
L’ortoressia nervosa: quando mangiare sano diventa un’ossessione
La linea sottile tra benessere e sofferenza
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Andrea, 38 anni, manager, organizza la sua giornata intorno al cibo e all’allenamento. Evita inviti, viaggi e situazioni non controllabili. Afferma: “Non posso mangiare qualsiasi cosa. Il mio corpo è il mio progetto”.
Quando non riesce a rispettare le regole prova ansia intensa, senso di fallimento e bisogno di compensare con un allenamento rigoroso ed una dieta ferrea ad alto contenuto proteico.
La storia di Andrea non rappresenta un caso eccezionale. Negli ultimi anni, si sta osservando un cambiamento significativo nelle forme del disagio alimentare. Accanto ai quadri clinici tradizionali, come anoressia e bulimia nervosa, emergono manifestazioni più sfumate e socialmente accettate, spesso mascherate da attenzione alla salute, alla forma fisica o al benessere.
Tra queste, l’ortoressia nervosa occupa una posizione sempre più rilevante (Atzeni et al., 2020). Sebbene non sia ancora riconosciuta come categoria diagnostica autonoma nei principali manuali internazionali come il DSM-5-TR (APA, 2022; Bratman e Dunn, 2016; Novara et al., 2021), la crescente letteratura scientifica evidenzia l’impatto negativo che ha sul funzionamento psicologico, relazionale e sociale degli individui.
Il fenomeno si inserisce in un contesto epidemiologico caratterizzato da un aumento generale dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, che in Italia rappresentano una delle psicopatologie con il più alto tasso di mortalità (Conti, 2026); si stima che oltre tre milioni di persone convivano con un disturbo alimentare e che circa il 15% di esse presenti caratteristiche riconducibili all’ortoressia. Le rilevazioni più recenti segnalano inoltre un incremento del 40% dei casi di disturbi alimentari sull’intero territorio nazionale e un preoccupante abbassamento dell’età di esordio (il 30% dei pazienti ha meno di 14 anni), delineando quella che molti studiosi definiscono ormai una vera e propria “epidemia sociale”.
Identikit dell’ortoressia
L’ortoressia è definita come una preoccupazione ossessiva per il cibo sano, percepito come “puro” o “corretto” (Bratman e Dunn, 2016; Donini et al., 2004). Anche se non c’è un accordo in proposito nella letteratura scientifica (Novara et al., 2021; Atzeni et al., 2020), l’ortoressia ha tutte le caratteristiche di una forma di dipendenza comportamentale; in particolare potrebbe essere considerata una “dipendenza da cibo” (food addiction), in quanto, come le altre forme di disturbo dell’alimentazione, si caratterizza per un’ossessione per il controllo del cibo.
Ma qual è il profilo delle persone maggiormente esposte al rischio di sviluppare questa problematica? A differenza di altri disturbi alimentari, l’ortoressia mostra una maggiore diffusione nella popolazione maschile ed è frequentemente associata alla ricerca della performance fisica, della muscolosità e del controllo corporeo. Le percentuali più elevate si registrano infatti tra sportivi, frequentatori abituali di palestre e atleti (Hafstad et al., 2023).
L’età maggiormente coinvolta è compresa tra i 18 e i 35 anni (sebbene si registri un aumento della prevalenza nella fascia d’età tra gli 8 e i 17 anni, specialmente tra i maschi; Hafstad et al., 2023; Atzeni et al., 2020), una fascia particolarmente esposta all’influenza dei social media e dei modelli culturali che associano il valore personale alla forma fisica, alla disciplina alimentare e all’ottimizzazione costante del corpo. In questo scenario, la ricerca della salute rischia di trasformarsi in un’ossessione per la purezza alimentare, fino a compromettere la qualità della vita, le relazioni sociali e il benessere psicologico.
