proprio Dio e, simultaneamente, un’angoscia profonda connessa alla perdita di unicità biologica e spirituale della propria specie di appartenenza.
La fenomenologia dell’alterità e il contributo delle neuroscienze
L’unicità, tuttavia, non è data dall’esclusività o dall’isolamento solipsistico. Come insegna magistralmente la fenomenologia dell’alterità e come dimostrano i risultati neuroscientifici più aggiornati sul funzionamento del sistema specchio, le persone trovano il proprio autentico senso di unicità nel momento in cui portano le proprie peculiarità all’interno delle relazioni sociali in cui risultano culturalmente intessute.
Allo stesso modo, traslando il discorso su un piano peculiarmente esistenziale, la presenza di altre forme di vita consapevoli nello spazio-tempo del nostro universo in espansione non cancellerebbe affatto le peculiarità della specie umana. Al contrario, allargherebbe lo spettro d’applicabilità del concetto espresso in precedenza: gli individui costruiscono la propria identità nella misura in cui si rispecchiano nell’altro; il richiamo dell’alieno all’ascolto rappresenta la condizione fondamentale affinché le persone possano di nuovo sperimentare connessione con ciò che le circonda, sia questo terrestre o extraterrestre. Spielberg – attraverso la metafora fantascientifica – lancia un monito socio-pedagogico urgente: riscoprire l’ascolto per deviare la traiettoria della specie umana dalla deriva dell’isolamento.

Dott. Andrea Bertocchi
Dottore magistrale in Filosofia e Forme del Sapere
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