Spesso, inoltre, come per gli altri disturbi alimentari, esiste una difficoltà di accesso alle cure che incide direttamente sulla mortalità. Le principali criticità includono:
- Carenza di centri residenziali e semiresidenziali;
- Strutture che non accettano pazienti sotto i 14 anni;
- Natura egosintonica dei sintomi (il paziente non percepisce il comportamento come problematico) e stigmatizzazione sociale che ritardano la richiesta di aiuto.
L’inganno della perfezione alimentare
A differenza degli altri disturbi del comportamento alimentare, l’ortoressia si caratterizza per un focus sulla qualità e sulla provenienza degli alimenti, piuttosto che sulla loro quantità. L’attenzione è rivolta alla purezza e all’assenza di “contaminazione” del cibo (che deve essere biologico, privo di OGM…).
Non si manifesta come una condizione netta, ma come un continuum che parte da un interesse salutare per l’alimentazione e può evolvere fino a una patologia invalidante (Novara et al., 2021):
- a un estremo del continuum si colloca la “healthy orthorexia” (o ortoressia salutare) caratterizzata da un marcato interesse per l’alimentazione salutare che non compromette il funzionamento sociale, fisico o psicologico e non è accompagnata da una significativa sofferenza emotiva. Questa condizione interesserebbe circa il 20-40% della popolazione;
- all’estremo opposto si trova l’ortoressia nervosa, in cui la cura dell’alimentazione assume un ruolo ossessivo e identitario, interferendo significativamente con la qualità della vita. Si stima che questa condizione riguardi mediamente tra l’1% e il 7% della popolazione (Atzeni et al., 2020).
Se il mangiare sano è caratterizzato da flessibilità, l’ortoressia nervosa è guidata da regole percepite come inviolabili e da rituali complessi di pianificazione, acquisto e preparazione del cibo, che possono occupare molte ore della giornata a discapito delle relazioni sociali e delle attività lavorative. Quando si mangia in maniera “sbagliata”, trasgredendo le rigide regole autoprodotte, ci si sente “contaminati”, in difetto, e scatta una forte autocritica che determina un profondo senso di colpa e talvolta di vergogna. La trasgressione genera un intenso distress emotivo con ansia e comportamenti compensatori, come restrizioni ancora più severe. Il timore della “contaminazione” alimentare porta, inoltre, a evitare cibi preparati da altri e situazioni conviviali, favorendo un progressivo isolamento sociale.
L’ortoressia e la dipendenza da sport
In alcuni casi l’ortoressia si presenta strettamente correlata alla cosiddetta “exercise addiction” ossia alla dipendenza da sport (Zohar et al., 2023). Il “mangiare sano”, infatti, può diventare funzionale a mantenere il controllo corporeo e a raggiungere ideali estetici come il corpo atletico, tonico, muscoloso e definito. In questo caso la qualità del cibo viene valutata non tanto e non solo per la sua “purezza” e per il fatto che sia salutare, quanto piuttosto come strumento per la crescita muscolare: l’attenzione è sull’assunzione di proteine, di macronutrienti e integratori o altre sostanze in grado di accelerare i risultati fisici che si vogliono ottenere.
Esiste inoltre una sovrapposizione clinica molto forte tra ortoressia e vigoressia (o dismorfia muscolare; Wachten e Strahler, 2026), un disturbo caratterizzato da una percezione distorta del proprio corpo, in cui il soggetto, pur essendo spesso muscolarmente ipertrofico, si percepisce come gracile o poco muscoloso, manifestando un’ossessione per una massa muscolare insufficiente. In questi casi si utilizzano regimi alimentari ortoressici per “pulire” il corpo e permettere ai muscoli di emergere, creando un circolo vizioso in cui l’insoddisfazione per il proprio tono muscolare alimenta restrizioni alimentari sempre più severe. L’ortoressia, pertanto, può rappresentare una strategia per gestire l’ansia legata all’immagine corporea, a quell’ideale estetico promosso così fortemente dalla cultura sociale odierna.
Quando il desiderio di muscolosità guida l’ortoressia, il distress emotivo aumenta drasticamente. La trasgressione alle ferree regole alimentari che l’individuo si impone non è solo vista come possibile causa di una “contaminazione” biologica, ma anche come un fallimento che impedisce il raggiungimento dell’ideale fisico, portando a intensi sensi di colpa, comportamenti autopunitivi (come allenamenti ancora più estenuanti) e isolamento sociale per il timore di non poter controllare l’apporto proteico o i grassi nei pasti condivisi. Il corpo diventa strumento di controllo emotivo.
Alle radici dell’ortoressia: tra perfezionismo, controllo e pressione sociale
Sebbene le cause dell’ortoressia nervosa non siano ancora del tutto chiarite, il disturbo sembra derivare dall’interazione di molteplici fattori psicologici, socioculturali e ambientali (Atzeni et al., 2020; Bratman e Dunn, 2016).
L’ortoressia è considerata un fenomeno prevalentemente occidentale, favorito da una cultura che idealizza la salute e la purezza alimentare (Novara et al., 2021). La continua esposizione a messaggi, spesso contraddittori, su alimenti “buoni” e “cattivi” accresce incertezza e paura nei confronti del cibo, spingendo le persone più vulnerabili a ricercare sicurezza attraverso regimi alimentari sempre più rigidi. In questo processo, i social media, in particolare, Instagram, che utilizza un linguaggio prevalentemente visivo, svolgono un ruolo significativo nel diffondere modelli di “clean eating”, trasformando la disciplina alimentare in un simbolo di successo, autocontrollo e, talvolta, di superiorità morale. La ricerca di un’alimentazione perfetta finisce così per diventare un elemento centrale dell’identità personale e del riconoscimento sociale, una modalità per sentirsi persone di valore.
Sul piano psicologico, l’ortoressia si associa frequentemente a perfezionismo, bisogno di controllo e ansia per la salute. Il controllo dell’alimentazione diventa una strategia per tentare di gestire ansia, stress e incertezza, offrendo un senso, seppur illusorio, di ordine e sicurezza.
Anche la storia personale e familiare può rappresentare un fattore di rischio. Un controllo eccessivo sull’alimentazione durante l’infanzia, una forte attenzione familiare al peso, una precedente esperienza di sovrappeso o una marcata insoddisfazione per la propria immagine corporea, così come esperienze traumatiche legate al corpo o al cibo, possono favorire lo sviluppo del disturbo.
Infine, alcuni contesti aumentano la vulnerabilità all’ortoressia. Il rischio appare più elevato negli sportivi, soprattutto a livello agonistico, dove può intrecciarsi con il desiderio di muscolosità e con la vigoressia, ma anche tra studenti e professionisti dell’area sanitaria e nutrizionale, la cui formazione favorisce una costante attenzione agli aspetti salutistici dell’alimentazione (Hafstad et al., 2023).
In conclusione, nessuno di questi fattori, preso singolarmente, determina l’insorgenza dell’ortoressia, ma la loro interazione, insieme alla progressiva perdita di flessibilità nel rapporto con il cibo, segna il passaggio da un genuino interesse per la salute a una forma di controllo che finisce per limitare la libertà della persona.
Ritrovare un equilibrio tra salute e libertà
Qual è la strada da seguire per trovare un equilibrio psicofisico e sociale e raggiungere uno stato di benessere?
Considerando che l’ortoressia nervosa è una psicopatologia determinata da una molteplicità di fattori socioculturali, psicologici e ambientali che interagiscono in maniera complessa, la direzione da privilegiare per la cura è quella di un approccio multidisciplinare integrato che preveda il coinvolgimento e la collaborazione tra diverse figure:
- Psicologo/psicoterapeuta, che supporti la persona dal punto di vista emotivo, per accrescere l’auto-consapevolezza e favorire il cambiamento e l’evoluzione verso un atteggiamento di maggiore flessibilità e cura di sé;
- Medico e nutrizionista, che effettui un monitoraggio fisico, ponendo particolare attenzione ai rischi di malnutrizione dovuti alla rigidità dietetica, e favorisca un riequilibrio nutrizionale;
- Famiglia, che supporti l’individuo nella quotidianità.
L’intervento messo in campo deve essere tempestivo e bisogna garantire una continuità delle cure (Conti, 2026). Questo si scontra con un frequente ritardo nella richiesta di aiuto, causato dalla sottovalutazione della problematica e dall’egosintonia dei sintomi (l’individuo non percepisce il disturbo come tale, ma, al contrario, manifesta un senso di superiorità morale nei confronti degli altri), ma anche dalla difficoltà di accesso alle cure.
L’obiettivo dell’intervento terapeutico non deve essere quello di convincere la persona a mangiare cibi considerati “proibiti”, ma quello di aiutarla a recuperare la libertà di scegliere. Ha bisogno di imparare ad amarsi così com’è, ad accogliersi con le proprie fragilità, superando la necessità di imporsi un rigoroso regime alimentare per sentirsi ok e riconosciuta dagli altri; ha bisogno di imparare a lasciare andare e a lasciarsi andare, ad “abbracciare” anche la sua parte autocritica, sviluppando un atteggiamento amorevole nei propri confronti.
Quando il cibo smette di essere un terreno di controllo e torna ad essere uno spazio di nutrimento, piacere e relazione, la persona può finalmente vivere con serenità la propria vita quotidiana.
Bibliografia
American Psychiatric Association – APA (2022). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed., text rev.). Washington, DC: American Psychiatric Association Publishing.
Atzeni, E., Converso, D., Loera, B. (2020). L’ortoressia nervosa tra attenzione per la qualità dell’alimentazione e disturbi alimentari: criteri diagnostici e strumenti di valutazione, Rivista di Psichiatria, 55(4), pp. 201-212.
Bratman, S. e Dunn, T.M. (2016). On orthorexia nervosa: a review of the literature and proposed diagnostic criteria, Eating Behaviors, 21, pp. 11-17.
Conti, C. (2026). Adolescenti e nuove forme di disagio – ARFID e ortoressia: valutazione e interventi nei nuovi profili del disagio alimentare (Parti 1 e 2) [Slide del corso]. Corso online Adolescenti e nuove forme di disagio, CNOP – Formazione Continua. Materiale didattico riservato ai partecipanti.
Donini, L.M, Marsili D., Graziani M.P., Imbriale M., Cannella, C. (2004). Orthorexia nervosa: A preliminary study with a proposal for diagnosis and an attempt to measure the dimension of the phenomenon, Eating and Weight Disorders – Studies on Anorexia, Bulimia and Obesity, 9 (2), pp.151-157.
Hafstad, S.M., Bauer, J., Harris, A., Pallesen, S. (2023). The prevalence of orthorexia in exercising populations: a systematic review and meta-analysis, Journal of Eating Disorders, 11, 15.
Novara, C., Pardini, S., Maggio, E., Mattioli, S., Piasentin, S. (2021). Orthorexia Nervosa: over concern or obsession about healthy food?, Eating and Weight Disorders – Studies on Anorexia, Bulimia and Obesity, 26, pp. 2577–2588.
Wachten, H., Strahler, J. (2026). Orthorexia nervosa and exercise addiction: distinct entities beyond restrictive and muscularity-oriented disordered eating behaviours?, Journal of Eating Disorders, 14, 34.
Zohar, A.H., Zamir, M., Lev Ari, L., Bachner Melman, R. (2023). Too healthy for their own good: orthorexia nervosa and compulsive exercise in the community, Eating and Weight Disorders – Studies on Anorexia, Bulimia and Obesity, 28 (1), 55.

Dott.ssa Claudia Cioffi
Psicologa e Psicoterapeuta Analitico Transazionale
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